Mary's profile× .·**·.¸(¯`·.¸ *.Mary A...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
|
January 27 Web hostingAvrei deciso di fare un po' da Web hosting (si dice così?), cioè di ospitare in questo mio blog anche qualche scritto dei miei più cari amici, previa loro autorizzazione, ovviamente. Per ora ci sono Gabriele e Anna/Kikka, poi, se altri vorranno aggiungersi, ben vengano!
Noi tre a confronto: il nostro modo di immaginare, di raccontare, di elaborare in tono diverso la malinconia della vita, perché un po' malinconici, certo, lo siamo tutti e tre. Los caballeros desperados...
E così oggi il mio blog diventa aperto e ospitale come la caverna hobbit di Bilbo Baggins, o almeno così spererei...
Racconto di Gabriele Gabriele - foto in cornice: spirito non iconoclasta...
La promessa di Ulisse
Aveva probabilmente scelto la notte più rigida dell’inverno per ritrovarsi a passeggiare sul molo con in testa i suoi mille pensieri. Per tutti era semplicemente il Capitano, anche perché di un vero nome non sapeva più cosa farsene. Nemmeno di quell’Ulisse appioppatogli da suo padre che fin da tenera età lo crebbe come un indomito marinaio.
Genova lo aveva partorito una settantina di anni prima e lui, da figlio modello, era stato sempre riconoscente con quella madre un po’ altera ma in fondo bonaria. Durante gli anni della seconda guerra mondiale, giovanissimo, si era arruolato nella Marina ed aveva combattuto con valore in difesa della patria. Poi, con il ritorno della normalità, aveva deciso di proseguire il proprio percorso diventando insegnante all’Accademia Navale abbandonando in seguito, per molti anni a venire, ogni benché minimo rapporto con la terraferma. Tutta la sua esistenza, in fondo, era stata simile a una zattera insicura e facile vittima di insidiose procelle. Ma Ulisse aveva sempre lottato con ogni energia, incurante delle sorti avverse e dei venti forieri di tempesta. Chiuso nel suo giubbotto nautico il Capitano si avvicinò all’estremità del molo e rimase fermo lì, assente, per qualche minuto. Scrutò fisso l’orizzonte, forse cercando una stella che più di altre potesse regalargli un po’ di serenità , perlomeno per quella notte. Perché non era una notte come tutte le altre. “ Belin, che fai lì tutto solo? Entra dentro o morirai congelato!” Era la voce di Pepo, il suo migliore amico. Ulisse gli si accompagnò per entrare in taverna. Sempre uguale, sempre quella, come quando era ragazzo. In fondo nulla era cambiato in quella zona del porto. Nulla…o tutto. Le ore corsero via veloci tra risate, qualche poesia sguaiata in dialetto e gli immancabili racconti dei pescatori. Volevano tutti molto bene al Capitano. Forse perché era taciturno o forse perché, come i suoi amici, anche lui si stava lasciando vivere addosso. Stanco e sbronzo venne riaccompagnato a casa che erano quasi le sette di mattina. Ulisse abitava non lontano dal porto e le finestre di casa si affacciavano direttamente sulla Lanterna. Appesi ai muri, oltre a targhe ricordo e a curiosi oggetti di mare, v’erano anche alcuni dipinti di suo padre. E come spesso gli succedeva, l’uomo finì in un rantolìo di pianto dopo aver fissato, per l’ennesima volta, la tela che lo ritraeva ilare e gioioso, con il suo bel vestito da marinaretto. “Papà…papà…perché non mi senti….papà!” Urlò a squarciagola, prima di cedere al richiamo del sonno. Fu Pepo a svegliarlo, erano le tre del pomeriggio. Ulisse gli aveva donato il duplicato delle chiavi in modo tale che ogni tanto l’amico potesse prendersene cura, magari cucinandogli qualcosa o sbrigando commissioni.
Una tazza di caffè forte, poi Pepo prese a parlare: “ Allora Ulisse sei convinto….insomma sei sicuro di quello che hai intenzione di fare?” “Pepo, amico mio, tu sei l’unica persona a cui posso rivolgermi, lo sai….ormai non posso più tornare indietro. Che cosa penserebbe Loretta se non mantenessi la mia promessa?” “Ma Loretta è morta! Trent’ anni fa….Ulisse, cerca di capire una buona volta!” “Già..come siete bravi voi tutti a decidere chi è vivo e chi è morto…non capirete mai niente….non capirete mai niente…” Il Capitano farfugliava, mentre il ricordo della moglie gli affannava il cuore. “ Ok, Ulisse, se è questo quello che vuoi io sono con te!” “Grazie amico mio….grazie!...A domani!” “A domani!” Il sole aveva da poco fatto capolino dietro le nuvole quando i due amici si misero in mare. Pepo possedeva un vecchio battello da pesca con cui spesso e volentieri si dilettava in qualche divertente operazione. Se non altro poteva sfuggire così alle insidie della depressione senile. Ulisse, chissà perché, quella mattina riluceva di uno strano splendore. Si era persino tagliato barba e baffi e indossava la sua divisa da capitano, smessa da chissà quanto tempo. Nel braccio destro custodiva un piccolo scrigno, forse pieno dei suoi ricordi o cos’altro. Quando il motore della barca si accese, Ulisse levò uno sguardo intenso in direzione del porto. Stavolta più intenso di sempre. Poi, mentre Pepo gli sottoponeva una carta di navigazione, l’uomo sentì il bisogno di stringerlo forte a sé in un abbraccio senza tempo. Ulisse sapeva bene che sarebbe stata l’ultima volta. “Ecco….più o meno dovremo esserci….ancora un chilometro credo.” “Sei sicuro Ulisse?” gli chiese Pepo. “Si…si..riconosco quel promontorio in lontananza…” Poi il Capitano aprì lo scrigno e ne estrasse una specie di diadema. Era un gioiello dalla lavorazione accuratissima, tempestato di diamanti e intarsiato con antichi caratteri egizi. “Ehi Pepo…devo farti vedere una cosa.” “Che cosa Ulisse?” Così gli spiegò tutta la storia di quel prezioso e di quando la madre di Loretta, maestra di Italiano ritornata in Italia dall’Africa subito dopo la guerra, ne aveva fatto dono alla figlia spiegandole il potere ultraterreno di quell’oggetto. C’era scritto, in antico egizio, che chi avesse indossato quel diadema almeno una volta avrebbe ricevuto il favore degli dei e il lasciapassare per la vita eterna per sé e il proprio sposo. Ma Loretta non aveva mai voluto indossarlo, forse perché turbata da quelle incisioni. “E’ una storia bellissima…ora capisco, Ulisse, il senso di quello che intendi fare!” “Ecco…ci siamo…proprio lì, vedi? Dove l’acqua sta creando quel piccolo vortice!” Era il punto preciso in cui Loretta aveva perso la vita scivolando in acqua durante una gita in motoscafo con alcuni amici. Nessuno di questi ebbe il coraggio di tuffarsi per salvarla e ci mancò poco che Ulisse si facesse giustizia da solo per l’accaduto. “Bastava una ciambella….una piccola ciambella…” singhiozzò il Capitano, mentre il battello si avvicinava in prossimità del mulinello. Da trent’anni suonati il peso di quella terribile tragedia ne stava fiaccando corpo e spirito, al di là di ogni comprensibile immaginazione. Man mano che Ulisse si avvicinava al risucchio, più forte prese a battere il suo vecchio cuore trasandato ma ancora ebbro d’amore. Il grande momento era ormai giunto e sul viso di Pepo le lacrime abbeveravano la pelle cosparsa di rughe. “Amico mio…devo andare…ma ti prometto che non ti lascerò mai da solo, parola di marinaio….” “Allora stiamo a cavallo, belìn!” Pepo tremava come una foglia e il dolore lo stava sconquassando. Un ultimo, ulteriore, straziante abbraccio. “Dunque addio…!” “Addio, mio Capitano!” Ulisse si tuffò al centro preciso del vortice e venne subito inghiottito dai flutti. Ad attenderlo, sul fondo del mare, vi era l’amore di tutta una vita. Loretta apparve in tutto il suo splendore e indossava lo stesso vestito di quando conobbe suo marito per la prima volta, nel lontano 1941. Aveva 15 anni. Ulisse, appena la vide, avvertì un moto di amore traboccante. Ora sapeva che Loretta avrebbe riposato in pace, per sempre, in un’altra dimensione, e con l’affetto del suo sposo. La baciò con pudicizia, insicuro dei suoi settant’anni. Ma, come per magia, il suo corpo cominciò a ringiovanire e a rinvigorire. Poi l’uomo aprì lo scrigno e avvolse con il diadema il collo di sua moglie. L’acqua smise subito di brulicare e due splendidi gabbiani, l’uno accanto all’altro, furono visti sbucare fuori dal mare e garrire felici in direzione del sole. Gabriele
Racconti di AnnaAnna - foto in maschera: spirito iconoclasta...
Brani scelti dalla raccolta di racconti di Anna "Quattro giorni con..."
Giovedì - Strada
I vicoli di Genova Lunga questa strada in salita, in discesa, in salita... E’ tutta così la mia città. Un po’ sali un po’scendi. Ho sempre amato i vicoli…
Belli i vicoli. Pieni di vita, i vicoli. Vite variegate, differenti. Ma quando l’incantevole sera arriva in veste di complice di criminale, allora trasfigura queste strade. Esse si trasformano al trasformarsi della luce. Perdono colore, gaiezza. Allora ti sbattono la vita davanti agli occhi. Sembra che l’oscurità giochi a mostrarti, rivelarti cose che la luce ti cela. Altre facce, altri odori, altri suoni. L’oscurità ti svela ciò che prima non volevi vedere. E allora ti accorgi di tanti dettagli... Grida sulla pubblica piazza. Il nonno e l’amico del nonno e .. la loro combriccola, insomma, ricordo che si alzavano presto la mattina per andare Sotoripa a comprare il pesce, fresco, appena pescato. Buono il pesce. Fatto in tutti i modi. Pesce a forma di pesce e pesce non a forma di pesce .. per tutti i gusti, insomma. A me piace tutto, ma preferisco il pesce a forma di pesce. A Matt piaceva quello... beh, i molluschi, crostacei. Quelli, ecco. Ma basta. Non voglio pensare. Non devo pensare. Matt non c’è più. Se n’è andato, scivolato via dalla mia vita .. scivolato!! Non proprio scivolato. Quando si trascinano con sé enormi pezzi di carne e sangue e... non si scivola, insomma. Sangue che singhiozza. Ok. Altro. Devo pensare ad altro. E’ tanto che non percorro le mie stradine di sera, di notte. Eppure sono unici, questi vicoli, di notte. Unici. Talvolta crudeli, ma unici. La sera, la notte .. , ma d’autunno, d’inverno, anche al tramonto, svelano realtà diverse. L’ultima volta .. ci sono venuta qualche settimana dopo, qualche mese dopo l’abbandono .. bella la parola ‘abbandono’. Abbandono. Fuga. Matt non c’era più, ecco. Ci sono venuta per... passeggiare. Non pensare, o fingere di non pensare. Doveva essere sera, o tardo pomeriggio, ma poi si è fatta sera. Ricordo ancora quella sera, quella camminata, chiarore di luci e insani demoni nell’aria. … Quello che ora ricordo sono un po’ di immagini rotte, lacerate, ombre scure affogate nel vino .. una città di fango che vomita confusamente agli angoli delle strade uomini accartocciati sotto mucchi di laceri stracci, mendicanti e clochard dall’odore acre ripugnante che implorano pochi centesimi e ti avvicinano e ti sfiorano con le loro mani nere e sudice – poveri diavoli spaccati dalla fatica degli anni ... dettagli, insomma, ricordo i soliti dettagli, quelli che sfumano via. Rose di strada, ricordo, dipinte come maschere nude che ammiccano e invitano infelici affatturati in portoni umidi e bui, ti invitano a salire scale ignote, senza luce né ringhiera; sciancati, ricordo, che mettono in mostra il supplizio del loro dolore per acquistare sonante pietà. Ma in realtà è questa la città che più m’inebria, le vie che urlano, gli uomini, le donne che con me esistono, che si trascinano appresso, come me, la misera vita. … D’oro e porpora è il mare al di là dei vicoli mentre riflette l’ultimo sole; si contorcono scimitarre di luce, mentre m’imbrattano di sangue la camicetta immacolata. Giovedì – Scuola Il registro e la neve Oggi no. Non interrogo. Non ho valutazioni di prove orali sul registro. Non ho voti. E intanto il tempo.. il tempo che non passa. Devo iniziare a parlare. Tutti si aspettano che dica qualche cosa .. silenzio. Troppo silenzio qui dentro. Questi fottuti cinquanta minuti devono passare, prima o poi. Saranno quarantacinque i minuti rimasti, adesso. Più o meno .. quarantacinque .. una lezione universitaria. Ho gli occhi dei ragazzi addosso. Penseranno che sono più spettinata del solito, più trascurata, trasandata. Mughetto .. oggi ho usato il mughetto. So di buono, almeno. Di pulito, di fresco. Ma questo non mi salva. Devo iniziare a parlare, devo dire qualcosa e alzare gli occhi da questo maledetto registro. Vedo tutto fosco. Le righe .. si sdoppiano le righe. Il registro è difettoso. Ha le righe che si sdoppiano. Quanto ridere! Mi hanno appioppato un registro difettoso! Anche la firma sul registro è incerta. Difettosa anche quella?! Come l’insegnante, d’altra parte. Tutto corrisponde. Tutto ha una sua logica interna. Le assenze poi.. non vedo bene le caselle. Mi starà calando la vista. Ancora. I ragazzi .. si aspettano qualcosa da me. Vorrei scomparire, non esserci. O meglio: vorrei essere nella mia stanzetta, a singhiozzare. Vorrei essere vicino a un fuoco, d’inverno, in montagna con Matt, sulla neve, come tante volte, negli anni. Ora la neve è solo dentro di me. Tutto bianco. Anche la pagina è tutta bianca. Un registro con le pagine bianche, tutte bianche. Non c’è più nemmeno la mia firma. Lacrime salate, acqua della sofferenza, appoggiano baci sugli occhiali. Che silenzio profondo qui dentro. Devo strapparle, queste lacrime dagli occhi accecati. Un cielo stellato davanti a me e i miei ragazzi come margherite scintillanti di rugiada, in un cielo stellato. Su di una soffice vastità di neve. Candida. Pura. E’ freddo. Un freddo pungente. Notte. Notte sulla neve. Aspettiamo l’anno nuovo, giocando sulla neve immacolata. Quanto freddo. Ma Matt mi abbraccia, mi scalda, mi scalda il corpo e il cuore. Ha un buon profumo Matt. La sua pelle profuma di buono. Ha la barba e i baffi gelati: goccioline di gelo sulla barba e i baffi. Corriamo. Raccogliamo neve a palle. Non le lanciamo, le palle, ma ci copriamo di gelida farina le tute, tute infarinate di neve. Ci sono tante stelle nel cielo nero. Aspettiamo l’anno nuovo. San Silvestro sulla neve. Noi due. A giocare. Chi se ne importa del freddo. E poi fra poco scenderanno gli sciatori, quelli bravi davvero, con le fiaccole in mano. Scenderanno dalla vetta di questo monte, con fiamme di gelo, a serpentina, scenderanno fluidi, sinuosi, lava che arde la neve. E io e Matt li aspetteremo e io sognerò a occhi aperti, sognerò di esserci anch’io tra loro, tra gli sciatori bravi, quelli che festeggiano la notte di San Silvestro scendendo dalla vetta con le fiaccole in mano. Magari il prossimo anno ce la farò. E proporrò a Matt di scendere anche noi dalla vetta, con le fiaccole in mano. Voglio diventare brava a sciare, voglio sorprendere Matt. Noi due il prossimo San Silvestro a scendere dalla vetta, magari mano nella mano, senza bastoncini, illuminati dal fuoco delle nostre fiamme. Strano. C’è della neve sulla pagina del registro, neve che si scioglie, acqua. Acqua sul mio registro, che dilava via l’inchiostro. Sarà la neve che si disfa. Scende dagli occhi a fiocchi, lenti, caldi. Si appoggiano sugli occhiali. Acqua straripa dal bordo della montatura, poi stilla giù, giù, gocce di neve calda salata trasparente, rotolano giù a scolorire l’inchiostro. I nomi dei miei ragazzi sbiaditi, sbavati, illeggibili, .. tremano i ragazzi nel silenzio di questa grande aula. Percepisco il loro disagio. Devo romperlo il silenzio. Devo trascinare i ragazzi sulla neve, a giocare con me e Matt, ad aspettare l’anno nuovo insieme. Tutti insieme…
Sabato – Sera
Marianne Non è bello essere troppo coscienti del sé e dell’altro da sé. Mille volte abbiamo discusso di questo con Marianne. L’incoscienza dell’essere, dell’esistere. Vivere nella quiete, essere sereni perché inconsapevoli del dolore. Non essere quello che siamo, perlomeno Marianne e io .. non essere così spietatamente lucide e consapevoli, oggettive al di là della cosa, quindi ferite aperte, stillanti sangue, che non temono niente ma assorbono tutto, soffrono di tutto, del minimo respiro, del più piccolo fremere dell’esistenza intorno a noi. Giacinti purpurei calpestati dal piede del pastore. E poi Marianne, quel suo vedersi continuamente, vedersi doppio, dentro uno specchio di camera da letto e vedere qualcosa che non ti piace e voler distruggere quel qualcosa perché non lo si trova bello e non riuscire a superare la barriera del corporeo e andare oltre perché è difficile andare oltre, oltre lo specchio di un armadio a specchio che ringhia chi sei .. per gli altri. E non c’è mai tempo di andare oltre, non c’è tempo e non interessa andare oltre. E allora Marianne, lei, nata di giugno, spegne il sole per non vedersi e ce la fa a non vedersi, ma non è capace di non sentirsi, di non sentire il suo cuore che urla, scoperto come una piaga. E si tappa le orecchie e ritma la testa sul muro rosso di fulmini sparpagliati, ma non c’è nessuno a sentirla mentre si ferisce i capelli. E allora sogna e racconta e racconta di fate ed elfi, di mondi fantastici abitati da donne bellissime, maghe e regine d’argento, creature eteree, code di sirene che emergono da fiumi e laghi. E narra, Marianne, di amori impossibili, di donne bruttissime che amano con imprudenza e di uomini crudeli che bramano solamente donne dagli occhi di giada e dai capelli d’angelo. E sogna Marianne, Marianne sogna, sogna sempre fuggendo dallo specchio, quello specchio che in fondo interessa solo a lei, lei che è consapevole di tutto ma non del suo essere così bella. Sogna nel suo nido, sogna di giorno, sotto il cielo di cristallo, sogna nel sole spento accanto a un torrente invernale, lei nata quasi d’estate… di notte trema, trema Marianne, trema la sua ombra, lontana, più lontana dell’ oscurità. Grida e accarezza il velluto dei suoi adorati gatti. Si inebria del loro acre profumo, innamorata del loro corpo splendido, dolce e forte a un tempo. Nessuna tragedia. Semplicemente il non saper vivere, castigo degli dei. Così dice boriosamente la vita e un mucchio d’altra gente.
January 22 AfainoNuovo racconto scritto tutto d'un fiato, quasi con fervore. Ho anche inserito qualche illustrazione e stavolta non rischio faide di alcun tipo, credo...
Strano come queste piccole storie di fantasia mi gratifichino, mentre le scrivo, e mi facciano sentire del tutto idiota quando le rileggo...
Afaino
Che cos’è un afaino? In verità, è molto probabile che nessun essere umano abbia mai visto un afaino, tuttavia si sente talvolta parlare di queste misteriose creature, perché, si sa, gli uomini parlano volentieri anche di ciò che non hanno mai visto.
Dunque, per quel che si sente dire da un capo all’altro dell’orbe terracqueo, gli Afaini sarebbero degli esseri dalle sembianze vagamente simili a quelle umane: sono più piccoli degli uomini di statura (non superano il metro e venti d’altezza), ma la loro testa é sproporzionatamente grossa e usano strani cappelli grigi o verdi, adorni di piccole fronde. Hanno una corporatura esile, quasi scheletrica; volti rugosi dal pallore diafano e il naso camuso; occhi a mandorla fosforescenti allungati all’insù; orecchie simili a quelle dei folletti, ma più lunghe e appuntite; capelli folti e ispidi, gialli come la paglia. Sono molto più longevi degli umani, raggiungono talvolta l’età di seicento anni. Vivono nascosti nella regione delle Colline Trasparenti e sono molto socievoli, ma solo fra di loro e con gli animali. Non entrano mai in contatto con gli uomini, al massimo si insinuano di notte, di nascosto, nelle loro città al solo fine di rubare dei libri, perché sono molto amanti di ogni forma di cultura.
In tempi recenti, pare sia rimasta una sola città di Afaini, nelle Colline Trasparenti, tutte le altre sono state distrutte da torme di giganteschi orchi venuti dal nord. Sono gli Oftentes, che abitano sulle Montagne Massicce e, negli ultimi dodici secoli, non sono più scesi a devastare le Colline Trasparenti. Essi rapivano di notte gli Afaini, li trascinavano via fino alle loro tane sui monti e là li facevano a pezzi per poi divorarli. Sì, i terribili Oftentes, di cui gli Afaini non parlano mai, perché il solo nome li atterrisce… La prospera e ridente città degli Afaini si chiama Afaneia. Gli Afaini, di solito, sono molto gioviali, amano stare in compagnia, divertirsi, ballare e cantare, ma in un vicoletto di Afaneia abita un afaino molto strano, diverso da tutti gli altri nelle abitudini: il signor Chiuv.
Chiuv è sempre imbronciato, detesta la compagnia e il clamore, vive da solo in una piccola biblioteca, l’unica rimasta ad Afaneia. L’unica, perché ormai gli Afaini sono tutti ricchi, hanno delle belle case con delle ricche librerie, nessuno ha più bisogno di frequentare le biblioteche pubbliche, che perciò pian piano sono tutte scomparse, ad eccezione di quella custodita dal signor Chiuv. Chiuv non esce mai dalla sua biblioteca ormai dimenticata da tutti, vi vive segregato da anni, non se ne allontana neppure per andarsi a procurare da mangiare. Mangia molto poco, il signor Chiuv, in verità, e quel poco, quella tazza di tè, quella scodella di minestra, quella fetta di pane, quel frutto di stagione, glielo porta ogni giorno la sua vicina di casa, la signora Yuvva, praticamente l’unica che si dia pensiero per lo scorbutico bibliotecario. La signora Yuvva si reca verso mezzodì nella stradina di periferia, dove si trova la vecchia biblioteca, bussa due volte alla porta e il signor Chiuv la socchiude appena, quanto basta per infilare fuori un braccio. Non si fa mai nemmeno vedere, ritira velocemente il fagottino di cibo che la gentile signora gli tende, le allunga un paio di monetine per compenso e richiude subito l’uscio, mormorando un bisbetico “grazie”. La signora Yuvva se ne torna lentamente indietro, ogni giorno scuotendo la testa e borbottando: “Eh quel Chiuv, quel Chiuv…chissà perché sarà diventato così? E pensare che la sua mamma era una così dolce vecchietta…” In effetti nessuno, nemmeno quei pochissimi che ricordano ancora la sua umbratile esistenza, ha mai compreso perché Chiuv si sia evoluto in tal modo attraverso gli anni, non abbia mai sentito il bisogno d’una sposa innamorata, d’una famiglia, abbia preferito isolarsi completamente fra quei libri di cui nessuno si interessa più da tanto tempo. Forse è stato proprio a causa dei libri. A forza di leggerli, amarli, custodirli, di perdersi nei loro regni fantastici, Chiuv si è dimenticato del mondo reale. Nessuno può certo immaginare che ormai il signor Chiuv abbia preso a detestarli, i libri, a spolverarli sempre più distrattamente, a non aprirli quasi più. Chiuv passa gran parte del suo tempo a disegnare su un quaderno fiorellini di colore viola, tutti uguali. I libri ammonticchiati sugli scaffali, li guarda solo di tanto in tanto, dal suo scrittoio relegato in un angolo della stanza, e cerca di ignorare quei grandi occhi, che talvolta gli sembra di scorgere sul dorso di qualche volume, fissi su di lui in uno sguardo di rimprovero: “Perché non ci leggi più?”
Chiuv non vuole rispondere a quella domanda. Certo, all’inizio di ogni sua giornata, si sforza almeno un po’ di occuparsi dei libri: di mattina presto, si arrampica sugli scaffali per dare una spolveratina qua e là. Le ossa gli dolgono sempre più, col passare degli anni, ad ogni fitta alla schiena il suo malanimo aumenta e quella leggera occupazione gli sembra infinitamente pesante, si sente sempre tanto stanco. “Chi me lo fa fare?”, brontola fra sé. “Tanto nessuno mai verrà mai qui a vedere se i libri sono impolverati o no, nessuno mai se ne curerà più, tutto quel che faccio é inutile, questo gran ciarpame, infine, farei meglio a bruciarlo!” Non ne avrebbe mai il coraggio, tuttavia: un misto d’amore e odio lo tiene legato ai libri, una cosa a metà fra attrazione e repulsione. Ogni tanto l’attrazione prende il sopravvento, così Chiuv si ferma con lo straccio della polvere a mezz’aria, tira fuori un libro, lo apre a caso, legge: “E quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante favelle? che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?” * E’ un libro che gli è caro. La sua mente torna a quella notte della sua ormai remota giovinezza, in cui, pieno d’entusiasmo, era andato a rubarlo in una città degli uomini. Fiero di sé, lo aveva portato alla sua gente, che tuttavia non lo aveva molto apprezzato. Era un libro di poesie colmo di tristezza, poco adatto allo spirito allegro degli Afaini, così lo avevano letto in tre o quattro al massimo, poi lo avevano lasciato nella piccola biblioteca pubblica e dimenticato, nessuno lo aveva voluto nella propria libreria. Solo al signor Chiuv quel libro era davvero piaciuto, si confaceva alla sua indole mesta. “Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?” Ora però i versi dell’antico poeta gli ripropongono inesorabilmente il senso dell’inutilità della propria vita. Con fastidio chiude il libro e lo rimette in fretta al suo posto, mentre la repulsione, il tedio riprende il posto della fugace attrazione provata per i libri poco prima. “No, no, non leggo!”, e scende faticosamente dalla scala, sbuffando. Anche per quella mattina ha finito con le faccende, si può riposare, può sedersi al suo scrittoio, non certo a scrivere versi, ma a disegnare tanti fiorellini viola tutti uguali, in modo quasi maniacale, fino all’ora di pranzo, quando la signora Yuvva gli porterà il suo frugale pasto. Mentre disegna, la sua mente trova un po’ di tregua, anche se talvolta un pensiero clandestino vi si insinua di soppiatto. Ci sono due versi d’una poesia che non riesce a ricordare bene: parla del silenzio, d’una lampada, d’una tomba, forse, ma non ne rammenta altro, né chi l’abbia scritta, né in quale libro si trovi. Di certo in uno di quei malinconici libri di poesie che ha rubato agli uomini tanto tempo prima e che ha riposto su uno degli scaffali della biblioteca. Basterebbe arrampicarsi di nuovo sulla scala e cercarlo, ma non ne ha voglia, si sente troppo stanco, smette di pensarci e torna ai suoi disegnini fino all’ora di pranzo. Chiuv desidera morire, ma non lo sa, o forse finge anche con se stesso di non saperlo. Dopo pranzo, si mette a dormire proprio per non pensare a quel che non vuole sapere. Tuttavia, nel pomeriggio, non gli è mai facile riposare: la città di Afaneia è tutta un allegro vocio. I fanciulli, dopo la scuola, giocano nelle vie, si rincorrono ridendo e gridando; passeggiano garrule le comari… L’allegro frastuono proveniente dalla strada si insinua fra le mura domestiche del signor Chiuv e gli ruba irrimediabilmente l’agognato sonno. Allora si leva isterico dal suo lettuccio, getta via le logore coperte, si precipita alla finestra che dà sulla strada, prende a urlare contro i fanciulli, contro le comari, contro tutti. Vorrebbe che tutti scomparissero, sprofondassero, che intorno a lui restasse solo un silenzio amico del suo riposo. Urla, il signor Chiuv, urla a squarciagola dalla finestra, nei lunghi pomeriggi in cui vorrebbe dormire per non pensare e non può, urla ancor più forte nelle belle sere estive, quando Afaneia si anima per le sue frequenti feste cittadine e, fuori dalla piccola biblioteca buia, è tutto un cantare e ballare sotto le lucenti stelle. Urla ancora e ancora, Chiuv, ma nessuno lo sente: la sua voce povera, esile si perde nelle grida gioiose dei piccoli, nelle esclamazioni festanti degli adulti, si spegne, infine, nella delusione e nella rabbia di un’ostinata solitudine. Ormai esausto per il lungo urlare, Chiuv rimane muto presso la finestra e alza lo sguardo al cielo sereno. Allora s’acquieta un poco. Contempla quel quadratino d’azzurro solcato da un rapido volo d’uccello, che la sua finestrella gli lascia appena intravedere, e gli pare di scorgere una qualche struggente, ineffabile bellezza che, per un istante, gli fa tremare il cuore di nostalgia. Pensa alla sua piantina, Chiuv, una piantina di violette che, un giorno, la sinora Yuvva, venuta come sempre a portargli il pranzo, gli aveva regalato per chissà quale motivo, forse in occasione d’una festa cittadina. Chiuv, all’inizio, si era mostrato addirittura infastidito da quel piccolo dono, non aveva neppure ringraziato la signora Yuvva, ma poi non aveva saputo resistere alla dolcezza della piantina e l’aveva sistemata con cura sul davanzale, l’aveva innaffiata ogni giorno amorevolmente. Ma in pochissimo tempo la piantina si era seccata, una mattina Chiuv aveva trovato le violette tutte appassite. L’aveva buttata via con rabbia, reprimendo a fatica una lacrima, odiandosi infinitamente per quella lacrima. Anche allora aveva pensato ai versi di quella poesia che non riusciva a ricordare, anche allora, di nascosto da se stesso, aveva desiderato morire, e forse era da allora che aveva cominciato a disegnare fiorellini viola sul quaderno…
Stanotte Chiuv si è addormentato molto tardi a causa dei soliti schiamazzi festivi. Ha come sempre urlato fino allo sfinimento, ha come sempre desiderato che l’oscurità della notte inghiottisse tutti i suoi concittadini. Si è svegliato all’improvviso al sorgere del sole. Non sono stati i consueti rumori della strada a destarlo, dall’esterno non proviene alcun suono. Chiuv avverte un’inquietudine strana, presaga… Si alza dal giaciglio, corre alla finestrella. La giornata è nuvolosa, sulla via non si vede nessuno, tutto è grigiore e totale assenza di suoni. Gelo nel cuore… Chiuv si precipita alla porta, la spalanca, esce in strada ancora in camicia, senza cappello. L’aria fresca del mattino, appena increspata da un soffio di vento, gli colpisce il volto come una sferzata, facendolo vacillare. Al suo allucinato sguardo fosforescente, la strada appare avvolta in una coltre di deserto silenzio. Nella notte gli Oftentes delle Montagne Massicce sono piombati su Afaneia, l’hanno devastata, hanno rapito tutti gli Afaini, se li sono portati via per divorarli nelle loro tane sui monti. Tutti eccetto il signor Chiuv, che dormiva ignaro in quella biblioteca in apparenza abbandonata. Certo, gli sventurati Afaini devono aver gridato e gridato la loro disperazione, mentre venivano catturati dagli orchi; certo, le vie di Afaneia devono aver rimbombato per tutta la notte del suono stridente della sciagura. Chiuv, chiuso nel suo sonno insensibile, non si è accorto di nulla. Tramortito, guarda ora verso l’orizzonte e gli pare di scorgere la gigantesca sagoma dell’ultimo degli Oftentes scomparire nella nebbia mattutina, gli sembra di udire il grido disperato dell’ultimo afaino che viene trascinato via verso la morte. No, è Chiuv l’ultimo afaino… Chiuv ora sa di voler morire. Con la forza di quella consapevolezza, corre a perdifiato verso la nebbia lontana e urla: “Aspettate, aspettate, prendete anche me!”, ma è troppo tardi, nessuno lo sente. Infine si ferma ansimante, stremato. L’eco del suo stesso urlo senza speranza gli risuona nel cervello, finisce di stordirlo, poi, d’improvviso tace. Il sole si svela per un istante fra le nubi dense. In un livido lampo di luce, Chiuv ricorda quei due versi d’una poesia rubata, che tante volte hanno battuto sinistramente alle porte della sua sopita coscienza: “Poi fu silenzio. L’astro ardea sul polo, come solinga lampada di tomba.” ** * Giacomo Leopardi - Canto di un pastore errante dell’Asia, vv. 84-89 ** Giovanni Pascoli - Inni - Andrée, vv. 58-59 January 16 Venuta la sera..."Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolemente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui."
(Niccolò Machiavelli, lettera a Francesco Vettori)
Scende la sera e io mi ritrovo libera da tutte le mie lievi occupazioni giornaliere. Ripenso sempre a questo brano del Machiavelli, mentre mi spoglio di "quella veste cotidiana" e indosso non certo "panni reali et curiali", ma le mie dimesse vesti da casa, nelle quali mi sento come un pulcino nell'uovo.
Agio: un po' di musica, la compagnia soave e discreta dei miei gatti, il computer, insomma "quel cibo, che solum è mio". Certo, c'è una gran differenza fra i miei modesti passatempo legati al mondo moderno e il cibo di cui sapeva pascersi il Machiavelli, ovvero il profondo studio degli autori classici, che gli apriva le porte delle "antique corti degli antiqui huomini". Lo stesso avveniva, ancor prima, per il Petrarca, in quel suo "otium" che tutto era fuorché vano ozio, ma immersione totale e pura nella cultura antica (a proposito del Petrarca, complimenti a Nonna Web per le sue raffinate rime in onore del divino poeta!)
Nel mio limitato orizzonte, il tempo libero ha una connotazione assai meno nobile. Il computer mi distrae molto: vi trovo i colori rasserenanti delle mie immagini fiabesche, i suoni della musica che più amo, le e-mail degli amici, che leggo con tanto piacere e a cui volentieri rispondo, il mio recente blog, nel quale ho preso a scrivere un po' tutto quello che mi passa per la testa.
I libri, i vecchi libri, che un tempo sostituivano più che degnamente i piaceri che possono nascere dalla moderna tecnologia, restano abbandonati sugli scaffali e sembrano guardarmi con rimprovero. Mi rendo conto di essermi troppo allontanata dalla lettura, negli ultimi tempi, e di questo mi rammarico: c'è "Guerra e Pace", ad esempio, che giace lì, negletto, dopo che solo i primi capitoli ne sono stati letti... Penso alle lacune che ho e mi sembrano veramente troppe: quello che ho letto è troppo poco rispetto a quel che avrei potuto leggere. Certo avrò sempre tempo per leggere, ma... chi ha tempo non aspetti tempo, come far entrare questo antico motto nel mio "carapace d'amianto", per citare una certa mia amica...?
Il fatto è che, come diceva Troisi in "Le vie del Signore sono finite", "loro sono in tanti a scrivere, io uno solo a leggere... "
Irridente alibi che affonda le sue radici nella mia oltremodo "tartarughesca" pigrizia. Mi aggrappo, per consolarmi, ai ricordi letterari che ho.
E' sera, una sera invernale tranquilla e inquieta a un tempo, come spesso è nella mia ossimorica esistenza. Come non pensare, ora, al più bel sonetto del Foscolo?
Alla sera
Forse perche' della fatal quiete tu sei l'immago, a me si cara vieni, o Sera! E quando ti corteggian liete le nubi estive e i zeffiri sereni, e quando dal nevoso aere inquiete tenebre e lunghe all'universo meni, sempre scendi invocata, e le secrete vie del mio cor soavemente tieni. Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme che vanno al nulla eterno; e intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme delle cure onde meco egli si strugge; e mentre guardo la tua pace, dorme quello spirto guerrier ch'entro mi rugge. (Ugo Foscolo) January 15 Affetto...Nuovo pseudo-screzio, ieri, stavolta col mio amico Gabriele. Sarà il tempo... In ogni caso, dopo esserci moderatamente maltrattati a vicenda, la mattina, (moderatamente, appunto, com'è nel nostro stile), siamo approdati, la sera, al dialogo che trascrivo qui di seguito, perché ricordarlo mi è gradito:
M.: "Ciao..."
G.: "Ciao..."
M.:" Come va?"
G.: "Ho riflettuto su quel che ci siamo detti..."
M.: "Bien..."
G.: "Senti... io non voglio farti la guerra."
M.: "Neppure io voglio farla a te, ci mancherebbe..."
G.: "L'importante è che ci diciamo sempre tutto con sincerità, non credi?"
M.: "Certo, direi che è fondamentale."
(Breve sospeso silenzio...)
G.: "Ma... tu ci credi che io ti voglio un pochino di bene?"
M.: "Se hai letto quel che ho scritto nel blog, dopo il compleanno di Mimmo, avrai forse intuito che non l'ho mai veramente capito...ma tanto, ti voglio bene io..."
(Breve silenzio quasi sorpreso)
G.: "Ancora? Dopo quello che ti ho detto?"
M. "Sì, perché?"
G.: "Beh... mi sono reso conto di essere stato un tantino pesante..."
M.: "Acidino, direi, ma non preoccuparti, non ci ho fatto molto caso. E poi sono tanto pesante io!"
G.: "Siamo proprio due pesantoni!"
M.: "Questo lo si sa da sempre."
G.: "Ti voglio davvero bene, sai?"
M.: "Idem al quadrato!"
Ecco qua, oggi potrebbe quasi sembrare che tutto si possa risolvere, quando c'è vero affetto, che l'affetto trionfi sempre su tutto, anche se io, questa cosa qui, non l'ho mai tanto creduta...
Infine sono costretta a ripetermi: TVTTB, Gabry (di qui alla luna e ritorno e poi su di nuovo...), e dedico anche a te un'immaginina "cuoriciosa", come potrei non?
![]() Oggi mi vengono in mente i versi di Montale: le sue rare occasioni in cui un piccolo raggio di luce ci si svela...
"...La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case, la luce si fa avara - amara l'anima. Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d'oro della solarità." (E. Montale - I limoni)
Mi viene in mente anche una mitica canzone del grande Freddy Mercury...
"In my defence what is there to say ?
All the mistakes we made Must be faced today It's not easy now Knowing where to start While the world we love Tears itself apart I'm just a singer with a song
How can I try to right the wrong ? For just a singer with a melody I'm caught in between With a fading dream In my defence
What is there to say ? We destroy the love It's our way We never listened enough Never faced the truth And like a passing song Love is here and then it's gone I'm just a singer with a song
How can I try to right the wrong ? For just a singer with a melody I'm caught in between With a fading dream..." (F. Mercury - In my defence)
January 14 "Bypassata"Allora: oggi mi è arrivato qui un messaggio dalla mia amica Anna.
Veramente lei lo aveva inserito nel guest book, ma poi mi ha pregato di eliminarlo e di reinserirlo, se volevo, in un mio intervento, a causa di alcuni refusi che non aveva potuto correggere per degli ostinati capricci del programma (eh sì, è una personcina molto molto precisa, la mia Kikka).
Eseguo quanto richiestomi e poi commento:
"Ciao Davide. Guarda ... sono la formica. Bypasso completamente l'autrice di questo blog, perché tanto si è ritirata a dormire nel suo carapace d'amianto. Senti ... ti volevo dire: non credo di essere io la compagna bionda di karate che tu supponi di aver riconosciuto nelle parole della tartaruga. Mi alleno a Genova con il maestro Calimero e conosco Nando appunto perché è amico del mio maestro ... ho mangiato divinamente a Sanremo nel suo ristorante ... Comunque guarda ... ci dovessimo trovare insieme a qualche incontro, non ti preoccupare non ho nulla della spietata formica descritta dalla nostra comune amica. Mi faccio solo il portapenne dalla mattina alla sera per campare e ... vado, quando posso, in palestra a divertirmi un po'.
A proposito, la tartaruga disprezza la nostra arte, ritenendola uno spreco inutile e sciocco di energia. Ha assistito a un allenamento a Recco e ... non ti dico cosa ho dovuto subire all'uscita di palestra ... va beh ... mi sono un po' vendicata per la sua ..... beh crudeltà .... un saluto e ..... un abbraccio al carapace d'amianto" Sono stata bypassata, dico bypassata proprio da te, Ki! Non ci posso credere, che onta! E io che avevo fatto pubblica ammenda, dedicandoti perfino i nobili versi di Virgilio (ok, era solo per un piccolo sfoggio di cultura, lo ammetto...), definendoti "meraviglioso angelo" (ma tu pensa...) e regalandoti anche la graziosa immagine dell'orsetto con i cuoricini (infantile lo so...)! Altro che formica odiosa, sono stata troppo gentile, sei una viperetta vendicatrice! E dire che detesto i rettili, come ho potuto, in tanti anni, non accorgermi della tua vera natura??? Beh, sorvoliamo, mi ritiro alquanto sdegnata sotto il mio carapace d'amianto, come tu lo definisci con tanto garbo...
Ma prima, per ripicca, ti dico che sei mitica, Ki, e se non fosse per te, come farei ancora a sorridere?
TVTTB sempre più, un abbraccio dalle profondità del mio carapace d'amianto...
January 12 Strage...Ho fatto una specie di strage con quel misero raccontino che ho inserito qui ieri. Anna, la mia più cara amica, la mia Kikka (io sono Kikka per lei, lei lo è per me) è venuta qui, nel mio spazietto, ieri sera, a lasciarmi il suo dolce saluto e, leggendo il raccontino "tartarughesco", ha creduto io abbia voluto ritrarla nella formica laboriosa e alquanto odiosa... Povera me! Anche un altro mio caro amico si è sentito ferito, credendo che io lo avessi ridicolizzato nella figura dell'uccellino filosofo e ora manca solo che qualcuno venga a dirmi di essersi identificato nella cicala superficiale e qualcun altro ancora nel coniglietto stupidino. Beh, amici cari, ho cercato di spiegarvi come stanno in realtà le cose: non ce l'avevo in particolare con nessuno di voi, stavo solo prendendo scherzosamente in giro alcune categorie di persone (il saccente, lo stacanovista, il superficiale...) che possono aver in comune con voi al massimo una lontana, vuota, illusoria apparenza, non certo la sostanza della vostra rara sensibilità, no davvero.
Anna, "luce magis dilecta sorori " (per rubare le parole a Virgilio) non potrei mai pensare qualcosa di male di te, mio meraviglioso angelo. Il mio unico rimpianto, lo sai bene, è che ci sono 700 km a dividerci e che ci vediamo così di rado. Lo so, a volte ho il tatto di un elefante e, quando parto in quarta col mio rancore verso il mondo intero, colpisco indiscriminatamente, cattivi e buoni. Sono un bulldozer, è vero, ma infine, ancora una volta, come sempre, ci abbiamo riso sopra, rinnovando, in quella bella risata, il nostro antico, profondissimo affetto.
In conclusione, penso, ho messo in berlina soprattutto me stessa, nella figura della tartaruga, e ho satireggiato la mia pigrizia e il mio stesso egocentrismo inguaribile, facendola addirittura brillare di luce propria, alla fine. La tartaruga brilla, ma dorme e non lo sa: la beffa estrema...
Beh, era solo una bagattella, insomma giocavo, si è capito? Spero proprio di sì.
Ki, TVTTB anch'io...
January 11 La tartaruga dal carapace fragileHo iniziato il mese di gennaio scrivendo un raccontino che traeva spunto dai miei timori, dalle mie eterne incertezze. Ora ecco un'altra piccola storia che scaturisce dalla mia consapevole pigrizia, dalla mia inerzia esistenziale colpevole, ma segretamente orgogliosa. Faccio meravigliosi progressi in questo inizio d'anno, non c'è che dire... La tartaruga dal carapace fragile C’era una volta, ma forse c’è ancora, un grossa tartaruga di terra. Era ben protetta dal suo ampio carapace e dalle scaglie che le ricoprivano gli arti, aveva un’indole timida e mite, viveva in una piccola tana sotterranea dalla quale non usciva quasi mai, neppure quando la temperatura iniziava a riscaldarsi. January 07 Oggi...Oggi il mio mondo è tornato opaco e disadorno, dopo che stamattina presto l'ho spogliato con gesti lenti, solenni, ieratici, del suo oro e del suo argento festivo.
Ritorna, spuntando ghignante come un fiore del male, il giorno comune, il tempo lento, sbiadito e greve...
Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni, e versa, abbracciando l'intero giro dell'orizzonte, un giorno nero più triste della notte; (Charles Baudelaire - Spleen) January 06 Epifania
Epifania: oggi veramente tutte le feste se ne volano via. Quest'anno ho scoperto che il periodo natalizio è quello più dolce e rasserenante per me. Credevo di essere una fervida adoratrice dell'estate, mentre all'improvviso mi ritrovo innamorata del cuore dell'inverno. Come ci si scopre mutati, dopo che la giovinezza se n'è fuggita via! Il tempo scorre sempre in un lampo e tuttavia con una lentezza spaventosa. E' la cosa più ambigua dell'universo, il tempo. Certo, queste festività sono davvero volate via in un soffio, quasi non me ne sono accorta. Domani dovrò togliere l'alberino magico, non lo lascio mai oltre il suo periodo. So già che proverò il consueto senso di malinconia nel riporlo, nel nascondere nelle scatole la sua piccola magia e quella del suo piccolo popolo. Ci diciamo arrivederci ogni anno, sempre con un po' d'incertezza. Il mio alberino è tanto vecchio e, per quanto io lo conservi con gran cura, tutto avvolto nel suo panno bianco, non so per quanto ancora resisterà alla pressione del tempo. Cosa sarò e dove starò io fra un anno, ora non posso proprio immaginarlo. Ogni anno mi ritrovo sempre qui, allo stesso punto, ma ho imparato a non dare per scontato nemmeno ciò che sembra più sicuro. Questo, soprattutto, mi ha insegnato il tempo che finora è passato su di me. Comunque, da domani, la magia del mio piccolo albero andrà a dormire nel buio, per risvegliarsi fra un anno o forse per non risvegliarsi mai più: di ciò siamo ben consci il mio alberello e io, quando ci salutiamo; da ciò sgorga la nostra piccola, segreta lacrima d'argento. Le lacrime dell'alberino sono quelle striscioline argentate che si staccano dai suoi rametti, ormai tanto vecchi: briciole di magia natalizia, che si spargono sul pavimento e che io mi affretto a rimuovere meticolosamente. Non voglio che resti nemmeno un granello d'argento festivo a ricordarmi il luminoso incanto di questi giorni, voglio che ogni suo frammento si dilegui, affinché io possa recuperare un po' di raziocinio e immergermi totalmente nella mia bigia quotidianità che non ammette fantasie. Ma questo è gia il sentire di domani e per ora lo allontano da me. Oggi è ancora festa. Da brava bambina mai cresciuta, sono affezionata alla simpatica figura della Befana; da pagana incurabile, non penso al significato religioso dell'Epifania. Proprio come una bambina, ho ricevuto in dono una bella calza dai ricami d'oro, piena di dolcetti, e oggi me la contemplo avidamente come farebbe un vecchio avaro col suo tesoro. Le leccornie che contiene mi rimarranno nei prossimi giorni, addolciranno un po' il mio tempo nuovamente cinereo (l'eterno potere dello zucchero...). Inizierò ad assaggiarle dopo pranzo, lì vicino all'alberino e al popolo magico che oggi sorride e fa finta di non sapere di dover presto andar via: finché si può brillare, noi brilliamo; finché si può fingere, noi fingiamo: siamo bravi in questo, sì lo siamo davvero...
(La mia Befanina e la mia calza) January 02 Racconto: "Sogni di steppa"Mi sono fatta un piccolo regalo per l'anno nuovo: ho scritto una specie di storia. Dico "specie" perché non mi convince molto: vecchi stereotipi di cavalieri erranti e spiriti inquieti, solita pappa, insomma, ma non mi è riuscito di tirar fuori nulla più originale. La storia trae spunto dal raccontino taoista, il sogno di Zhuang Zi sulla farfalla, che avevo riportato qui tempo fa, ma credo nasca soprattutto dai miei eterni, invitti timori, dal non sapere ora come potermi difendere dalle insidie che forse mi tenderà questo nuovo anno.
Infine non so che farne di questa storia spaurita, quindi la metto qui, a confondersi con tutto il resto del mio quotidiano vaneggiare...
Sogni di steppa
Non ce l’avrebbe fatta ad arrivare a Samarcanda prima di notte. Il cavaliere era in marcia da molte ore e si sentiva ormai esausto, aveva bisogno di riposare. Era lunga la Via della Seta, lunga e piena d’insidie. Doveva raggiungere Samarcanda per incontrare e scortare un ricco mercante fino a Venezia, aspettare che là si rifornisse delle sue preziose merci e poi riaccompagnarlo a venderle in Oriente. Si svegliò al gelido sorgere dell’alba. Era disteso a terra, avvolto nel suo mantello. Era quasi congelato e terrorizzato. Cercò di sollevarsi, si guardò intorno: non c’era più nessuna capanna, nessuna vecchia, tutto era deserto. Il suo cavallo inquieto: unica presenza di vita vicino a lui.
|
|
|