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Non più unico - Speechless
Il signor Chiuv aveva lasciato la sua piccola dimora sotto l’Albero del Solstizio d’Inverno subito dopo che l’angelo da lui chiamato Yuvva aveva preso il volo con il suo compagno celeste. Non avrebbe potuto sopportare di vivere ancora lì, aveva voluto allontanarsi dai ricordi di quei giorni vani, illusi, sfolgoranti di luce rosa e dorata, come le foglie dell’albero. L’aveva trovata infine, sì, quella splendida foglia che per tanto tempo aveva invano cercato di prendere, se l’era vista davanti ai suoi passi, nel candore della neve, proprio quella notte in cui Yuvva se n’era andata. L’aveva tenuta qualche istante fra le mani per poi affidarla al vento, era rimasto a guardarla scomparire nella gelida oscurità, sfavillante d’oro rosato come l’angelo di nome Yuvva, che però non si chiamava Yuvva, ma chissà come, non l’avrebbe saputo mai.
“Amor ch’a nullo amato amar perdona…” * Niente di più falso era mai stato detto, perché i poeti sono falsi e bisogna guardarsi bene da loro, così gli aveva a lungo sussurrato una saggia vocina nella sua mente, una vocina che per un po’di tempo aveva finto di non sentire… Ora però tutto era cambiato, lontano dall’Albero del Solstizio, non c’era più alcun verso poetico di cui aver paura, non c’erano più vani trasalimenti, né palpiti infantili. Ogni romanticismo in lui era stato soffocato… del resto Chiuv non era mai stato un romantico. Se n’era andato per quasi un anno, vagabondando qua e là, ma lui non era nemmeno un vagabondo per natura e ormai sentiva la mancanza d’una fissa dimora, d’un buchetto qualsiasi in cui fermarsi e riposare, fingendo d’aver dimenticato quei dolci giorni di neve in cui aveva accolto nella sua casetta una bellissima creatura angelica ferita a un’ala e l’aveva curata con amorosa dedizione fino alla splendente notte del Solstizio d’Inverno... Era arrivato infine in prossimità delle tane degli gnomi. L’afaino sapeva bene che gli gnomi abitavano là, in segrete dimore sotterranee, da cui uscivano solo di notte per le loro faccende. Sapeva anche che erano per natura generosi e gentili, pensò quindi che avrebbe potuto stabilirsi lì vicino, in una piccola capanna che si sarebbe magari costruita sotto un salice. Gli gnomi non l’avrebbero di certo disturbato, anzi gli avrebbero probabilmente offerto il loro aiuto e perfino regalato qualche leccornia. C’era sempre stata armonia e comprensione tra gnomi e Afaini in passato, quando Afaneia era ancora una prospera città, quando i barbari Oftentes delle Montagne non l’avevano ancora devastata, lasciando per sbaglio in vita solo Chiuv, il timido e solitario custode d’una biblioteca negletta… “Sì, mi fermerò qui”, decise, scrutando con gli occhietti miopi la fitta vegetazione. Allora, ai piedi d’un bel salice, scorse una capannina proprio uguale a quella che stava immaginando per sé, e intravide anche una creatura minuscola come lui uscirne e rientrarne indaffarata: un’afaina! Il signor Chiuv sussultò incredulo nel riconoscere la signora Yuvva. Com’era possibile? No, non poteva essere vero, i suoi occhi gli stavano giocando un brutto scherzo… Gli Afaini, lo sapeva bene, erano stati tutti portati via e massacrati dagli Oftentes, quel giorno ormai lontano. Lui era l’unico superstite della sua stirpe sciagurata, l’unico risparmiato per un puro capriccio del caso. Ne era certo, ne era stato certo fino a quel momento, finché non aveva visto il fantasma della signora Yuvva uscire da una casetta sotto un salice… Un fantasma… Chiuv si scosse. Eh no, era stato costretto dagli eventi a credere nell’esistenza degli angeli, ma nei fantasmi non aveva mai creduto, né aveva intenzione di cominciare ora! Si stropicciò ben bene gli occhi, guardò con più attenzione e decise che sì, si trattava proprio di un’afaina, per l’esattezza della signora Yuvva, sua vecchia amica, ai tempi di Afaneia. In virtù di quale prodigio poteva essere sopravvissuta anche lei alla strage? Chiuv avrebbe potuto saperlo solo correndo a chiederlo a lei, precipitandosi ad abbracciarla, felice d’aver ritrovato una sua simile… Invece si sentiva paralizzato, non riusciva quasi a muoversi, istintivamente si rannicchiò circospetto fra i cespugli per non farsi scorgere. Perché in realtà Chiuv non voleva affatto essere visto, non si sentiva affatto felice di aver ritrovato Yuvva, di aver scoperto di non essere l’unico afaino rimasto al mondo. Yuvva era stata sua amica… non era del tutto vero nemmeno questo, perché, anche ad Afaneia, nella città del sorriso, ove tutti erano sempre cordiali e ilari, il signor Chiuv aveva vissuto da eremita, privo di amici, privo di affetti. Se ne era stato sempre rinchiuso nella vecchia biblioteca, laggiù, ai margini della città, in una viuzza poco frequentata. Non era mai andato a trovare nessuno, non aveva mai ricevuto nessuno. In nome del sincero affetto che aveva nutrito per la defunta madre del signor Chiuv, la buona signora Yuvva si recava ogni giorno a casa dello scorbutico bibliotecario per portagli un pasto caldo. Lui, con la ruvidezza che gli era propria, non la lasciava mai entrare, prendeva il buon cibo che lei gli offriva, la ringraziava appena e richiudeva subito la porta. Era fatto così, il signor Chiuv, non amava comunicare. Nemmeno in seguito, dopo la fine di Afaneia, quando si era stabilito ai piedi dell’albero del Solstizio invernale, nemmeno allora si era deciso a farsi qualche amico. Il misto popolo dell’albero lo riteneva uno strano essere di dubbia origine, da cui stare alla larga, e lui ne era ben felice. Allora pensava solo alle magnifiche foglie dell’albero, che spuntavano poco prima del Solstizio invernale per scomparire in un vortice di vento solo pochi giorni dopo. Ma poi dal cielo era arrivata Yuvva, l’angelo a cui aveva dato il nome di un’afaina scomparsa, e gli aveva sconvolto la mente con la sua bellezza oltremondana che, ancor più delle luminescenti foglie d’oro rosato, lo lasciava senza parole…
“Speechless, speechless…” **
L’afaina Yuvva, verso il tramonto (perché ormai si era fatto il tramonto, ed erano passate ore da quando Chiuv aveva scoperto di non essere l’unico afaino rimasto al mondo), si prendeva cura del suo microscopico giardino adorno di piante a fioritura invernale: erica, ciclamini, rododendri e tenere violette selvatiche. Già, la violetta era il fiore preferito da Yuvva. Ad Afaneia, un giorno, inaspettatamente, ne aveva regalata una piantina a Chiuv, portandogliela insieme al solito pranzo. Lui ne era rimasto sorpreso, stranito. Aveva sistemato il vasetto sul davanzale della sua unica finestrella e l’aveva anche innaffiato regolarmente, ma senza guardarlo, perché in fondo era un dono e, di doni, lui non ne riceveva e non ne faceva mai, la sola idea lo faceva sentire a disagio… La piantina era morta in breve tempo e Chiuv c’era rimasto male, troppo male per la sua indole coriacea. Ora, alla luce del crepuscolo, guardò di nascosto, acquattato fra i rovi, i fiorellini di Yuvva. Avevano belle sfumature di colori, dal rosso al rosa e al viola chiaro, ma… non avevano l’oro luminoso delle foglie dell’albero del Solstizio d’Inverno. Chiuv sospirò, sentendosi d’un tratto molto stanco. Avrebbe dovuto palesare la sua presenza a Yuvva, ovvio che avrebbe dovuto, chissà quanto lei ne sarebbe stata felice! In fondo, lo sapeva, quella dolce afaina gli aveva sempre voluto bene. Voler bene… amare… “Amor ch’a nullo amato amar perdona…” * Quanto sono falsi i poeti! D’una falsità inesprimibile a parole, come la magia dell’albero del Solstizio invernale, come la leggiadria d’una creatura angelica…
“Speechless, speechless, that's how you make me feel Though I'm with you I am far away and nothing is for real… ” **
La casetta era graziosa, ordinata e piena di luce. Yuvva canticchiava, con la sua vocina morbida, mentre preparava uno dei suoi pranzetti succulenti. Chiuv se ne stava seduto su una seggiolina a dondolo ricevuta in regalo dagli gnomi e si sentiva in pace. Sfogliava lentamente un libro, anch’esso dono degli gnomi, e lo trovava molto più interessante degli innumerevoli libri poetici letti tanto tempo prima, nella biblioteca di Afaneia. Ogni tanto staccava gli occhi dalle pagine per guardare Yuvva, per osservare la sua bellezza semplice e dimessa. Si poteva facilmente descrivere a parole la bellezza di Yuvva: lei era troppo minuta perfino per essere un’afaina, una luce vivace brillava nei suoi occhietti a mandorla e gli ispidi capelli color giallo paglia, propri di tutti gli Afaini, erano raccolti ordinatamente sotto una cuffietta bianca. Aveva anche un sorriso molto dolce, che sapeva rasserenare il cuore di Chiuv, e indossava sempre un bel vestitino viola con il colletto e i polsini di pizzo bianco. Sì, era tenera e graziosa la sua Yuvva, proprio come le violette selvatiche, Chiuv sentiva d’essere stato fortunato a ritrovarla, sentiva che ora la sua solitudine era finita, che insieme loro due avrebbero ridato vita all’antica stirpe degli Afaini. Lo sapeva, ma c’era qualcosa… qualcosa che di notte non lo faceva dormire tranquillo, ricordi lontani, nebulosi, ineffabili… Voler bene… amare… “Amor ch’a nullo amato amar perdona…”* Quei ricordi si addensarono all’improvviso in una diffusa luminosità dorata, che annullò tutto il resto, rivelando solo un diafano volto d’angelo incorniciato da lunghe chiome d’ebano. L’angelo gli regalava il suo soave sguardo azzurro, sorridendogli con una dolcezza ultraterrena, poi apriva le sue grandi ali corvine e, insieme a un altro angelo venuto a prenderla, volava via nel cielo bianco di neve, in un turbine di foglie d’oro rosato… Yuvva, Yuvvaaaaa!!! Il grido di Chiuv, destatosi di soprassalto, squarciò il silenzio della notte. Poco lontano, nella minuscola casetta, l’afaina Yuvva, ebbe l’impressione di sentirsi chiamare nel sonno. Si svegliò a mezzo, ma subito si rigirò nel suo lettino e si riaddormentò. Molto più lontano, fra le soffici nuvole bianche, l’angelo che non si chiamava Yuvva, ma chissà come, non udì assolutamente nulla. Il cuore di Chiuv batteva forte forte, là, fra i cespugli dove qualche ora prima si era assopito, dove aveva a lungo sognato… Solo il cuore, ora, gli indicava la strada. Si mise a correre nella notte, mentre la neve cominciava a cadere lenta, la prima neve di quell’autunno sino ad allora insolitamente tiepido. Chiuv pensava soltanto che doveva tornare indietro in gran fretta per trovarsi sotto l’albero alla vigilia del Solstizio d’Inverno, quando le foglie magiche sarebbero ricomparse. Allora, forse, come per incanto, anche la sua Yuvva, la Yuvva non sua, sarebbe tornata. O forse no, ma non importava, Chiuv doveva comunque essere là ad aspettarla, dimentico di quel che sarebbe stato giusto, normale, autentico. Era tutto finito, nulla aveva più senso per lui: non era più l’unico afaino sulla terra, non era più unico in alcun modo. Era soltanto uno dei tanti esseri del mondo obnubilati da un riflesso di bellezza incantatrice. E allora doveva tornare là ad aspettare invano un vano amore. Aspettare stupidamente un angelo che non sarebbe mai tornato e una magia di foglie d’oro rosato che in un bagliore si sarebbe dileguata, così, perso per sempre in quel suo stupore immemore vuoto di gesti, scevro di parole…
“Speechless… Your love is magical, that's how I feel But in your presence I am lost for words Words like: I love you.” **
* Dante - Inferno - canto V ** Michael Jackson - Speechless

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