Mary's profile× .·**·.¸(¯`·.¸ *.Mary A...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    November 30

    Spirito e materia

    "Sarebbe veramente strano se lo spirito fosse un'invenzione della materia...", mi ha fatto osservare ieri il mio stimato amico Davide, nuovo e gradito ospite di questo mio modesto spazio. Ho appena finito di leggere il suo saggio "Sistemi Dualistici " (http://www.davidegorga.it/sistemibn.htm): davvero interessante, dalla logica inoppugnabile, dalle basi teoriche solidissime, perfino arduo a tratti per me che non dispongo di una preparazione filosofico-scientifica tanto approfondita. Un testo che fa molto riflettere, certo, in ogni suo punto, che fa quasi impallidire il mio ostinato materialismo. Esso impallidisce infatti e non è in grado di replicare con altrettanto logiche argomentazioni, eppure non si piega del tutto. Prima di trasformarmi in una materialista epicurea,  io ero una fervente spiritualista e inneggiavo a Platone, negli anni della mia lontana adolescenza, aborrendo il pensiero che il mio io si esaurisse tutto nel mio corpo mortale. Poi, col tempo, il mio spiritualismo si è seccato. Senza spiegazioni complesse, senza cause esplicite, si è semplicemente negato e mi sono ritrovata a percepire, non senza una certa perplessità, me stessa e gli altri come entità puramente materiali, complessi psico-fisici, come impulsi cerebrali e battiti cardiaci, nulla o quasi nulla più. E' quel "quasi" che ogni tanto mi inquieta un poco, ma ho imparato a respingerlo altrove, nei recessi della mia mente. Quando la fede nello spirito muore, muore per sempre e non c'è modo di farla rivivere. Mi riposo ormai da anni nella certezza epicurea che dopo la morte non sarò più, né qui né altrove, che nessun paradiso o inferno, nessuna pena o ricompensa mi attende, ma solo un puro nulla che non può farmi paura. Gli spiriti inquieti protagonisti dei miei vecchi racconti non esistono, sono null'altro che vuote immaginazioni, fole. E quando penso agli esseri cari che la morte mi ha portato via, non mi lascio ingannare dall'illusione che siano ancora da qualche parte ad aspettarmi. Essi semplicemente non sono più, non ne resta che il ricordo, l'unica forma di sopravvivenza concessa ai viventi dopo la morte.
    Giorni fa spiegavo con entusiasmo alcuni passi del "De Rerum Natura" di Lucrezio a un liceale di sedici anni. A un certo punto si è messo a ridere e mi ha detto: "Ma dai, inutile che dici, tu non sei materialista sul serio, sei spiritualista e anche troppo!" Non so da dove diavolo gli siano venute fuori queste parole, e dire che il figliolo non è certo un campione di sensibilità, mi ha lasciata un po' interdetta. Che dai miei atti traspaia altro da quel che professo di essere? Che le mie intime contraddizioni risultino evidenti a chiunque? Che io menta, sia pure incosciamente, con cieca ostinazione, a me stessa e agli altri da anni? Se così fosse allora sarei davvero stolta e inconsapevole di me, davvero molto.
    Penso al Foscolo, alle sue generose illusioni che il suo razionalismo, la sua visione del mondo materialistica contraddiceva implacabilmente e dolorosamente. Neppure il suo intelletto eccelso riuscì a risolvere questa drammatica, insanabile dicotomia. Io come potrei?
    November 29

    Tartarughe e farfalle

    Due storie taoiste che mi sono sempre piaciute molto:

    "Una volta Chuang Tzu sognò che era una farfalla svolazzante e soddisfatta della sua sorte, e ignara di essere Chuang Tzu. Bruscamente si risvegliò, e si accorse con stupore di essere Chuang Tzu. Non seppe più allora se era Tzu che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Tzu."

    Heliconius erato L. s.sp. cyrbia Latr. & Godt. - heliconiidae (Ecuador)

    "Mentre Chuang Tzu pescava con la lenza sulla riva del P'ou, il re di Chou gli inviò due alti funzionari per fargli delle offerte. 'Il nostro principe', gli dissero 'desidererebbe affidarvi la responsabilità del suo territorio'. Senza sollevare la lenza, senza neanche volgere la testa, Chuang Tzu disse loro: 'Ho sentito dire che c'è a Chou una tartaruga morta da più di tremila anni. Il vostro re ne conserva il carapace in un paniere avvolto in un panno nella parte alta del tempio dei suoi avi. Ditemi se quella tartaruga non avrebbe preferito vivere trascinandosi la coda nel fango'. 'Avrebbe preferito vivere trascinandosi la coda nel fango', dissero i funzionari. 'Andatevene dunque', disse Chuang Tzu, 'anch'io preferisco trascinare la coda nel fango'."

    Tartaruga

    Anch'io, come la tartaruga di Chuang Tzu, preferisco trascinare la coda nel fango...Sorriso

     

    Nulla di nuovo

    Deluso Nulla di nuovo. Ho messo qui un breve racconto di circa un anno fa, quando ancora qualcosa scribacchiavo. Storie di spiriti inquieti, infine banalità, ma a quel raccontino sono vagamente affezionata più che agli altri per la sua strana atmosfera, per la sua stessa inconsistenza. Ora però vedo che non riesco più nemmeno a scrivere sugli spiriti inquieti. Mi hanno stancata, non mi dicono più nulla. Che sia anche perché ormai mi sono convinta che lo spirito non è altro che un'astuta invenzione della materia? Sul rassegnato materialismo a cui sono approdata avrei molte cose da dire e lo farò prima o poi, ma non oggi, sono troppo pigra e assonnata per questi discorsi pesanti, oggi.
    Vorrei infine che questo blog divenisse una specie di Zibaldone di pensieri, di sogni di fantasticherie. Ma io sarò ancora capace di sognare e fantasticare? Chi lo sa?
    Intanto ieri notte il mio più caro amico è venuto a dare una sbirciatina qui, e mi ha lasciato un gentile messaggio: è già qualcosa,  grazie ancora, Gabry, ciao!

    Racconto : "Ildegarde"

     
     Ildegarde
     
    Dalla carrozza, la giovane Ildegarde assisteva al duello col cuore in tumulto. Era accorsa sperando di fermare i due contendenti, ma era arrivata troppo tardi, la tenzone era già al culmine. Sapeva che il suo Bertran era un maestro della spada, ma la furia dell’avversario la terrorizzava. Egli roteava la sua arma lanciando urla rauche, prima di gettarsi contro il rivale.
    E c’era sempre quel ghigno di maligno piacere sul suo volto bruno. Ildegarde sapeva che egli era certo di vincere.
    Il duello le parve protrarsi per un tempo infinito, in quella gelida alba sfumata di bruma.
    Si sentì quasi venir meno, vedendo Bertran schivare miracolosamente una stoccata, e socchiuse gli occhi per un poco, rivivendo in quegli attimi tutto il suo recente passato.
     Era felice perché le sue nozze con Bertran erano ormai prossime. La sua famiglia di antica origine sveva aveva acconsentito, la potente famiglia di Bertran aveva dato a sua volta l’approvazione e ora le due nobili casate erano riunite nel palazzo in Aquitania, in cui Ildegarde era nata, per festeggiare il fidanzamento dei due giovani. Molti nobili erano presenti.
    Ildegarde guardava dolcemente Bertran: egli era biondo e bello, in lui la ragazza aveva trovato la realizzazione di tutti i suoi sogni adolescenziali e ora l’avvenire non poteva apparirle più roseo. 
    Danzava felice col suo promesso sposo, quando aveva avvertito per la prima volta uno sguardo insistente su di sé, uno sguardo inquietante, sfrontato che non si staccava da lei. Lo aveva guardato fuggevolmente e lo aveva subito riconosciuto: lui, il conte Roland, il più intrepido cavaliere del re. La fissava con un sorriso scanzonato che si accentuò quando i loro sguardi s’incontrarono. Ildegarde provò una violenta sensazione nell’incrociare quegli occhi neri, piccoli come fessure.
    Il volto angoloso dell’uomo, incorniciato da un’incolta chioma corvina, non era bello e le parve animato da una luce perversa. Distolse subito lo sguardo, turbata.
    Fu allora che tutto cominciò. Ildegarde era una giovane donna esile, dai lunghi capelli di rame e l’incarnato chiarissimo, molto bella. Era abituata agli sguardi ammirati degli uomini, ma nello sguardo di Roland aveva percepito qualcosa di più dell’ammirazione, qualcosa che la sgomentava.
    Quella stessa sera egli venne sotto le sue finestre. Lo riconobbe, quando si affacciò per ammirare le stelle, nell’ombra nera che attraversava velocemente il cortile. Prima di ritirarsi frettolosamente e di chiudere la finestra, intuì il suo sorriso e i suoi gesti: un profondo inchino e un bacio sulla punta delle dita.
    Non lo disse a nessuno e di ciò ebbe a pentirsi, non lo disse né a Bertran né ai suoi genitori, nemmeno in seguito, quando la presenza di Roland sotto le sue finestre divenne la consuetudine di ogni sera.
    Egli era abile a non farsi scorgere dalle guardie e dai servi. Se ne stava lì, immobile nel silenzio, nera figura confusa con le tenebre. Di certo si sentì incoraggiato dal di lei fuggevole mostrarsi alla finestra e cominciò a parlarle sommessamente, sussurrandole parole d’amore e versi di poeti.
    “Siete la fulgida scintilla del mio desiderio, Ildegarde”, le diceva ogni sera, anche dopo che lei era scomparsa dietro le tende chiuse. “Non bramo che voi…”
    Lei non gli rispose mai una sola parola.
    In una mattina assolata, all’improvviso, il conte le si fece incontro al limitare del grande parco che circondava il palazzo, mentre la giovane passeggiava insieme alle sue dame di compagnia.
    Le dame gridarono, ritraendosi spaventate. Ildegarde rimase immobile sfidando col suo sguardo d’ambra quel sorriso sfrontato. Roland accennò un inchino, poi con incredibile rapidità la prese fra le braccia e tentò di baciarla. Lei si divincolò rabbiosamente, senza poter tuttavia evitare che le avide labbra dell’uomo sfiorassero le sue. Egli, ridendo, fuggì fra gli alberi, e si dileguò con la stessa velocità con cui era comparso. 
    L’oltraggio era troppo grave e ormai  Ildegarde non poteva più tacere.
    Bertran sfidò immediatamente a duello il conte Roland e ora i due rivali erano lì, nella nebbia densa della mattina invernale, a battersi per lei.
    Ildegarde si sentiva attanagliare il cuore dai sensi di colpa, ma ormai non c’era modo di fermare quel duello. Riaprì gli occhi, si costrinse a guardare. Lo scenario le parve mutato. Sebbene Roland fosse un campione della spada, ora non stava combattendo al suo meglio. Il giovane Bertran riusciva a schivare i suoi assalti poco convinti e aveva iniziato ad incalzarlo. Era come se Roland avesse preso a fingere, anche le sue urla risuonavano false.
    Ildegarde pensò con terrore che forse egli stava solo giocando come il gatto col topo e che, da un istante all’altro, avrebbe dato sfogo a tutta la sua ferocia. Allora Bertran sarebbe stato perduto.
    Inaspettatamente Roland arretrò, schivò con distrazione due colpi di Bertran, fece qualche finta e si volse verso la carrozza, gridando: “Ildegarde, io vi amo, ma voi non sarete mai mia, vero?”
    Lei si ritrasse atterrita all’interno della carrozza. Bertran, ancora più infuriato per le ultime parole dell’avversario, approfittò della sua noncuranza e sferrò il colpo mortale. Ferito in pieno petto, il conte Roland lasciò andare la sua spada, compagna di tante battaglie vittoriose, e sorrise, mormorando: “Non ha senso vivere, né morire.” Poi cadde a terra morto.
     Era incredibile, ma vero: il grande Roland si era lasciato uccidere e Bertran era salvo. Il sollievo e la sorpresa si avvicendarono nel cuore di Ildegarde nei giorni successivi. La giovane insistette per essere presente ai solenni funerali del conte Roland, celando un fiore per lui in una mano, un bocciolo di rosa bianca che lasciò cadere a terra dopo che il rito funebre fu terminato.
    Si sentiva triste e svuotata, il gelo di quella mattina in cui grandi nubi di neve attraversavano il cielo le era entrato nell’anima.
    “L’ho incoraggiato”, pensava con rammarico. “Se io non fossi andata alla finestra, se avessi chiamato le guardie fin dalla prima sera, forse ora lui non sarebbe morto.”
    Il senso di colpa si trasformò in breve in qualcosa di molto simile a un dolore sordo.
    Nel giorno delle sue splendide nozze la giovane Ildegarde era una sposa tanto bella quanto triste. Nessuno, tuttavia, si accorse della sua segreta mestizia, perché lei seppe nasconderla molto bene, e così iniziò la sua vita di moglie fra gioia simulata e inconfessato rimpianto.
    Bertran, dal canto suo, non poteva immaginare le inquietudini della sua sposa. Per lui Roland era ormai solo un occasionale ricordo, l’orgoglioso ricordo di un nemico sconfitto.
    Passò del tempo. Ildegarde cominciò a sognare Roland quasi ogni notte. Nei sogni egli la guardava e le sorrideva, ma non rispondeva alla sua accorata domanda, quella domanda che la tormentava in modo ossessivo: “Perché ti sei lasciato uccidere?”
    Era questo che il cuore inquieto di Ildegarde non riusciva ad accettare: che quel nobile cavaliere all’apice della gloria avesse scelto di morire per lei.
    Ildegarde voleva trovar pace e pensò che l’unico modo fosse andare a visitare il sepolcro del conte.
    Adducendo un pretesto col marito, vi si recò da sola, una mattina.
    L’inverno ormai scemava lentamente verso la primavera, ma l’aria non si era addolcita e il gelo tesseva ancora i suoi ricami sull’erba.
    Ildegarde rabbrividì nella sua pesante veste di lana dalle ampie maniche, ma continuò ad avanzare decisa nella nebbia mattutina col suo fascio di rose bianche fra le mani. Giunse al sepolcro e sostò a lungo presso la lapide, dopo avervi deposto le rose.
    “Perdonami Roland”, sussurrò con gli occhi velati di lacrime. “Io non volevo la tua morte.”
    Restò per un poco in silenzio, come in attesa d’una risposta. Era andata in quel luogo con la segreta speranza che lo spirito di Roland le si manifestasse e placasse il suo delirio, ma le rispose soltanto il silenzio nudo della morte.
    “E’ tutto vano”, pensò tristemente Ildegarde. “Non può esserci alcuna comunicazione fra vivi e morti. Essi sono lontanissimi, persi nel nulla per sempre.”
    Da quel giorno il suo animo sprofondò in un’angoscia ancora maggiore.
    La giovane donna non aveva più pace e cominciò anche a rifiutare il cibo. Il marito, in ansia per lei, mandò a chiamare vari medici, ma nessuno di loro riuscì a diagnosticare la misteriosa malattia della castellana.
    Ildegarde cercò di rassicurare il marito, gli disse che il suo turbamento era dovuto al non aver ancora concepito un figlio, che non c’era altra pena nel suo cuore, che nessuna malattia l’affliggeva.
    In realtà il suo unico desiderio era tornare alla tomba di Roland e, per quanto si sforzasse d’ignorarlo, non vi riuscì.
    Infine si recò di nuovo al sepolcro.
    Presso la lapide, le sue rose bianche stranamente erano ancora intatte, ma appena lei si avvicinò, i petali cominciarono a staccarsi dagli steli e a volteggiare nell’aria fino a formare una bianca spirale che prese a turbinare intorno al corpo della donna. Trasognata, lei stava immobile al centro di quella girandola di petali che sfioravano le sue vesti, come a volerla accarezzare. Era un segnale, una risposta, Ildegarde lo sapeva.
    “Egli gradisce la mia presenza qui”, pensò felice, allargando le braccia e alzando lo sguardo al cielo, avvolta nella danza dei petali di rosa. “Tornerò qui ogni giorno!” E il suo cuore si schiuse finalmente al sollievo.
    In quel momento seppe di essere incinta.
    Passò del tempo e, malgrado la gravidanza, il corpo di Ildegarde si assottigliava sempre più. Per recarsi ogni giorno alla tomba di Roland ormai non aveva quasi più bisogno di camminare, era il vento che la portava con sé.
    Sostava sempre più a lungo presso la tomba, invocando in silenzio lo spirito che lei bramava, ma che non le aveva più dato alcun segno.
    Tuttavia una mattina trovò una bella bambina tutta vestita di bianco, seduta presso la tomba.
    La bimba la guardò con i suoi tristi occhi cerulei, identici a quelli di Bertran, e le tese una rosa bianca. Sorpresa, Ildegarde si chinò su di lei per prendere il fiore, ma quando aprì le labbra per parlare alla bimba, lei svanì. Ildegarde ebbe un capogiro e cadde svenuta sulla lapide. Restò riversa a lungo, in preda a un sogno.
    Si trovava al centro d’una grande sala lucente di candelabri d’argento e un armonioso suono d’arpa le arrivava all’udito. All’improvviso le appariva Roland. Le regalava il suo sorriso scanzonato, s’inchinava profondamente e la invitava a danzare. Lei si muoveva con grazia, seguendo la musica, con gli occhi persi in quelli di lui ed egli finalmente rispondeva con voce roca alla sua antica domanda: “Mi lasciai uccidere, mia Ildegarde, perché ero stanco. Stanco di me, della mia stessa gloria, e avido solo di te che non potevo avere. Ma, morendo, spregiai la morte insieme alla vita, così entrambe mi rifiutarono e ora vago solo fra vita e morte, aspettando te. Vieni con me, Ildegarde, saremo insieme per sempre…”
    “Sì, Roland, sì…”, sussurrò Ildegarde, rinvenendo.
    Il sogno svanì e lei tornò faticosamente a casa. Si sentiva distrutta e quella sera stette molto male. L’indomani seppe d’aver perso la sua bambina. I medici la costrinsero a restare a letto, il marito si mise al suo capezzale per vegliarla amorevolmente. Ildegarde non smetteva di piangere e non pronunciava una sola parola. Ma non piangeva per la perdita della sua creatura, piangeva per non essere potuta andare, quel giorno, alla tomba di Roland.
    A notte fonda il sonno colse Bertran.
    Facendo appello alle sue ultime forze, Ildegarde si alzò dal letto, corse allo scrittoio, vergò in fretta alcune righe, poi fuggì via.
    Al sepolcro di Roland tutto era solitudine e silenzio.
    Ildegarde attese, immobile e sospesa. Il suo respiro era sempre più debole e infine le mancò. Stava per cadere a terra, quando due braccia forti, la sorressero. Alzò gli occhi, prima che la luce li abbandonasse, incontrando lo sguardo cieco di Roland. Svanirono nel buio in un convulso abbraccio, smarrendo il proprio essere per poi ritrovarlo e perderlo di nuovo…
    “Mio dolce Bertran”, diceva il breve biglietto lasciato da Ildegarde a suo marito. “Non sono mai appartenuta né a te, né a questo mondo, per questo ora vado via, verso un regno senza nome, dove la vita si confonde con la morte. Perdonami e non piangermi.
    Ildegarde”
    November 28

    Oggi...

    Oggi pomeriggio sono qui tutta sola. Niente lavoro. Volevo dormicchiare un po', ma non ci sono riuscita. Beati i miei due mici che ronfano beatamente. Non so perché ho cominciato a scrivere in un blog. Non ho pensieri profondi da comunicare. E poi comunicare a chi? Per ora ho invitato qui solo il mio migliore amico di tutta la vita, e non solo di questo mondo virtuale, ma non si è neppure preso la briga di venire a dare una sbirciatina alle poche righe che ho scritto, alle poche foto che ho aggiunto. Desiderio di comunicare, nel mio quotidiano silenzio... Ma scrivere un qualcosa qui è come lanciare un messaggio in bottiglia nell'Oceano: l'oceano del web nel quale mi aggiro spaurita come un naufrago su una zattera.
    Una volta scrivevo racconti e fiabe. Una mia favoletta l'ho messa qui tanto per cominciare a dire qualcosa... Erano cose di poco valore i miei raccontini, certo, robetta, ma mi aiutavano a sentirmi un po' più viva, mi distraevano dal mio nulla abituale. Ora nulla e nulla. Mi è spuntata una piccola idea l'altra mattina, ma non sono ancora riuscita a darle una forma. Se mai ci riuscirò mi sembrerà quasi un miracolo.
    Buona vita a tutti, a quelli che per caso mi leggeranno e anche a quelli che non mi leggeranno.
    Per ora va così, poi si vedrà...Sorriso
    November 26

    Eccomi qui!

    E' la prima volta che scrivo in un blog e non so da dove cominciare... Beh, magari con una fiaba che ho scritto tanto tempo fa: le fiabe sono sempre un buon inizio...
    Chissà se riuscirò mai a scrivere qualcosa di nuovo...
     

                                                                                                   La fatina della violetta
    C’era una volta, in un bosco fatato, una tenera viola mammola che emanava un intenso profumo.

    Dentro la viola, fra i suoi morbidi petali, abitava una fatina molto piccola.

    La fatina era fuggita dal suo popolo e si era nascosta in quella violetta, perché tutte le altre fate la schernivano malignamente a causa delle sue piccole dimensioni e dei suoi scarsi poteri magici.

    Infatti, non sapeva compiere grandi magie, sapeva soltanto cantare splendide canzoni, con voce tanto melodiosa che anche gli usignoli del bosco tacevano per ascoltarla.

    Allora, nascosta nel calice del fiore, la fatina intonava ogni sera le sue soavi canzoni e, dal cuore della violetta, uscivano dolcissime melodie che viaggiavano nel vento, sulla scia del profumo del fiore.

    Il vento del bosco annusò quel profumo che portava con sé e s’innamorò della violetta.

    Un folletto che passeggiava nel bosco ascoltò le bellissime canzoni della fatina e s’innamorò anch’egli della violetta, pensando però che fosse il fiore a cantare.

    La timida fatina nascosta fra i petali del fiore sbirciava la vita segreta del bosco e una sera, alla luce della luna, scorse il folletto vicino alla viola: guardava il fiore con occhi innamorati, aspettando che cominciasse a cantare.

    La fatina osservava di nascosto il folletto e le sembrava strano e bello con i suoi colorati indumenti: il copricapo rosso con i campanellini, gli attillati calzoni neri, la cintura dorata e le bizzarre scarpe a punta.

    S’innamorò subito di lui, ma pensò che il folletto non l’avrebbe mai voluta, così piccola e insignificante com’era e che l’avrebbe derisa come facevano gli altri esseri fatati del bosco, se l’avesse vista.

    Allora intonò un canto d’amore molto triste che commosse profondamente il folletto.

    Passò il vento, sfiorò amorosamente il fiore che tanto amava per il suo profumo e si rattristò: la violetta presto sarebbe sfiorita, il suo profumo sarebbe svanito.

    Allora il vento decise cosa fare: avrebbe soffiato più impetuoso, avrebbe strappato dal calice i petali profumati, prima che si seccassero, e li avrebbe portati via con sé per avere il loro profumo per sempre.

    Il vento soffiò forte, i petali della violetta volarono via tutti; la fatina restò priva del suo rifugio e, piangendo spaventata, cadde giù dal calice e rotolò nell’erba, ai piedi del folletto.

    Si aggrappò allo stelo del fiore, cercando di nascondersi per la vergogna e sbattendo le sue ali d’oro nella speranza di poter volar via, ma le sue ali erano troppo piccole e non ci riuscì.

    Il folletto si chinò sulla fatina piangente e riconobbe perfino nei suoi singhiozzi la soave voce di cui si era innamorato, pur credendo fino a quel momento che appartenesse a un fiore.

    “Ma allora eri tu a cantare!”, le disse gentilmente, prendendole la manina per aiutarla a rialzarsi.

    “Sì, ero io. Ora tu sarai molto deluso.”

    “Non sono affatto deluso. Credevo stupidamente di essermi innamorato della violetta, non sapendo che fra i suoi petali ti nascondevi tu. Sei la fatina più dolce di tutto il bosco e, ora che ti ho trovato, non ti lascerò mai più. Vuoi essere mia per sempre?”

    “Sì”, rispose la fatina, tutta rossa in viso per l’emozione. “Ma non t’importa che io sia tanto piccola?”

    “Per me non sei piccola”, le rispose teneramente il folletto. “Sei la mia gioia più grande.” E la baciò.

    C’erano una volta, e forse ci sono ancora, una fatina e un folletto innamorati.

    Lei era davvero molto più piccola di lui, non arrivava nemmeno alla sua cintura d’oro, ma lui non se ne accorgeva neppure.

    Il bosco preparò una grande festa per le loro nozze. Gli uccellini portarono gli inviti a tutti. I grilli tirarono fuori i violini per accompagnare il canto gioioso delle cicale. Le farfalle fecero un’allegra girandola di brillanti colori. Le lumache striarono d’argento il cammino degli sposi. I ragni ordirono finissime tele lucenti tra i rami degli alberi. Il vento innamorato soffiava dolcemente col suo profumo di viola.

    Le fate del bosco erano molto invidiose di tutto questo.

    Dopo il fastoso matrimonio celebrato sotto un salice da un vecchio gufo, gli sposi felici partirono su una splendida berlina dorata, dono del re degli elfi, verso un paese lontano e sconosciuto dove non c’era invidia, né malevolenza, e le differenze non contavano nulla.

                                                                                                                                                                   Fatina