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December 31
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Nella tarda mattinata, intenta alle solite frenetiche faccende domestiche che nemmeno nei giorni festivi posso tralasciare, mi accorgo che l'alberino mi guarda pigramente, un po' insonnolito. "Oggi è l'ultimo giorno dell'anno", gli dico "ed è ancora festa per te." Sbadiglia: "Una festa che poco mi riguarda, tuttavia, cosa vuoi che me ne importi di un cambio di data?" "In effetti non importa nulla neanche a me, domani sarà il 2009, invece che il 2008, ma non ci trovo niente da festeggiare, anzi è una ricorrenza che mi rende un po' triste, mi fa pensare ancora di più al quel fatto lì..." "Quale fatto?" "Tempus fugit..." "Ah sì...", la sa lunga il mio alberino su questo argomento, ma forse non vuole parlarne. "Si invecchia e basta", aggiungo. "Ieri sera guardavo la TV: immagini di eventi appartenenti a un passato non troppo lontano, immagini che mi apparivano recenti e insieme remote. Cioè erano remote, perché ormai risalenti a più d'un decennio fa, ma così nitide nella mia memoria da sembrarmi recenti, del mio tempo, insomma..." "Ciò accade appunto quando si invecchia", commenta l'alberino "quando il tuo tempo diventa lungo e i tuoi ricordi corrono veloci all'indietro in un ampio arco di anni, mescendo il passato al presente ." Certe volte mi sciocca con la sua semplice saggezza. "Beh, sì... Questo 2008, sai, non è stato né tanto bello, né tanto brutto. E' stato un anno così, neutro, e spero solo che il prossimo 2009 conservi questa neutralità: se non tanta gioia, almeno non tanto dolore. Mi accontenterei, se andasse ancora così." Ti accontenteresti, perché ormai non speri più." "Tu speri?" "Io sono solo un alberello di Natale..." "Magico e apotropaico, però!" Sbuffa, un po' infastidito: "Pretendi sempre troppo da me!" "Hai ragione. Non pensiamoci più. Stasera... lo so che non è la tua festa preferita, ma avrai occasione di brillare e di pavoneggiarti ancora nella tua magica bellezza, non sei contento?" Non disdegna mai di essere vanesio e finalmente sorride: "Ah sì, per questo sì..." "Allora ti metto vicino il vischio, guarda quanto è carino con le sue spighe e il ragnetto d'argento. Veglierai un po' su di lui, stasera?" "Per renderlo apotropaico?" "Beh, non volevo chiedertelo esplicitamente, ma..." "Lo stai facendo..." Svio il discorso. "Ti accendo già le lucine?" Sì, grazie." "Ecco, sei bellissimo. Allora, stasera, ci faremo gli auguri di buon anno..." Sorride, mi pare, un po' ironicamente: "Sì, come l'anno precedente..." Annuisco: "Sì, stupidamente, come ogni anno, pensando che quello che sta per arrivare sia più bello di quello che se ne sta andando. Chissà perché, poi... forse perché è una cosa apotropaica..." Memorie letterarie anche oggi, memorie che il mio alberino condivide volentieri con me:
Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere
Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo? Venditore. Si signore. Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo? Venditore. Oh illustrissimo si, certo. Passeggere. Come quest'anno passato? Venditore. Più più assai. Passeggere. Come quello di là? Venditore. Più più, illustrissimo. Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? Venditore. Signor no, non mi piacerebbe. Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi? Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo. Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo? Venditore. Io? non saprei. Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice? Venditore. No in verità, illustrissimo. Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero? Venditore. Cotesto si sa. Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse. Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? Venditore. Cotesto non vorrei. Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? Venditore. Lo credo cotesto. Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? Venditore. Signor no davvero, non tornerei. Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque? Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti. Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo? Venditore. Appunto. Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? Venditore. Speriamo. Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete. Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. Passeggere. Ecco trenta soldi. Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. (Giacomo Leopardi)

| December 26
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There's a hole in my soul That's been killing me forever It's a place where a garden never grows... (Aerosmith)
Ho spolverato un po' intorno all'alberino, stamattina, ho acceso le sue lucine, ma lui ha subito protestato: "Fai piano, non accendere le luci ancora, sono un po' stanco..." "Stanco? Di già? Ma è festa per te anche oggi!" Ha sospirato: "Oh in realtà la mia vera festa è già passata. Ora starò qui ancora per un po' di giorni, lo so, ma la grande magia è finita e... mi dispiace." "Che sia finita? Lo so, anche a me, lascia come un buco nell'anima..." "Sì, ma non è solo quello, mi dispiace per te, non sono stato bravo quest'anno." "Perché dici così? Ho avuto dei regali splendidi: libri di fiabe e letteratura e fini monili d'argento e perle che sembrano venuti dal mare, poi il tuo racconto e... ti guardavo ieri sera, eri così bello che quasi non ci potevo credere." Ha sospirato ancora, mi è sembrato perfino un po' meno vanesio: "Sì, ma l'ho capito, sai, che quelle briciole di serenità non sono state sufficienti per te..." Eppure avevo fatto di tutto per tenerglielo nascosto... "Non ci pensare, è colpa mia, della sciocca Cassandra che sono." "Volevo farti essere un po' meno Cassandra, in questi giorni..." "Ma hai fatto molto, davvero, non ti devi sentire in colpa e sorridi, sei splendido anche oggi!" "Sì... forse... Ma oggi, in fondo, si può anche riposare un po', non credi? Non è più tanto festa. Accendi le mie lucine un pò più tardi, per favore." "Va bene, come preferisci. Sognerai?" "Sì e tu?" "Sognerò insieme a te, oggi, mio piccolo albero, tenendo vicino a me i doni ricevuti, fingendo di non sapere che il nostro magico giorno è già volato via, lasciandoci ancora una volta un piccolo buco nell'anima..."

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December 25
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Natale. L'alberino oggi è lì, silenzioso, estasiato, obnubilato dalla sua notte di fulgore. Oggi non fa che godersi la sua calda luminosità, la sua bellezza ormai matura, non si occupa di me, non mi parla e io lo lascio tranquillo a godersi l'incanto del suo giorno, non gli svelo il mio cuore ostinatamente angosciato. Forse lo avverte, ma ora entrambi preferiamo fingere, apotropaicamente, e perciò non gli rivelerò che le briciole di serenità che mi ha donato ieri non sono state sufficienti, non adesso almeno. Cassandra: la sua bieca preveggenza non creduta nel clamore della festa... Mi chiedo quanto quella preveggenza abbia influito, in quel tempo mitico, sul tragico destino di Ilio, mi chiedo se e quanto il pensiero negativo possa ogni giorno influire sull'evolversi della realtà... Non è bello sentirsi Cassandra, sopratutto a Natale.
Così basta, basta! Come il mio signor Chiuv, scaccio i miei fantasmi di pensieri: "Via da me tutti!" E, come nel mio ultimo racconto (dono dell'alberino) sul signor Chiuv, ora non si può far altro che restare qui in silenzio a contemplare il magico fulgore del giorno festivo, senza ambire invano ad imprigionarlo per sempre. La sua lucente magia vive proprio nella sua fatale fugacità.

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December 24
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Briciole di serenità d'oro e d'argento. Briciole dolci come quelle del panettone, rare nella mia inquietudine insanabile che nemmeno la magia della festa riesce a dissipare del tutto. Dov'è la tanto sognata armonia di questi giorni? Oggi ancora non la trovo... L'alberino mi guarda, mentre mi do da fare intorno a lui, nei piccoli preparativi per la sua solenne notte: sistemo i piccoli doni ai suoi piedi, i bigliettini... sospiro. Sento che sospira anche lui. Lo guardo, mi sembra che pianga, ma non vuole che me ne accorga. Faccio finta di niente, ma lo sento bisbigliare:"Ho provato, sto provando, mi dispiace..." Annuisco: "Lo so, lo so..." "E' che sono cose difficili. Cioè... un tempo erano più facili, ma ora con gli anni... invece di crescere sono diventatato sempre più piccolo, sempre più debole..." "Lo so, non piangere, sono più debole anch'io." "Quelle poche briciole di serenità... io volevo dartene tante di più, come desideravi, in fondo non mi avevi chiesto nient'altro..." "Basteranno", lo rassicuro "Ce le faremo bastare, stai tranquillo. E ora sorridi, su, stasera sei proprio bellissimo!" Sorride infine, un po' rinfrancato: "sì!" Non dimentica mai di essere vanesio. Per rallegrarci, per farci compagnia cantiamo insieme una vecchia filastrocca sulle renne di Babbo Natale:
 Non solo fanno la slitta volare e in ciel galoppano senza cadere Ogni renna ha il suo compito speciale per saper dove i doni portare Cometa chiede a ciascuna stella Dov’è questa casa o dov’è quella. Fulmine guarda di qui e di là Per sapere se la neve verrà. Donnola segue del vento la scia Schivando le nubi che sbarran la via. Freccia controlla il tempo scrupoloso Ogni secondo che fugge è prezioso. Ballerina tiene il passo cadenzato Per far che ogni ritardo sia recuperato. Saltarello deve scalpitare Per dare il segnale di ripartire. Donato è poi la renna postino Porta le lettere d’ogni bambino. Cupido, quello dal cuore d’oro Sorveglia ogni dono come un tesoro. Quando vedete le renne volare Babbo Natale sta per arrivare.
| December 20
Il mio alberino mi ha già consegnato il suo primo dono di Natale: mi ha suggerito un racconto! Cosa molto gradita, era da tanto che non riuscivo a scrivere nulla. Il personaggio è una vecchia conoscenza, il Signor Chiuv, protagonista di una storia dello scorso anno. La suggestione dell'albero lo ha fatto rivivere in una nuova avventura: chissà se sarà l'ultima o se, fra un altro anno, mi verrà fuori qualche altra cosa sul signor Chiuv?
L'eco del più celebre verso di Dante e le parole dell'ennesima canzone dei Nightwish (il mio solito miscuglio fra sacro e profano) hanno completato il quadro.
Grazie alberino, per questo piccolo dono, lo so che stai facendo del tuo meglio e che tutte quelle altre cose che ti ho chiesto (giorni sereni, timori lontani....) sono un lavoro difficile per te.
Apprezzo comunque i tuoi sforzi, mio dolcissimo amico.
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L’ albero del Solstizio d’inverno - Angels fall first
Ai piedi del grande albero viveva un piccolo popolo… Grande…veramente quell’albero non era affatto grande, agli occhi di un umano sarebbe apparso un arbusto assai insignificante, ma per il piccolo popolo che si era stabilito presso le sue radici esso era gigantesco. In realtà era solo un alberello strano di chissà quale specie: non un platano non un abete, non un faggio, nulla di noto. In ogni stagione, anche in primavera, era brullo ed ergeva timidamente verso il cielo i suoi ramoscelli rinsecchiti, privi di foglie, fiori e frutti. Solo in un breve periodo dell’anno, in dicembre, quando si avvicinava il Solstizio d’inverno, prendeva vigore e subiva una vera trasmutazione. Allora l’albero si vestiva di innumerevoli piccole foglie dai brillanti colori, che andavano dal rosa intenso al giallo dorato, con tutte le possibili sfumature intermedie. Diveniva così, almeno per qualche giorno, sfavillante di luce, bellissimo. Poi all’improvviso, ai primi di gennaio, tutte le foglie inaridivano, si staccavano dai rami e svanivano nel vento, lasciando l’albero nuovamente spoglio. Era un albero strano, certo, e un bizzarro popolo di esseri minuscoli si era radunato ai suoi piedi. Era un piccolo popolo di reietti, creature che, per il loro modo di essere o per qualche loro scorretto comportamento, avevano offeso le comunità a cui appartenevano e ne erano stato banditi. C’era ad esempio uno gnomo pigro: gli gnomi, si sa, sono molto industriosi e, non sopportando l’indolenza ostinata di quel loro simile, l’avevano cacciato via. La stessa cosa era accaduta a un folletto stupido, a un elfo ladro, a una fatina brutta, a una strega buona, e via dicendo. Ognuno di essi si era costruito una casupola di frasche presso l’albero del Solstizio invernale ed era rimasto lì, in esilio, pensando con nostalgia alla propria dimora lontana e rallegrandosi solo una volta all’anno, quando l’albero si tingeva come per incanto di rosa e di giallo dorato. E infine c’era il signor Chiuv.
Chiuv era un essere di dubbia origine, unico superstite d’una stirpe antica ormai estinta. Era un afaino: un essere di piccola statura, ma dalla testa sproporzionatamente grossa, il volto pallido e rugoso, il naso camuso, gli occhi a mandorla fosforescenti, le orecchie appuntite, i capelli gialli come la paglia. Un tempo aveva vissuto nella sua ridente città, Afaneia, senza mai saperne apprezzare e godere l’atmosfera briosa, schivando sempre la compagnia dei suoi simili per l’innata ritrosia del proprio carattere. Aveva vissuto solitario e silenzioso fra i libri della biblioteca che custodiva scrupolosamente; aveva ingannato il tempo disegnando fiorellini viola su un quaderno a quadretti, guardando al tramonto l’azzurro del cielo dalla sua finestrella. Era stata una vita così, la sua, una vita anonima, senza infamia, senza lode, una vita che per lui stesso non aveva avuto valore, fino a quella notte. All’improvviso, una notte, i terribili Oftentes delle montagne erano piombati su Afaneia per saccheggiarla e avevano rapito e massacrato tutti gli Afaini. Chiuv, chiuso nella sua biblioteca, non si era accorto di nulla e nemmeno gli Oftentes si erano accorti di lui. Così l’afaino più anonimo e insignificante di tutti era sopravvissuto alla strage. L’indomani aveva scoperto sgomento la sua città devastata e aveva compreso con orrore di essere l’unico del suo popolo rimasto vivo, l’unico che della vita non sapeva che farsene. Era fuggito via, quella mattina terribile, via nel freddo di dicembre, via senza portar nulla con sé, nemmeno uno dei suoi amati libri, nemmeno un quaderno a quadretti per disegnare fiorellini viola. Via, correndo a perdifiato, fino al cuore della foresta, fino a un grande albero che all’improvviso, come per incanto, davanti ai suoi occhi sbigottiti, si era tinto di rosa e di giallo dorato, abbagliandolo con la sua iridescente luminosità. Così il signor Chiuv, stregato dalla magia dell’albero, si era fermato lì e aveva costruito la sua piccola capanna di frasche presso le radici, come tutti gli eterogenei abitanti di quel luogo. Aveva scambiato con loro solo qualche sguardo curioso, non aveva fatto parola di sé con nessuno, aveva lasciato che mormorassero a loro piacimento sulla sua stranezza, sulla sua “dubbia origine”. Si era ritirato nella nuova abitazione, ritrovando la sua mesta solitudine, cercando di non pensare alla sua biblioteca, ai suoi libri perduti, fingendo di non ricordarsi più di essere l’unico sopravvissuto del popolo degli Afaini. Non poteva più leggere, ma poteva ancora disegnare, sebbene non avesse più i suoi quaderni a quadretti a disposizione. Aveva imparato a fabbricarsi una rozza carta macerando e poi asciugando paglia, foglie e corteccia. Ora però non disegnava più fiorellini viola, ma le foglioline dorate e rosate che comparivano a dicembre sui rami dell’albero magico e a gennaio scomparivano misteriosamente nel vento. Chiuv guardava estasiato le foglie dell’albero, restava a fissarle dal loro apparire al loro dileguarsi, sognando di poterne catturare almeno una per conservarla per sempre. Non ci era mai riuscito. Ogni tanto ripensava ai versi degli antichi poeti e cercava di ricordarne qualcuno, ma essi sfuggivano alla sua mente indebolita, come il color rosa-dorato delle foglie magiche si sottraeva inesorabilmente alla sua vista, in gennaio. Era ormai qualche anno che il signor Chiuv viveva ai piedi del grande albero. Una ventosa notte di dicembre (l’albero si era da poco coperto di foglie lucenti), si svegliò di soprassalto, ricordando all’improvviso un verso d’un antico poeta: “Amor ch’a nullo amato amar perdona…” * Rabbrividì: che voleva dire quel verso? Da dove veniva? Non ricordava null’altro, non l’opera, non l’autore. Il significato di quelle poetiche parole gli sfuggiva completamente. Chiuv provò un gran senso d’inettitudine. Stordito, si mise a sedere sul suo lettuccio, ascoltando l’ululato del vento, col timore che quella furia strappasse via dall’albero tutte le belle foglie nuove. Cercava di pensare alle foglie per non pensare al verso, per non sentire quella vocina acuta che gridava dentro di lui: “Guardati dai poeti!” Certo che bisognava guardarsi dai poeti! I poeti erano gli autori di tanti libri che lui aveva custodito amorevolmente nella sua passata vita di bibliotecario ad Afaneia… Ma non doveva più pensare ad Afaneia, né ai poeti, né ai libri. Fantasmi di ricordi: “Via da me, tutti!” Stava per rimettersi a dormire, quando udì un tonfo provenire da fuori. Sussultò, scattò in piedi, corse a vedere, dischiudendo con circospezione la porticina della capanna. “Amor ch’a nullo amato amar perdona…”* “Guardati dai poeti!” Proprio davanti alla sua capanna, una minuscola creatura alata giaceva nella neve. Era ferita agli occhi e una delle sue ali nere sanguinava, macchiando di rosso il niveo candore. Agitava le mani nel buio in cui non distingueva nulla, spaventata, smarrita, priva di vista e di voce. Un raggio di luna uscì dalle nubi, illuminandola: Chiuv rimase folgorato dalla sua bellezza oltremondana. Aveva la pelle bianca come la neve, lunghissimi capelli neri che le avvolgevano tutto il corpo come un serico manto, vividi occhi cerulei e quelle grandi ali corvine.Chissà da quale mondo proveniva, forse dalle sfere celesti, forse dai regni inferi. Era un angelo o magari un demone, appariva più leggiadra d’una fata, più eterea, più fragile. Doveva aver avuto una disavventura in volo, forse si era scontrata con qualche grande rapace che le aveva ferito gli occhi e le ali. Gli angeli, si sa, cadono per primi…
“An angelface smiles to me Under a headline of tragedy… Oh, Lord why the angels fall first?” **
Mille ipotesi passarono fulminee nella mente di Chiuv. Si mosse rapido, inconsapevole del suo stesso agire, la prese delicatamente fra le braccia, la portò dentro la capanna. Era la prima volta che lasciava entrare qualcuno nella sua solitaria dimora, anche quando viveva ancora ad Afaneia non aveva mai permesso a nessuno di entrare in casa sua, neppure alla buona signora Yuvva che ogni giorno veniva a portargli il pranzo... Ma ora non c’era tempo per pensare… Non senza fatica e timore, adagiò sul giaciglio la creatura ferita che emise un piccolo gemito di dolore, poi perse i sensi. Il signor Chiuv prese ad affannarsi intorno a lei. Improvvisamente gli tornarono alla memoria tante nozioni mediche che aveva appreso dai libri della sua biblioteca, ricordò come si preparavano con le erbe medicine per disinfettare le ferite, come si faceva per immobilizzare le ali spezzate degli uccelli. Curò la misteriosa creatura con una rapidità e una maestria che non si conosceva, restò tutta la notte a vegliarla…
Era quasi guarita, ormai. Una mattina Chiuv le tolse le bende dagli occhi e, con soddisfazione, scoprì che lei ci vedeva benissimo: gli regalò un dolce sguardo turchino e un incantevole sorriso, ma rimase muta. Chiuv controllò l’ala e pensò che l’indomani avrebbe potuto togliere anche le ultime bende. Presto Yuvva avrebbe potuto tornare a volare, volar via di lì… L’aveva chiamata Yuvva, sì, in ricordo della dolce signora di Afaneia alla quale non aveva mai saputo dimostrare il suo affetto, la sua gratitudine. Forse era per questo motivo che ora si prodigava tanto per quella creatura venuta da un altro mondo. “Presto potrai volar via, Yuvva”, e gli si strinse il cuore nel dir così. Lei gli rispose solo con un altro piccolo sorriso. Non parlava la sua lingua, di certo non la comprendeva, perciò Chiuv credeva che non avrebbe mai udito la voce di Yuvva e che avrebbe potuto ricordare solo quel lieve gemito di dolore che lei aveva emesso quella prima notte, svenendo. Assomigliava al gemito del suo cuore… “Amor ch’a nullo amato amar perdona…”* “Guardati dai poeti!”
“An angelface smiles to me Under a headline of tragedy… Oh, Lord why the angels fall first?”* *
Nessuno sapeva che una misteriosa creatura alata si trovava in casa del signor Chiuv, l’afaino non l’aveva rivelato ad anima viva. “Del resto”, si diceva “molto presto lei se ne andrà e prima lo farà, meglio sarà, comincio ad essere stufo della sua presenza…” Tuttavia, guardandola quasi di nascosto da se stesso, mentre si fingeva concentratissimo a disegnare foglioline sulle sue strisce di carta, non poteva fare a meno di pensare che forse nemmeno le foglie dell’albero magico, nel giorno solenne del Solstizio d’inverno, erano belle quanto lei… Ma no, ma no, che sciocchezze! Non c’era nulla di più bello delle foglie rosee e dorate, e quell’anno lui sarebbe riuscito a catturarne una, prima che svanissero, lo sapeva, ne era certo. E magari l’avrebbe regalata a Yuvva… Fantasmi di desideri:“ Via da me, tutti!”
“Amor ch’a nullo amato amar perdona…”* Una notte, il signor Chiuv si svegliò di soprassalto e gli balenò in mente il significato dell’antico verso: era la sentenza universale in cui l’amore si affermava come fatale: chi è amato deve riamare! Desiderò farlo sapere subito a Yuvva, dimenticando che lei non poteva comprendere alcuna sua parola. Saltò giù dalla brandina dove ora dormiva, perché il suo letto l’aveva ceduto a Yuvva, fece luce e, col cuore in tumulto, s’avvide che lei non era più nella capanna. Fuori, nelle neve, scrutando ansiosamente il buio alla fioca luce d’una candela. Sotto i rami del grande albero, ora le creature alate erano due e si parlano fra loro con voci oltremondane. Chiuv poteva udire la voce armoniosa di Yuvva che si incrociava con quella del suo compagno, di certo un principe del cielo. Chiuv, immobile con la candela in mano, tratteneva il respiro. Vide il secondo essere dalle ali nere piegarsi dolcemente su Yuvva, accarezzarle gli occhi, baciarla, toccarle l’ala ormai guarita ed esaminarla con cura. Lo vide sorridere, annuire, indovinò le sue parole di incoraggiamento per lei: “Puoi farcela ora…” La prese per mano, si scostò un po’ da lei, si guardarono con tenera fiducia. In un unico battito d’ali si levarono in volo, velocissimi giunsero al cielo, disparvero fra le dense nubi della notte invernale.
Farewell… no words to say… Tears of love, tears of fear Bury my dreams, dig up my sorrows Oh, Lord why the angels fall first?* *
“Noooo!”, l’urlo di Chiuv rimase strozzato nella sua gola, egli non poté pronunciare una sola sillaba, per un tempo che gli parve infinito non riuscì neppure a muoversi. “Amor ch’a nullo amato amar perdona…”* Chi è amato deve riamare… ma infine chi sarà riamato? Chi? “Guardati dai poeti!” Chiuv si scosse, rifiutò quel verso per sempre, rifiutò tutti i versi di tutti i poeti del mondo. Non ne avrebbe ricordati mai più, non avrebbe più udito dentro di sé quella voce che lo metteva in guardia. Si volse, si avviò mestamente verso la sua vuota capanna. Era mezzanotte nelle tenebre magiche del Solstizio d’inverno e l’albero aveva raggiunto il culmine della sua bellezza. Chiuv rimase ancora una volta ammaliato dal suo splendore d’oro rosato, lo guardò ad occhi spalancati, dimentico di tutto, noncurante di se stesso, della sua rinnovata solitudine. Allora, una foglia si staccò da un ramo e cadde nella neve ai piedi di Chiuv, come se l’albero avesse deciso di donarla all’afaino. Era lì, davanti a lui, la foglia magica tanto sognata, tanto desiderata, non gli restava che chinarsi e prenderla, ma Chiuv non lo fece. Aspettò che si levasse il vento, lasciò che una folata trascinasse via la foglia d’oro rosato. Quando scomparve alla sua vista, Chiuv sospirò di sollievo, sentì il suo cuore schiudersi alla verità. Tornò infine alla sua dimora, entrò, chiuse l’uscio alle sue spalle. Ora tutto gli era chiaro. Non era lecito tener nascosto un angelo in un’oscura capanna, sottraendolo al cielo. Non era lecito possedere per sempre la bellezza del Solstizio d’inverno con la sua profonda magia. Essa poteva esser solo contemplata fugacemente e poi dolcemente riposta nel segreto del cuore, come il riflesso del volto di un angelo sfolgorante nell’ombra d’un sogno.
Sing me a song of your beauty of your kingdom… Today a moonbeam lightens my path My guardian. **
* Dante - Inferno - canto V ** Nightwish - Angels fall first
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| December 08
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E' qui, l'alberino è di nuovo qui!!!
Corri, corri, in fretta in fretta ho sbrigato le mie varie incombenze, stamattina, per poi dedicarmi interamente a lui. Sapevo che era sveglio dall'alba e mi aspettava con impazienza. Emozione infantile nel trarlo alla luce, sottraendolo delicatamente all'oscurità del cassettone. Lo percepisco ancora più piccolo e fragile di quanto ricordi, dolce, tenerissimo, ma sempre orgoglioso. Non ha un carattere facile il mio alberello. "Ciao, ciao! Ben trovato, che gioia! Ce lo eravamo promesso, ricordi? E ci è stato concesso, ringrazio per questo... Hai un'anima tu, sono certa che hai un'anima, e mi conosci, mi comprendi, mi ascolti..." Con aria di noncuranza, modera i miei entusiasmi: "Sì, sì, ma fai piano, fai con cura, sono delicato, io, non dimenticarlo!" "Sì, faccio del mio meglio, ecco qui, sei già in piedi, apro i tuoi rametti...." "E piano!" Ha ragione, quei rametti d'argento sono cosi esili e antichi, si potrebbero rompere. Brividi di preoccupazione. "Faccio piano, certo, ecco fatto, ora le luci..." "E il puntale rosso?" "E' qui, è qui!" "E le palline bianche? Sono le più belle, mettile in vista." "D'accordo." "Il pendaglio azzurro anche... Mi sembra che tu stia facendo tutto un po' a caso!" Che esigente, che vanitoso! "Oh insomma, non ti lamentare, lo sai che poi ti faccio sempre bellissimo." "Insomma... E la stella? Non la metti?" "Abbi pazienza, arriva, va bene qui?" "Un po' più in centro, se no non si vede." "Ma che fatica che sei!" "Ti sei invecchiata!" "Pure tu!" Infine è pronto e si pavoneggia nella sua luminosità. "Va bene così?" "Ah... forse sì". "Come sarebbe forse?" "Mi devo ancora adattare, lo sai che mi ci vuole qualche giorno." "Va bene. Sarai...apotropaico?" E' una domanda difficile, fa finta di non capire, non mi risponde. Insisto: "Insomma, ti prego, anche quest'anno caccia il male via di qui. Non dico quei soliti malanni spiccioli a cui sono abituata, il mio tedio esistenziale, insomma, o questo mal di schiena che ora mi è venuto a star qui china su di te. Dico... il male vero... quello che consuma la quiete e dilania il cuore, capisci?" "Non so..." "Ma sì che lo sai, non fare il finto tonto! Infine io non chiedo un 'Natale speciale', come quello che augurano le pubblicità televisive, mi basta un Natale normale: tranquillo, dolce, sereno, nulla di più." Sbadiglia, è stufo di me, mi si vuole togliere di torno. "Senti, è il mio primo giorno, ora vorrei riposare un po', grazie." "Va bene, allora ti lascio tranquillo..." Ora so che è lì che finge di sonnecchiare, invece pensa, pensa a quel che gli ho chiesto e sa che è una cosa grande, molto più grande di lui, che è tanto piccolo e vecchierello. Ma farà del suo meglio, lo so. Adesso è qui ed è questa la cosa importante. Lo spio di nascosto: è così vanitoso! Mi ricorda molto il fiore del Piccolo Principe... Il piccolo principe che assisteva alla formazione di un bocciolo enorme, sentiva che ne sarebbe uscita un'apparizione miracolosa, ma il fiore non smetteva più di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera verde. Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno. Non voleva uscire sgualcito come un papavero. Non voleva apparire che nel pieno splendore della sua bellezza. Eh, sì, c'era una gran civetteria in tutto questo! La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni. E poi, ecco che un mattino, proprio all'ora del levar del sole, si era mostrato. E lui, che aveva lavorato con tanta precisione, disse sbadigliando: "Ah! mi sveglio ora. Ti chiedo scusa... sono ancora tutto spettinato..." Il piccolo principe allora non potè frenare la sua ammirazione: "Come sei bello !" "Vero", rispose dolcemente il fiore, "e sono insieme al sole..." Il piccolo principe indovinò che non era molto modesto, ma era così commovente! "Credo che sia l'ora del caffè latte", aveva soggiunto, "vorresti pensare a me..." E il piccolo principe, tutto confuso, andò a cercare un innaffiatoio di acqua fresca e servì al fiore la sua colazione. Così l'aveva ben presto tormentato con la sua vanità un poco ombrosa. Per esempio, un giorno, parlando delle sue quattro spine, gli aveva detto: "Possono venire le tigri, con i loro artigli!" "Non ci sono tigri sul mio pianeta", aveva obiettato il piccolo principe, "e poi le tigri non mangiano l'erba". "Io non sono un'erba", aveva dolcemente risposto il fiore. "Scusami..." "Non ho paura delle tigri, ma ho orrore delle correnti d'aria... Non avresti per caso un paravento?" "Orrore delle correnti d'aria?" "E' un po' grave per una pianta", aveva osservato il piccolo principe. "E' molto complicato questo fiore..." (Da Il Piccolo Principe - A. De Saint-Exupéry)
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December 07
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Domani è il gran giorno: otto dicembre, inizio del periodo natalizio, ritorno del mio magico alberino. Ben poca magia è ormai rimasta nella mia vita, soprattutto ben poca fede nei mondi incantati, ma il mio alberino conserva ancora per me tutto il suo significato magico, è l'unica piccola magia nella quale la mia inesorabile ragione mi concede ancora di credere. Così mi trovavo in trepida attesa della mattinata di domani, nella quale, essendo giorno festivo, avrei potuto dedicarmi con calma alla rituale preparazione del piccolo albero. Invece ecco che mi si annuncia un probabile impegno proprio per domani, che intralcia i mie piani. Che fare? Fisso perplessa il cassettone in cui è ancora risposto l'alberino d'argento con le sue decorazioni e tutto il suo Piccolo Popolo. "Lo faccio oggi, penso "oggi ho tempo, ma è un giorno prima, non va bene..." Ho questa fissazione che, se il rito dell'albero non viene eseguito con tutti i crismi, si incrina qualcosa, va male qualcosa, insomma porta sfortuna. La gente normale non fa tanto caso alla preparazione dell'albero di Natale, lo si fa quando si può, che importanza ha? Ma gli altri (ulteriore mia fissazione, che la ragione non mi aiuta a rimuovere) hanno alberi normali, magari molto più belli, molto più grandi del mio poverello, ma alberi normali, simbolici di festa natalizia, senza tante altre pretese. Il mio piccoletto, invece, ha la pretesa (perché io l'ho autorizzato ad averla) di essere un alberello magico e apotropaico, insomma si sente carico di carisma e significati segreti, quei significati che tutti gli anni passati con me gli hanno conferito. Fino all'otto dicembre dorme nel dolce e oscuro oblio del cassettone, insieme al suo argento, al suo oro e al suo Piccolo Popolo. Si sveglia rigorosamente la mattina dell'otto dicembre, quando arrivo io a stanarlo. Allora esce alla luce tutto intorpidito, sgualcito e stralunato, poi col passare dei giorni recupera forza, energia e bellezza, in virtù dell'avvicinarci del Solstizio d'Inverno, come ho gia scritto diffusamente l'anno scorso. Il mio è un antico alberello pagano, legato alla solenne celebrazione del "Dies Natalis Solis Invicti", e forse proprio per questo il suo rituale è tanto ferreo e intollerante di variazioni. Sta di fatto che oggi non ho voluto disturbarlo, ho lasciato che riposasse ancora per un giorno, perché nessun gesto a lui legato può essere prematuro o affrettato. Domani, in qualche modo, impegni o non impegni, troverò il giusto tempo da dedicargli e darò inizio alla sua nuova piccola era, o almeno lo spero, mi auguro che tutto ciò mi venga consentito. Sono molto superstiziosa riguardo al mio alberello, ho quasi paura a parlarne prima del tempo, anzi ora è meglio che la smetta, almeno fino a domani...
Tutta questa insania è forse dovuta all'eccessivo ozio, come osservava Catullo, sebbene a diverso proposito....
Otium, Catulle, tibi molestum est: otio exsultas nimiumque gestis: otium et reges prius et beatas perdidit urbes. (Catullo - Carmina, LI)
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