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    March 21

    Primavera senza chioma

    Primavera senza chioma

    Quell’anno la Fata della Primavera si era svegliata con qualche ora d’anticipo.
    Nel suo sotterraneo rifugio invernale ai piedi di un grande salice, aveva fatto un gran brutto sogno. Le era parso di perdere ciocca a ciocca la sua lunghissima chioma d’oro che effondeva ogni anno sulla terra infinite gemme in un miracolo di luminosità.
    La Fata si era destata di soprassalto, sconvolta dall’incubo. Si era subito portata le mani alla testa, in cerca della sua chioma e… aveva amaramente scoperto di non averla più. Non era stato solo un brutto sogno, era accaduto davvero!
    Tremante e disperata, era uscita dal suo rifugio alla cieca, di notte e si era specchiata in una goccia di pioggia. Era orrenda: sul suo capo solo sparuti ciuffi giallastri, nessuna traccia della sfavillante cascata dorata che le era sempre appartenuta.
    Scoppiò a piangere, le sue lacrime si fusero con le ultime gocce di pioggia invernale. Avrebbe voluto tornarsene al buio, nel suo rifugio sotto le radici del salice, ma sapeva che per i successevi tre mesi non le sarebbe più stato concesso.
    Annaspò disperata nella pioggia: la notte stava per lasciar posto ad un’umida alba perlacea e allora il buio non l’avrebbe più nascosta.
    Gridò di dolore, abbracciando il tronco del suo salice e serrando gli occhi per non vedersi più riflessa nelle gocce di pioggia.
    Strano e doloroso sentire di essere se stessa, sempre se stessa, la Primavera scintillante di luce e calda d’energia, ricca di vivide corolle, sorridente di dolcezza e grazia… ma non riconoscersi più nella propria immagine.
    Come poteva essere tanto mutata? Perché? E ora come avrebbe fatto?
    Nessuna risposta le venne dalla notte, solo il salice piegò ancor più i suoi rami come ad avvolgerla in un abbraccio verde, accarezzandola con le sue piccole foglie lanceolate.
    Così il salice si unì al pianto disperato della Primavera senza chioma, provandone compassione. Si scosse, il gentile albero, si scosse a lungo, lasciando cadere le sue foglie sulla triste Fata. E le foglie sarebbero volate tutte via nel vento, se non fossero arrivati da ogni parte della terra miriadi di bruchi di falena. Con i loro serici fili congiunsero le foglioline del salice in un lungo velo verde che si posò leggero sul capo spoglio della Primavera.
    Spuntava l’alba e la pioggia era cessata. La Fata abbassò gli occhi e si vide ora riflessa in un raggio di sole che giocava in una pozzanghera.
    Così velata di verde, senza la sua lucente chioma d’oro, sembrava una mesta sacerdotessa della pioggia, non certo la madrina della bella stagione.
    Guardò il salice con gratitudine mista a desolazione.
    “Devi andare…”, le parve che le sussurrasse l’albero, frusciando nel venticello mattutino.
    “Ho paura”, mormorò la Primavera. “Potrò mai riavere il mio oro?”
    L’albero mosse lievemente i suoi rami senza rispondere, perché non sapeva quale fosse la risposta, e ripeté in un altro dolce stormir di fronde: “Devi andare comunque, è il tuo tempo”.
    “Sì…”
    Gli uccellini già cantavano, la chiamavano gioiosi, inconsapevoli del suo dramma.
    Lei si avviò lenta per il tortuoso sentiero del bosco.
    “Sono ancora io…?”
    Sapeva che alle sue spalle, dietro i suoi passi incerti, stavano spuntando fra l’erba bagnata mille fiori d’ogni sfumatura di rosa, di giallo, d’azzurro.
    Si volse a mezzo, sospesa, per guardarli, per esserne rassicurata: le apparvero molto piccoli, quasi invisibili e forse un po’ sbiaditi.
    Un’unica rosa blu si ergeva orgogliosa sul suo stelo, solitario presagio di rinascente bellezza.
    La Fata socchiuse gli occhi e annusò l’aria, cercando trepida il  suo antico profumo.
    Respirò, fra malinconia e speranza, il profumo esile ma puro d’una Primavera senza chioma…


     
    March 04

    Pioggia

     

    Piove. Sembra che piova da sempre e non so più se ci sarà ancora qualcosa oltre la pioggia.
    Qui non ci sono tamerici, né volti silvani.
    Qui la pioggia non è argentea. 
    Qui la pioggia è solo bagnata.
    Solo nella poesia la pioggia è una favola bella...
     

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     La pioggia nel pineto

    Taci. Su le soglie
    del bosco non odo
    parole che dici
    umane; ma odo
    parole più nuove
    che parlano gocciole e foglie
    lontane.
    Ascolta. Piove
    dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici
    salmastre ed arse,
    piove su i pini
    scagliosi ed irti,
    piove su i mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti
    di fiori accolti,
    su i ginepri folti
    di coccole aulenti,
    piove su i nostri volti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    t'illuse, che oggi m'illude,
    o Ermione.
    Odi? La pioggia cade
    su la solitaria
    verdura
    con un crepitío che dura
    e varia nell'aria
    secondo le fronde
    più rade, men rade.
    Ascolta. Risponde
    al pianto il canto
    delle cicale
    che il pianto australe
    non impaura,
    nè il ciel cinerino.
    E il pino
    ha un suono, e il mirto
    altro suono, e il ginepro
    altro ancóra, stromenti
    diversi
    sotto innumerevoli dita.
    E immersi
    noi siam nello spirto
    silvestre,
    d'arborea vita viventi;
    e il tuo volto ebro
    è molle di pioggia
    come una foglia,
    e le tue chiome
    auliscono come
    le chiare ginestre,
    o creatura terrestre
    che hai nome
    Ermione.
    Ascolta, ascolta. L'accordo
    delle aeree cicale
    a poco a poco
    più sordo
    si fa sotto il pianto
    che cresce;
    ma un canto vi si mesce
    più roco
    che di laggiù sale,
    dall'umida ombra remota.
    Più sordo e più fioco
    s'allenta, si spegne.
    Sola una nota
    ancor trema, si spegne,
    risorge, trema, si spegne.
    Non s'ode voce del mare.
    Or s'ode su tutta la fronda
    crosciare
    l'argentea pioggia
    che monda,
    il croscio che varia
    secondo la fronda
    più folta, men folta.
    Ascolta.
    La figlia dell'aria
    è muta; ma la figlia
    del limo lontana,
    la rana,
    canta nell'ombra più fonda,
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su le tue ciglia,
    Ermione.
    Piove su le tue ciglia nere
    sìche par tu pianga
    ma di piacere; non bianca
    ma quasi fatta virente,
    par da scorza tu esca.
    E tutta la vita è in noi fresca
    aulente,
    il cuor nel petto è come pesca
    intatta,
    tra le pàlpebre gli occhi
    son come polle tra l'erbe,
    i denti negli alvèoli
    con come mandorle acerbe.
    E andiam di fratta in fratta,
    or congiunti or disciolti
    (e il verde vigor rude
    ci allaccia i mallèoli
    c'intrica i ginocchi)
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su i nostri vólti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    m'illuse, che oggi t'illude,
    o Ermione.
    (Gabriele D'Annunzio)