Mary's profile× .·**·.¸(¯`·.¸ *.Mary A...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    April 25

    Azenora e Tristan

     

    Un'ulteriore variante su tema, spero davvero l'ultima per non sprofondare definitivamente nella più totale monotonia...  

     
    Azenora e Tristan
    Azenora si reca ogni giorno alla casupola di Tristan. Gli prepara da mangiare, gli riordina un poco quella sua oscura dimora, mentre lui se ne sta al suo scrittoio, gli occhi fissi sulle sue carte che gli parlano di chissà cosa.
    Azenora non è la moglie, né la compagna di Tristan, non lo è mai stata: loro due non hanno mai avuto altri compagni che la propria solitudine.
    Azenora parla a Tristan ogni tanto, ma Tristan nemmeno se ne accorge, nemmeno la saluta quando poi va via.
    Sono vecchi ormai, Tristan e Azenora, vecchi, soli e senza memoria. Non si ricordano di quando erano giovani e un po’innamorati, anche perché non è mai stato un amore da ricordarsi il loro…
    Tristan a volte pensa che la sua vecchia amica Azenora se ne ricordi ancora un po’, ma solo perché è sempre stata molto sciocca.
    Azenora lì ogni mattina che tira via la polvere dai suoi quattro mobili tarlati, che gli rifà il letto, che gli mette sulla tavola sbilenca il pranzo preparato per lui la mattina…
    E mentre fa tutte queste cose ogni tanto gli parla…
    Tristan farebbe volentieri a meno di tutto questo, se sapesse accudirsi almeno un poco da solo.
    Azenora farebbe volentieri a meno di tutto questo, se sapesse bastarsi almeno un poco da sola.
    Gli anni sono passati su quel suo affaccendarsi per lui, sul suo vano brontolargli, sui silenzi che lui gli ha sempre dato in risposta.
    Ma perché poi avrebbe dovuto risponderle? In fondo Tristan non le ha mai chiesto nulla, nemmeno nella loro remota giovinezza, lei invece gli ha sempre chiesto…
    Sogni, sogni, sogni e magia, ma che poteva saperne Tristan di tutti i suoi sogni e soprattutto perché mai avrebbe dovuto capirli?
    Tristan non ha mai avuto bisogno di sognare, Tristan sta bene nella sua realtà di carta, Tristan legge e studia chissà cosa, forse matematica, forse astronomia, ma qualcosa di reale, certo, nessun mondo fantastico o magico…
    Azenora spolvera i suoi mobili, fantasticando come una bambina, e gli passa vicino, lo sfiora.
    Anche se non gli parla, Tristan sente che lei vorrebbe da lui qualcosa.
    “Tu vuoi da me qualcosa
    Tu vuoi da me qualcosa
    Tu vuoi da me qualcosa
    Sempre
    Tu vuoi da me che cosa
    Tu vuoi da me che cosa
    Tu vuoi da me
    Cosa ti serve
    Ti serve
    Ti serve
    Ti serve…
    …Pretendi da me
    Qualcosa che io
    Non so!
    Che cosa è?
    Che cosa vuoi?
    Che cosa hai?
    Che cosa c'è?”
    Lo disturba quel suo voler da lui qualcosa sempre, come se la vecchiaia non le bastasse ancora per rinunciare alle richieste, ai sogni, alla magia, ai desideri vani.
    La vecchiaia, si sa, toglie il vigore, ma lascia intatte tutte le voglie, deve averlo detto qualche grande saggio del passato, il cui nome Azenora di certo ricorda, ma Tristan no, né gli importa di ricordarlo.
    Le voglie di Azenora, quel che di bello e di magico lei ha sempre creduto di conoscere meglio di lui...

    “Tu credi ma non sai
    Cosa è veramente importante
    Tu sei sicuro che
    Sicuro ma non ci pensi sempre.
    Lasciati andare
    Segui il tuo cuore e arrivando alle stelle
    Prova a prendere quelle
    Nessuna è più bella di me
    E non dirmi ti amo anche tu
    Dammi soltanto il tuo cuore
    E niente più…” *
    Lei voleva il suo cuore, lo voleva tutto per sé, come se con un cuore si potesse fare qualsiasi cosa, andare da qualsiasi parte, anche volare via…
    E’ sempre stata strana Azenora, con quella sua fissazione di volare via, chissà dove, fino alle stelle…
    Era a causa di quella sua eccessiva fantasia, certo, di quella smania infantile che ora continua a farla sentire una ragazza, anche se ormai non lo è più da tanto, tanto tempo.
    Oggi Azenora si é messa un vestito rosa, Tristan lo nota per puro caso (non la guarda mai...), quando lei gli passa vicino borbottandogli che si sbrighi a mangiare, perché si sta facendo tutto freddo.
    Una vecchia dai capelli canuti col vestito rosa, ma che assurdità!
    A Tristan viene quasi da ridere, anche se lui non ride mai.
    Getta un altro sguardo vagamente curioso ad Azenora che apparecchia la tavola, e s’accorge che lei è scarmigliata e molto pallida, che i suoi piccoli occhi neri si sono infossati ancor di più, che la ragnatela di rughe sul suo volto è diventata ancora più fitta.
    La sua ragazza sempre, la sua vecchia sempre…
    Azenora si toglie il grembiule, lo ripiega, lo ripone con cura, poi va via, mormorando un saluto a Tristan, senza ottenere risposta, come al solito. Tuttavia qualcosa spinge l’uomo a volgere lo sguardo verso l’uscio, dopo che lei l’ha richiuso dietro di sé.
    E ora quella cos’è?
    C’è una bambina ferma immobile a scrutarlo presso la porta, una bella fanciulla senza sorriso, dalla pelle chiara e i lunghi capelli neri, come Azenora da giovane.
    Poi, la follia è che quella bambina ha un bel paio d’ali rosa…
    Tristan scuote il capo senza scomporsi. Indubbiamente si tratta di uno scherzo di Azenora. Ha preso quella povera orfanella dalla strada, l’ha travestita così, da fatina triste, gliel’ha lasciata lì come un monito per chissà che cosa.
    I sogni, i magici sogni che prima o poi si risvegliano, i sogni che ti trovano anche nel buio del tuo rifugio nascosto, i sogni muti che ti gridano la loro rabbia per non averli mai voluti sognare…
    Si stancherà quella bambina, prima o poi, si stancherà di star lì senza nulla da mangiare e se ne andrà via.
    Tristan decide d’ignorarla e si rituffa nelle sue carte che parlano di chissà quali mondi reali.
    Pian piano si fa sera e lui s’addormenta lì, sullo scrittoio, come spesso gli accade, senz’accorgersi che la bambina è ancora là, intenta solo a osservarlo con gli occhi neri colmi dello sguardo stanco di Azenora...
    “Tu vuoi da me qualcosa
    Tu vuoi da me qualcosa
    Sempre…”
    “…Dammi soltanto il tuo cuore
    E niente più…”
    Il giorno dopo Azenora non viene a riordinargli casa, non viene a preparargli il pranzo.
    A mezzodì, Tristan comprende che lei è morta.
    Dalla finestra guarda verso casa sua, vede la gente ferma lì vicino a parlottare con aria contrita…
    Se n’è andata di notte, nel sonno.
    Tristan non va a renderle l’ultimo saluto. Chiude la finestra, si volta lentamente, vede la bambina ancora lì, immobile e senza sorriso.
    Non gli risponde, quando Tristan le urla con una furia improvvisa che non gli è propria: “Chi sei?”
    Si accuccia a terra silenziosa, abbracciandosi le ginocchia, nascondendo il pallido viso. Forse piange.
    Tristan ora tace, torna alla sua abituale indifferenza.
    Sa che quel piccolo fantasma non gli risponderà, ma non se ne andrà mai, resterà sempre lì, nel suo angolo presso l’uscio di casa, a ricordargli in silenzio la miseria della sua realtà, come faceva Azenora.
    Sa anche che lui imparerà a non vederlo, come faceva con Azenora…
     

    La storia di Azenora e Tristan è una storia che si ripete un po’ ogni giorno, quando una donna muore nell’indifferenza di un uomo, quando la fantasia muore nell’indifferenza del mondo moderno, lasciando di sé solo uno sbiadito, deluso riflesso che l'uomo, che il mondo ormai non vede neanche più.

     
     
    *Vasco Rossi -Tu vuoi da me qualcosa
    **Irene Grandi - La tua ragazza sempre
     
    Image and video hosting by TinyPic
    April 21

    Grazie!

    Glitter Graphics 

    Glitter GraphicsImage and video hosting by TinyPicGlitter Graphics

     

     

    Glitter Graphics

    April 20

    Racconto di Gabriele: Heppo e il piccolo Jim

    Un nuovo racconto di Gabriele/Astrasius. Lo trovo bellissimo, sono felice che l'abbia scritto e che me l'abbia gentilmente dedicato. Grazie, Gabry!

     

    showpic4 

    HEPPO  E IL PICCOLO JIM

    Era da un po’ di tempo ormai che non parlava più. Nemmeno quando i suoi amichetti cercavano di tirargli su il morale con qualche storiella inventata qua e là, magari solo per il gusto di fargli riacquistare il sorriso perduto.
    Heppo  era il suo nome. Un piccolo, tenerissimo orsetto di pelouche dagli occhi tondi e marroni e con due grosse buffissime orecchie cerulee. Per non parlare del pancino giallo, richiamo irresistibile per coccole estenuanti.
    Heppo, un tempo, era stato il pupazzo preferito di Jim, un viziatissimo bambino  dell’aristocrazia newyorkese. Jim, da quando l’aveva ricevuto in dono da Babbo Natale in quel lontano ’73, aveva subito finito per innamorarsene. Non c’era momento della giornata in cui i due restassero separati l’uno dall’altro e il ragazzino se lo portava con sé pure a scuola, tenendoselo nascosto dentro lo zainetto!
    L’orsetto viveva così la sua stagione felice, cullato dall’amore del suo piccolo proprietario e dei compagni di giochi che  gli erano stati messi a disposizione: il cagnolino Terry, che funzionava a batterie, Feet Feet, il lombricone di gomma, Snookie, un enorme pupazzo di elefante che i genitori di Jim avevano portato dal Kenia e Cratty, una ranocchietta verdastra che ricordava molto Kendyt dei Muppets Show.
    Proprio una gran bella combriccola, non c’ è che dire. Jim trascorreva spensierato con i suoi toys quasi tutti i pomeriggi, ovviamente dopo aver finito i compiti, da bravo bambino americano di buona famiglia.
    Gli anni intanto passavano, Jim cresceva e poco a poco alimentava l’esigenza di nuovi amici , ma stavolta in carne ed ossa. Fu allora che i pupazzi dovettero far fronte a quella dolorosa realtà, sia perché cominciavano a sentirsi sostituiti nelle attenzioni del ragazzino sia perché mal digerivano l’idea di restarsene troppo spesso chiusi nell’armadio senza essere utilizzati.
    “Dannazione, si soffoca qui dentro!” sbottò il cane, rugando e imprecando.
    “Smettila Terry, lo sai che dobbiamo farci l’abitudine!”  lo rimbrottò il verme.
    “Bella riconoscenza, dopo tutto quello che abbiamo fatto per lui!” protestò l’elefante.
    “Voglio uno stagno!Voglio uno stagno!”  gracidò la ranocchia.
    E Heppo ? Come spiegato all’inizio della storia lui ormai preferiva restarsene in disparte, in un angolino dell’armadio di Jim , confuso tra vestiti e cianfrusaglie varie. Muto e triste. Di una tristezza senza speranza. Ma i pensieri si affollavano nella sua mente di orsetto. Rifletteva sul senso della vita, sul perché un giorno ti senti tanto importante e l’indomani non più, sopraffatto da qualcosa o qualcuno cui rivolgere nuove e più stimolanti attenzioni. L’ineluttabile vacuità del tutto, legge  così tanto cara anche al mondo degli uomini. Del resto non è forse vero che nessuno di noi   è insostituibile, se non certo per se stessi?

    Intanto Jim era diventato un giovanotto. Ottenuto a pieni voti il diploma al College, si era subito iscritto al corso d’Informatica in seguito alle pressanti insistenze del padre.
    E i suoi toys, intanto, che fine avevano fatto?
    Beh, posso dirvi soltanto che Terry, il cagnolino brontolone, aveva cessato le sue funzioni vitali non appena le batterie che lo alimentavano si scaricarono per l’ultima volta. Feet Feet finì distrutto poiché, essendo di gomma, si squagliò con il calore accumulato all’interno dell’armadio. Snookie l’elefante fu donato in beneficenza e comunque riportò il sorriso a qualche bambino povero mentre Cratty finì  vittima dell’ira di Jim, dopo un litigio con una sua fidanzatina.
    Solo l’orsetto era stato “risparmiato”, chissà poi perché.
    Ma proprio come  accade a qualche detenuto particolarmente pericoloso, anche per lui giunse ben presto  l’ora della cella d’isolamento. Nella fattispecie, la soffitta.
    Ora che era rimasto completamente solo, senza nemmeno il conforto degli amici ormai perduti e sbattuto senza rispetto alcuno in mezzo a vecchi mobili pericolanti e corrosi dai topi, Heppo piangeva il suo destino. La polvere, accumulata nel tempo, finì ben presto per deturparne  i dolci lineamenti, devastando in modo irrimediabile le mirabili fantasie cromatiche del suo corpicino.
    Chissa’ per quanto tempo ancora avrebbe speso a vuoto le sue lacrime e ripetuto lo stesso sogno per non impazzire. Ricordava di quando Jim l’aveva sbaciucchiato per la prima volta abbracciandolo forte a sé fin quasi a togliergli il respiro…o di quando era lui il protagonista assoluto dei tanti giochi, spesso improvvisati, che per anni interi avevano accompagnato la spensierata infanzia del bambino.
    Gli anni si accavallavano, i genitori  erano morti ma Jim aveva voluto restare in quella casa, come spesso succede ai figli unici.
    “Se solo potesse ascoltarmi – pensava intanto l’orsetto - ...a volte mi sento così stupido…vorrei tanto morire, oh si, morire, per non soffrire più…”
    Altri cinque anni e Jim, che nel frattempo era divenuto dirigente responsabile di un’importante azienda di software, si era sposato e aveva avuto anche dei figli. Ma il matrimonio con Rita era naufragato e lui aveva finito per chiedere il divorzio.


    Era una domenica di settembre quando Jayne chiese a suo fratello Bob: “Ehi, ti va di giocare a nascondino?”
    Lui annuì, cercò subito un angolino, contò fino a cento poi si mise in cerca della sorellina.
    Sapeva che l’avrebbe trovata al solito posto, come centomila altre volte era già successo.
    Ma stavolta non fu così. Non c’era Jayne dietro quella siepe in giardino.
    Bob tornò in casa e fu proprio allora che lei lo chiamò: “ Bob, corri presto…sono in soffitta…dai sbrigati!”
    Il fratellino la raggiunse due gradini alla volta, sospinto da quella tipica irrefrenabile eccitazione che colpisce i bambini quando pregustano nuove mirabolanti scoperte.
    Jayne stringeva Heppo con sé  e aveva gli occhi più radiosi del sole.
    “Ma è tutto impolverato! – obiettò Bob – Se papà ti trova con quel coso addosso non so proprio cosa gli racconti!”
    Jim sentì quel vociare e subito si precipitò furibondo verso la soffitta. Non voleva nella maniera più assoluta che i bambini giocassero in mezzo a tutto quel polveroso disordine.
    “Quante volte vi ho detto…..”  poi Jim tacque, come morso da qualche serpente velenoso. Riconobbe subito Heppo.
    “Bambini, tornate subito in camera vostra….Jayne dove hai trovato quel  pelouche? Dammelo su, non vedi quant’è sporco?”
    “Lì papà….era per terra….ti prego non picchiarmi!”
    Il padre non picchiò la figlia, anzi l'abbracciò spiegandole che quell’orsetto era davvero speciale e le raccontò tutta la storia.
    Poi Jim restò solo con Heppo e se ne prese cura come fosse stato un terzo figlio.
    Corse in bagno a cercare qualcosa con cui ripulirlo.
    Con ago e filo gli rammendò l’occhietto sinistro e una zampetta, dalla quale usciva lanugine in grande quantità.
    Fu allora che Heppo lo chiamò, con voce flebile: “Piccolo Jim…piccolo Jim…”
    L’uomo non seppe trattenere le lacrime e abbracciò forte l’orsetto.
    “Heppo…ti ho dunque ritrovato, mio piccolo dolcissimo amico!”
    Il faccino del pelouche cambiò subito aspetto, come irradiato da quel bagliore d’amore.
    “Sapessi quanto ho aspettato questo momento – fece l’orsetto -…e quanto ho sofferto
    in tutti questi anni sperando che prima o poi, un giorno, mi avresti ritrovato!”
    Come Heppo riuscisse a parlare a un essere umano e quest’ultimo a sua volta a rispondergli non ci è lecito comprendere. In fondo il linguaggio dell’amore spesso è irrazionale e fuori da ogni logica.
    Fatto sta che Heppo e il piccolo Jim – come lo chiamava lui – continuarono a parlare per tutta la notte…ovviamente lontani da orecchie indiscrete, che avrebbero certamente finito per alimentare seri dubbi sulla salute mentale dell’uomo.
    Jim si commosse fra mille e mille ricordi. Rifletté a lungo su quel dannato Peter Pan che si cela in ognuno di noi e che ognuno di noi scaccia via ogni volta, anche se quello vorrebbe vivere per sempre.
    Pensò che avrebbe barattato qualsiasi cosa pur di poter ritornare bambino, spensierato e con tutta la vita davanti. Pensò che anche solo per un giorno avrebbe fatto volentieri a meno del suo stipendio da dirigente se solo avesse potuto riabbracciare l’infanzia perduta. Forse aveva ragione Heppo: era ancora rimasto il suo piccolo Jim.
    Fu allora che l’uomo si preparò per andare a letto e rivolgendosi al pupazzo:
    “Ti andrebbe di dormire con me, stretti stretti, come tanto tempo fa…..?”
    Il cuoricino del pelouche prese a battere così veloce che chiunque ne avrebbe potuto udire il rumore!
    “Oh piccolo Jim, non c’è cosa al mondo che amerei di più!”
    Jim si coricò insieme all’orsetto e gli sussurrò all’orecchio:“Sogna forte insieme a me…sogna!”
    “Sognerò Jim…sognerò!”

    “Papà? Papà?”  fece Jayne. Erano quasi le quattro del pomeriggio.
    Il padre non le rispose, così decise di entrare nella sua camera , con il cuore in gola per la preoccupazione.
    Aprì la porta spaventata. Jim non c’era.
    La bambina si avvicinò al letto e trovò sul cuscino un piccolo pezzetto di stoffa gialla…

    “Dove scappano i nostri sogni più puri?
     Essi galoppano senza sosta, come lucenti puledri 
    sotto la stella di Orione.
     Non conoscono spazio né tempo,
     né morte li avrà mai.”

                     Astrasius

    A Mary Astfy  

    Image and video hosting by TinyPic 

                                                             

    April 16

    Sogno d'un pomeriggio di mezza primavera

    Un'altra piccola storia. Non è che una variante su tema de "La veccchia fanciulla", si vede che mi sto fossilizzando su certi stereotipi, ma lo spunto mi è venuto anche da una bella canzone di Guccini, "Lui e Lei", e da un commento lasciatomi da Alessandro in un mio precedente intervento (24 marzo). Ho riportato nel mio racconto le sue esatte parole, attribuendole a "un uomo saggio", e per esse lo ringrazio nuovamente.

    Sogno d'un pomeriggio di mezza primavera

    Lui e lei passeggiano nel solito parco, dove da tanti anni trascorrono il sabato pomeriggio nelle tiepide giornate di primavera.

    Vi passeggiavano, un tempo, mano nella mano, occhi negli occhi, fra parole sussurrate e teneri sorrisi.

    Ora camminano distanti, indifferenti, estranei l’uno all’altra.

    La consueta panchina. Siedono lì a lungo, senza parlare, ciascuno prigioniero della propria acre malinconia.

    Lui legge il giornale, lei sfoglia pigramente una rivista, ma oggi no, non ha nemmeno la sua rivista con sé.

    Allora guarda gli alberi del parco, guarda il cielo, i colori dei fiori e non li vede, perché piange.

    Non le importa, sa che lui non se ne accorgerà.

    Lui non la guarda, non la vede, non la sente, non s’accorge più del suo pianto, né del suo sorriso.

    Non avverte nemmeno che ora lei si alza dalla panchina, si allontana lentamente verso il laghetto del parco.

    E’ un luogo amico, il piccolo lago, è lo specchio della sua anima nuda; il vecchio salice che su di esso si ripiega è l’effigie delle sue lacrime.

    Lei siede sull’erba, in riva al laghetto, lieta che non ci siano nelle vicinanze bambini che strepitano, coppiette che si baciano, grata per quell’angolo di solitudine tutto suo.

    Può protendersi per cercare di specchiarsi nell’acqua, nessuno si accorgerà di quella sua stranezza.

    Cerca nell’acqua un riflesso di se stessa, forse per sapersi ancora viva, ma non lo trova, non vede nulla, se non quell’acqua verdastra che non conosce limpidezza.

    Lei sa di essere brutta. Lo ha sempre saputo.

    Un tempo, un tempo ormai sepolto nella memoria, lui non la vedeva brutta, le diceva che era bella.

    Poi ha scoperto la sua bruttezza, un giorno all’improvviso l’ha intravista, e da allora non l’ha guardata più.

    Lei sa che solo le donne belle possono specchiarsi nell’acqua, che solo per loro i laghetti sono limpidi.

    Per le donne brutte ci sono soltanto acque torbide, opache.

    Le donne belle, le fate, le ninfe…

    Lui la guarderebbe ancora con amore, se fosse una fata o una ninfa, se avesse lunghi capelli d’oro, ali d’argento, occhi di cielo… La guarderebbe ancora, sì… ma lei non ha oro, né, argento, né cielo, lei ha due piccoli occhi grigi appannati di lacrime di sale.

    Le lacrime cadono nel laghetto e, misteriosamente in un istante, l’acqua si fa pura, limpidissima.

    Allora lei vi si vede finalmente riflessa e scopre d’essere viva e bellissima.

    E’ una fata bionda con ali argentee e sfavillanti occhi di cielo, una fata che non ha mai vista, che non ha mai saputo d’essere.

    Il salice, che prima consolava il suo pianto, ora si piega un po’ di più sul lago per ammirare quella nuova bellezza; i fili d’erba, i fiori, gli uccellini, le vanesie farfalle, le prime lucciole della sera, tutta la natura contempla estasiata quel riflesso di splendore.

    Lei, nel suo cuore, comprende l’origine del miracolo.

    E’ rimasta sola ad amarsi, pur non essendosi amata mai, perché chi non è più amato da nessuno infine è costretto ad amarsi da solo almeno un po’.

    Quel frammento d’amore e di compassione di sé le ha donato l’immagine bella, lo splendido riflesso nell’acqua tanto lontano da ciò che l’origina.

    Eppure lei ricorda che una volta un uomo saggio le ha detto: “Possiamo dare infinite interpretazioni ad un riflesso confuso nell'acqua, ma l’immagine che dà origine a quel riflesso, è soltanto una”.

    Ricorda bene quelle parole e allora non capisce più quale sia la verità, quanto sia vera la sua bruttezza, quanto sia falsa la sua bellezza, non sa più niente di sé.

    Ripensa a un mito, il mito di Narciso, e diventa pagana.

    Prega dei che non conosce di trasformarla in un fiore, come il mitico giovane innamorato della propria immagine riflessa, perché anche lei si è innamorata del proprio riflesso e ora vuole rimanere per sempre lì a contemplarlo, senza sapere se sia vero o falso, senza più alcuna consapevolezza della verità.

    Sì, rimanere per sempre lì, piegarsi sull’acqua per vederlo meglio, sempre più, fino a languire, fino a morire…

    Poi, dove giace il suo corpo, spunterà forse un magnifico fiore, che verrà chiamato con il suo nome, come il narciso…

    Ma lei non ha un nome, non lo ricorda più, e allora non potrà mai dare il nome a un fiore…

    Scende la sera, le prime stelle spuntano nel cielo, si specchiano nel piccolo lago, inargentando il riflesso della donna fata.

    Lui si desta dal suo letargo nel giornale, le ombre della sera lo scuotono, si ricorda di lei, sospira d’impazienza.

    Va al laghetto dove sa di trovarla, la vede seduta nell’erba, assurdamente protesa verso l’acqua, e gli pare, quello, un ennesimo atto di stupidità.

    Le ingiunge con voce secca d’alzarsi, è ora d’andar via.

    Lei sa di non aver scelta, lei sa d’avere una scelta.

    Il suo corpo sgraziato si alza, segue l’uomo lentamente.

    Lui non sa di portarsi dietro un corpo vuoto. O forse lo sa, ma non gliene importa.

    L’anima di lei - se un’anima in lei c’era ancora - resta lì a contemplare il suo bellissimo riflesso nell’acqua, quel riflesso fulgido del bagliore delle stelle e della nascente luna.

    Al posto del corpo vuoto, che se n’è andato via, sboccia un fiore dai grandi petali d’oro, d’argento e di cielo, un fiore d’una bellezza così rara e pura, da non poter avere un nome.

    Glitter Graphics 
    Glitter Fairy Graphics

    April 11

    Fly away...

    Glitter Graphics

    Un inconsistente venerdì sera: ci vorrebbero grandi ali d'angelo per poter volar via di qui...

     
    Fly Away From Here
    Gotta find a way
    yeah I cant wait another day
    aint nothing gonna change
    if we stay around here
    gotta do what it takes
    cause its all in our hands
    we all make mistakes
    yeah but its never too late to start again
    take another breath and say another prayer
    and Fly Away from here
    anywhere yeah I dont care
    we just fly away from here
    our hopes & dreams are out there somewhere
    wont let time pass us by
    we'll just Fly yeah
    If this life
    it seems harder now
    it aint no never mind you got me by your side
    and anytime you want
    yeah we can catch a train & find a better place
    cause we wont let nothing or noone keep getting us down
    maybe you & I could pack our bags & hit the sky
    and Fly Away From Here
    anywhere yeah I dont care
    we just fly away from here
    our hopes & dreams are out there somewhere
    we wont let time pass us by
    we just Fly
    do you see a bluer sky now
    you can have a better life now
    open your eyes
    cause no one here can ever stop us
    they can try but we wont let them
    no way
    maybe you & I
    could pack our bags & say goodbye
    and Fly Away From Here
    anywhere honey I dont care
    we just fly away from here
    our hopes & dreams are out there somewhere
    Fly Away from Here
    yeah anywhere honey I dont I dont I dont
    yeah we just fly away
                                                                              (Aerosmith)

     Image and video hosting by TinyPic
    April 08

    Non più arrabbiata

    Non sono più arrabbiata, assolutamente no. Sono solo un po' stufa della mia solita tendenza a fare di ogni sassolino una montagna.
    Dev'essere stata un po' colpa delle canzoni di Vasco e di quei sublimi versi del Foscolo che mi hanno infervorato troppo la mente, la scorsa domenica.
    Poi, basta fermarsi un attimo a rileggere una pagina di letteratura così per rendersi conto che ormai non è proprio più tempo di "eroici furori"...
     
    Siamo o non siamo su un'invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po' più di caldo, ora un po' più di freddo, e per farci morire - spesso con la coscienza d'aver commesso una sequela di piccole sciocchezze - dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?
    (L. Pirandello Il fu Mattia Pascal - Premessa II)
    Fantasia in rosa per pacificarmi meglio l'animo... 

    Glitter Graphics
    Fantasy Glitter Pictures

    April 07

    Ieri... malizia

    Ieri mi trovavo persa fra le mie solite fantasie, fra la musica di Vasco Rossi (alcune canzoni del suo ultimo album sembrano scritte proprio per me) e  gli eterni versi  del Foscolo, che da tutta la vita mi toccano le più segrete corde del cuore.

     

    Glitter Graphics

     

    Cassandra:

    E voi, palme e cipressi che le nuore
    piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
    di vedovili lagrime innaffiati,
    proteggete i miei padri: e chi la scure
    asterrà pio dalle devote frondi
    men si dorrà di consanguinei lutti,
    e santamente toccherà l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
    mendico un cieco errar sotto le vostre
    antichissime ombre, e brancolando
    penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    e interrogarle. Gemeranno gli antri
    secreti, e tutta narrerà la tomba
    Ilio raso due volte e due risorto
    splendidamente su le mute vie
    per far piú bello l'ultimo trofeo
    ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
    placando quelle afflitte alme col canto,
    i prenci argivi eternerà per quante
    abbraccia terre il gran padre Oceàno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
    ove fia santo e lagrimato il sangue
    per la patria versato, e finché il Sole
    risplenderà su le sciagure umane.

    (Ugo Foscolo Dei Sepolcri vv. 272-295)

     

    Vasco:

    Dimmelo te
    Come fai
    Ci sei solo te
    Che non sbagli mai
    E allora dimmelo te
    Io sono ancora qui
    E se non viene un angelo
    E se non nasce un rock’n’roll

    Dimmelo te!

    ( Vasco Rossi - Dimmelo te)

     

    E adesso che sono arrivato
    Fin qui grazie ai miei sogni
    Che cosa me ne faccio
    Della realtà

    Adesso che non ho
    Più le mie illusioni
    Che cosa me ne frega
    Della verità

    Adesso che ho capito
    Come va il mondo
    Che cosa me ne faccio
    Della sincerità
    E adesso
    E adesso

    E adesso che non ho
    Più il mio motorino
    Che cosa me ne faccio
    Di una macchina

    Adesso che non c’è
    Più Topo Gigio
    Che cosa me ne frega
    Della Svizzera

    Adesso che non c‘è
    Più brava gente
    E tutti son più furbi
    Più furbi di me

    E adesso che tocca a me...

    ( Vasco Rossi - E adesso che tocca a me)  

     

    Glitter Graphics


    Ho trascorso la giornata in questa stranita dimensione, in questa magica coincidentia oppositorum che, ancora una volta, mi schiudeva un poco le porte dell'infinito.

    Poi, a sera, sono uscita in strada per incontrare i miei più sinceri affetti, sperando di trovare nelle loro mani e nelle loro voci quell'infinito che avevo vagheggiato fra canzoni e poesie per tutto il giorno.

    Invece la malizia, in veste d'angelo dal sorriso ammaliante, è venuta a insinuarsi fra me e i miei affetti, facendomi sentire antica, obsoleta per quel mio amare casto fatto solo di tenerezza sconfinata.

    Non va più di moda, pare, voler bene in modo semplice e caldo, senza evolvere nella complicatezza di deviazioni trasgressive, in meandri che non conosco, che non mi appartengono. Ne sono fuggita via, inorridita. Mi sono rifugiata al buio, fra i miei versi di sublimi poeti e le mie note di canzoni deluse, arrabbiate. Ero arrabbiata, sì, lo sono ancora. Oggi sono stanca e voglio solo nascondermi nel mio carapace di tartaruga arcaica per rimanere lì al caldo e al sicuro. Oggi non voglio sapere altro del mondo moderno e della sua onnipresente, inquinante malizia. 

    Sono vecchia, sì, sono antica nel mio modo di voler bene e di concepire l'amicizia. Sono orgogliosa di esserlo, voglio restare così.  

    Glitter Graphics

    Fantasy Glitter Pictures

    April 02

    Time

    Uno strano racconto: forse una pausa d'ombra nella luminosità primaverile...
    Time
    Al Capitano
    La serata era iniziata nel modo migliore e finita nel peggiore.
    Mi ero divertita alla festa di compleanno della mia migliore amica, avevo riso, cantato e ballato, piacevolmente assediata da uno stuolo di corteggiatori. Infine il ragazzo più carino, quello con cui avevo ballato di più, si era offerto di riaccompagnarmi a casa.
    Come rifiutare?
    Avevo bevuto un po’ troppo e non mi ero resa conto che lui aveva bevuto molto più di me.
    In macchina, le sue maniere erano cambiate, era diventato volgare, aveva fermato l’auto in una stradina buia e aveva cominciato ad allungare le mani. Mi so difendere e sono rapida nei movimenti. Una gomitata ben assestata e via, fuori dalla macchina. Certo avrebbe potuto andarmi molto peggio.
    Senza nemmeno provare ad inseguirmi, forse perché l’ubriachezza non gli lasciava forze sufficienti, il lurido individuo mi aveva lanciato una serie di ingiurie ed era ripartito a razzo con la sua auto, lasciandomi lì, sperduta in mezzo al nulla.
    Con un misto di sollievo e  sbigottimento, mi guardai intorno: mai visto un luogo più squallido di quel vicolo di periferia.
    Un taxi, dovevo chiamare subito un taxi, ma con orrore mi resi conto di non avere più la borsa. Dovevo averla persa nella macchina di quello scellerato, maledizione a lui!
    Niente borsa, niente cellulare, niente documenti, niente soldi: era la fine.
    Girai ancora intorno lo sguardo, spaurita: da un momento all’altro un malintenzionato sarebbe sbucato da qualche parte e mi avrebbe assalita, come avrei potuto difendermi ancora? Magari sarebbero stati in due o in tre…
    La luce di un fuoco acceso in un angolo della strada attirò la mia attenzione: c’erano due figure umane accovacciate su dei cartoni accanto a quel piccolo fuoco, verosimilmente due senzatetto, le uniche anime viventi in quel deserto metropolitano.
    Avevo sempre provato un’istintiva repulsione per quella sordida umanità senza fissa dimora, ma ora non mi restava scelta.
    Mi avvicinai, barcollando sui miei stivaletti dai tacchi vertiginosamente alti.
    “Scusate…”
    L’uomo e la donna mi regalarono uno sguardo interrogativo e un sorriso.
    Erano abbastanza anziani, ma non avrei saputo dar loro un’età precisa.
    Erano avvolti in scuri cappotti logori, ma stranamente non emanavano un cattivo odore, né un senso di sporco, sembravano quasi…ordinati.
    La donna aveva capelli grigi lucenti e raccolti con cura, l’uomo un volto dal profilo aristocratico e una barba tutt’altro che incolta.
    “Scusate…”, ripetei esitante. “Io mi sono persa!”
    L’uomo annuì sorridendo, la donna mi rispose con voce ferma, ma gentile: “Beh, cara fanciulla, dovresti forse fare più attenzione a scegliere i tuoi accompagnatori…”
    Evidentemente avevano visto tutto, ebbi la netta sensazione che sapessero tutto quel che mi era capitato, che non fosse necessario spiegar loro nulla.
    “Io… avrei bisogno di un telefono, dovrei chiamare casa, non so come fare…”
    Quanto ero stupida! Era assolutamente impossibile che quei due poveracci avessero un cellulare.
    “Un telefono, vediamo…”, mormorò l’uomo con aria meditabonda.
    Poi, rivolto alla sua compagna: “Ehi, Pupa, ti ricordi per caso se abbiamo un telefono?”
    “Ma sì, Capitano, l’hai già dimenticato? Proprio ieri, hai trovato in strada un cellulare smarrito e te lo sei messo in tasca”.
    “Ah sì, è vero…”, l’uomo si frugò nelle enormi tasche. “Abbiate pazienza, ragazze, dovrei averlo, ma non mi ricordo bene… del resto, perché avrei dovuto conservarlo? Io non ho bisogno di un telefono, chi dovrei chiamare, poi? La Pupa? Ma lei è sempre con me!”, guardò la donna, sorridendole con dolcezza.
    Lei ricambiò il suo sguardo e il suo sorriso in modo altrettanto tenero.
    Cominciavo a perdere la pazienza. Quei due non mi sembravano pericolosi e stavo ritrovando la mia consueta sicurezza.
    “Sentite, io ho fretta!”
    “Calma, figliola, forse…”, il vecchietto cavò finalmente di tasca un telefonino. “Eccolo qua!”
    Me lo porse e io lo afferrai con trepidazione: se quel cellulare era carico e aveva ancora un po’ di credito ero salva!
    Tutte i miei desideri vennero esauditi. Chiamai mio fratello, volevo evitare di svegliare papà, si sarebbe di certo arrabbiato, sapendomi ancora fuori a quell’ora.
    Per fortuna il cellulare di Roby era ancora acceso. Lui cominciò a sbraitare che ero la solita rompiscatole, ma infine mi feci promettere che sarebbe subito venuto a recuperarmi. Infinito sollievo.
    Rivolsi uno sguardo di gratitudine ai miei due benefattori: “Grazie, io..”
    “Più tranquilla ora?”, interloquì l’uomo, strizzandomi l’occhio. “Allora forse possiamo presentarci: io sono Il Capitano, lei la mia Pupa. E tu come ti chiami?”.
    Mi ritrovai a stringere le loro mani stranamente gelide, malgrado il calore del fuoco: “Laura… piacere… che nomi curiosi avete…”, non sapevo che dire.
    “Hai paura di noi?”, m’interruppe La Pupa, guardandomi attentamente negli occhi.
    “No… cioè voi non siete… gente che sono abituata a frequentare, ecco, ma siete stati gentili con me”.
    L’anziana donna sospirò impercettibilmente, ma il suo volto, forse in passato bello, non tradì alcun turbamento: “Un tempo…”, mormorò. “Un tempo, piccola Laura, noi fummo persone più che rispettabili agli occhi d’una fanciulla come te. Allora le nostre vite…”
    Guardò Il Capitano, lui le sorrise ancora, rassicurante, poi proseguì per lei: “Sì, un tempo, non avresti trovato nulla di strano in noi. Fummo come te e la tua famiglia, lo fummo, tanto tempo fa, ora non ricordiamo quasi più, vero Pupa?”
    Mi colpì il tono definitivo di quel ‘fummo’ che entrambi avevano pronunciato più volte.
    “Ma cosa vi è accaduto?”, mi ritrovai a chieder loro.
    Si strinsero entrambi nelle spalle.
    “Il tempo non aspetta nessuno…”, pronunciò lentamente La Pupa “Il tempo non aspetta chi lo perde e noi lo perdemmo…”
    Ancora quel solenne passato remoto…
    “Lo perdemmo e ora non ricordiamo nemmeno più come”, continuò lentamente Il Capitano. “Perché è passato dell’altro tempo, molto tempo… Un giorno qualcosa non deve aver funzionato a dovere, fu come uno strappo nel tempo… ci ritrovammo per strada...” sorrise alla sua compagna “…con indosso i nostri vecchi cappotti, con la nostra solitudine e la nostra paura, questo lo ricordi, Pupa?”
    “Oh sì, lo ricordo!”, annuì lei con dolcezza. “Erano tanti anni che non ci vedevamo. Ci eravamo persi, quando le nostre esistenze erano ancora… normali? Dovrei dire così? Da piccoli eravamo compagni di giochi, ma poi ci eravamo persi…”
    Si perse ora lei nei suoi lontani ricordi.
    Il Capitano riprese: “Quando me la ritrovai davanti, la riconobbi subito, però. Era lei, la mia amica d’infanzia, che avevo perso di vista, ma mai dimenticato. Anche lei sulla strada, come me: era un segno”.
    Inaspettatamente La Pupa rise: “Sì, un gran bel segno! E questo vecchietto allora mi disse: vuoi essere la mia Pupa, come quando eravamo bambini? Se lo vorrai io sarò per sempre il tuo Capitano, come allora…”
    Si guardarono e scoppiarono a ridere: erano pazzi, certo, ma mi facevano una gran tenerezza.
    Ascoltandoli ridere e parlare, avevo dimenticato la mia fretta, non mi chiedevo nemmeno perché mio fratello ci mettesse tanto a venirmi a prendere.
    Me lo chiesi in seguito, ma non lo capii mai.
    “Così da allora ci chiamiamo La Pupa e Il Capitano”, proseguì la donna. “I nostri antichi nomi non li ricordiamo nemmeno più…”
    “E a dire il vero non ci interessa minimamente sapere se il resto del mondo li ricordi o no”, concluse allegramente Il Capitano.
    “Ma come potete sopportare di vivere così?, non potei fare a meno di chiedere. “Si vede che voi in realtà non siete…”
    Il loro sguardo improvvisamente serio, se non duro, m’indusse a tacere.
    “Fu uno strappo nel tempo, te l’ho già detto”, ripeté impazientemente Il Capitano.
    Poi il suo tono si addolcì: “Ascolta: tu sei probabilmente una liceale, quindi conoscerai il poeta latino Orazio…”
    Lo stavo studiando proprio in quel periodo!
    “E Orazio dice”, continuò la donna. “Carpe dieeeem…” 
    La sua voce prolungò indefinitamente la parola diem e mi parve quasi venire da un altro mondo.
    Carpe dieeeem”, ripeté in modo identico Il Capitano “Sta tutto in quel carpe, vedi. Bisogna afferrare, carpire il tempo perché… dum loquimur fugerit invida aetas: mentre parliamo è già passato questo tempo invidioso! Invidioso, sì, avido di sé. E, se il tempo passa e tu non l’hai afferrato quando avresti dovuto, ecco che tutto è perduto, per sempre… Perché lui non aspetta, eh no, il tempo non aspetta nessuno…”
    Mi parevano tutti discorsi astratti e sconclusionati. Vaneggiavano quei due pezzenti, poeti o filosofi che fossero, vaneggiavano di certo.
    “Io non potrei mai finire come voi!”, proruppi infine.
    La vecchia mi sorrise, mi parve, con indulgenza.
    “No? Sai, basta così poco, una piccola svista, una disattenzione e il tempo fa tutto il resto, guarda…”, con una mano mi indicò un punto imprecisato in alto, nel cielo notturno ricamato di stelle.
    Guardai e vidi come delle finestre aprirsi nell’oscurità: nella prima riconobbi me stessa adulta: tenevo un bel bambino in braccio, accanto a me c’era un uomo che mi guardava innamorato…
    Ero bella, felice…: il mio avvenire come l’avevo sempre sognato.
    Ma a quella visione se ne sovrappose subito un’altra: ero una mendicante accucciata su dei cartoni, in un angolo di strada…
    Ero brutta, triste…: il peggiore dei miei incubi.
    Sussultai, le immagini svanirono.
    “Visto? …”, mi stava chiedendo Il Capitano.“Visto con quale rapidità quelle visioni si sono susseguite? Così può avvenire nella vita, a volte, al di là di ogni volontà, di ogni previsione, perché basta un attimo di distrazione, basta chiudere gli occhi un po’ troppo a lungo, ed è fatta!”
    “Il tempo non aspetta nessuno”, ripeté ancora La Pupa con mesta tranquillità.
    Non riuscii a replicare, mi sentivo ormai senza forze.
    Li guardai, sospesa. Eppure non avvertivo infelicità in loro, ma solo una tranquilla, serena melanconia. Sembravano quasi… due angeli!
    Uno stridore di freni mi riscosse: mio fratello era finalmente arrivato.
    “Io devo andare…”, mormorai.
    Loro annuirono, sorridendomi senza parlare.
    Mi voltai e corsi a rifugiarmi nella macchina di Roby. Ero sconvolta.
    Lo udii a stento apostrofarmi: “Quando la smetterai di ficcarti nei guai?”
    Poi accese l’autoradio, probabilmente per non udire le mie noiose scuse, scuse che, non poteva saperlo, io non ero proprio in grado di pronunciare.
    Una canzone che ben conoscevo mi colpì l’udito e il cuore.
    Mentre la macchina ripartiva, mi volsi a guardare dal finestrino i due strani mendicanti, ma non li vidi più, erano come scomparsi nella notte insieme ai loro logori cappotti, ai loro sorrisi mesti e sereni, al loro mistero...
    Il tempo non aspetta… E, dall’autoradio di mio fratello, la bella voce di Freddy Mercury cantava:
    “Time waits for nobody, time waits for nobody
    We all must plan our hopes together
    Or we'll have no more future at all
    Time waits for nobody…”

     
     
    Lyrics
    F. Mercury - Time  
                              Time waits for nobody, time waits for nobody                                                                               
    We all must plan our hopes together
    Or we'll have no more future at all
    Time waits for nobody
    We might as well be deaf and dumb and blind
    I know that sounds unkind
    But it seems to me we've not listened to
    Or spoken about it at all
    The fact that time is running out for us all
    Time waits for nobody, time waits for no-one
    We've got to build this world together
    Or we'll have no more future at all
    Because time, it waits for nobody
    You don't need me to tell you what's gone wrong (gone wrong gone wrong)
    You know what's going on
    But it seems to me we've not cared enough
    Or confided in each other at all (confided in each other at all) It seems that
    we've all got our backs against the wall
    (Time) Time waits for nobody
    (Time) Waits for no-one
    We've got to trust in one another
    Or there'll be no more future at all
    (Time) Yeah, time waits for nobody
    No no, time don't wait for no-one
    Let's learn to be friends with one another
    Or there'll be no more future at all
    Time (time) time (time) waits for nobody, waits for nobody
    Time time time time waits for nobody at all
    Time waits for nobody, yeah
    Time don't wait, waits for no-one
    Let us free this world for ever and build a brand new future for us all
    Time waits for nobody nobody nobody, for no-one.

     Glitter Photos

     (Orazio - Odi, I,11)
    Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
    finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
    temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
    seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
    quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
    Tyrrhenum! Sapias, uina liques et spatio brevi
    spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
    aetas. Carpe diem, quam minimum credula postero.
      

                                                                                                                       
    Glitter Graphics
    Fantasy Glitters