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April 25 Azenora e Tristan
April 20 Racconto di Gabriele: Heppo e il piccolo JimUn nuovo racconto di Gabriele/Astrasius. Lo trovo bellissimo, sono felice che l'abbia scritto e che me l'abbia gentilmente dedicato. Grazie, Gabry!
April 16 Sogno d'un pomeriggio di mezza primaveraUn'altra piccola storia. Non è che una variante su tema de "La veccchia fanciulla", si vede che mi sto fossilizzando su certi stereotipi, ma lo spunto mi è venuto anche da una bella canzone di Guccini, "Lui e Lei", e da un commento lasciatomi da Alessandro in un mio precedente intervento (24 marzo). Ho riportato nel mio racconto le sue esatte parole, attribuendole a "un uomo saggio", e per esse lo ringrazio nuovamente. Sogno d'un pomeriggio di mezza primavera Lui e lei passeggiano nel solito parco, dove da tanti anni trascorrono il sabato pomeriggio nelle tiepide giornate di primavera. Vi passeggiavano, un tempo, mano nella mano, occhi negli occhi, fra parole sussurrate e teneri sorrisi. Ora camminano distanti, indifferenti, estranei l’uno all’altra. La consueta panchina. Siedono lì a lungo, senza parlare, ciascuno prigioniero della propria acre malinconia. Lui legge il giornale, lei sfoglia pigramente una rivista, ma oggi no, non ha nemmeno la sua rivista con sé. Allora guarda gli alberi del parco, guarda il cielo, i colori dei fiori e non li vede, perché piange. Non le importa, sa che lui non se ne accorgerà. Lui non la guarda, non la vede, non la sente, non s’accorge più del suo pianto, né del suo sorriso. Non avverte nemmeno che ora lei si alza dalla panchina, si allontana lentamente verso il laghetto del parco. E’ un luogo amico, il piccolo lago, è lo specchio della sua anima nuda; il vecchio salice che su di esso si ripiega è l’effigie delle sue lacrime. Lei siede sull’erba, in riva al laghetto, lieta che non ci siano nelle vicinanze bambini che strepitano, coppiette che si baciano, grata per quell’angolo di solitudine tutto suo. Può protendersi per cercare di specchiarsi nell’acqua, nessuno si accorgerà di quella sua stranezza. Cerca nell’acqua un riflesso di se stessa, forse per sapersi ancora viva, ma non lo trova, non vede nulla, se non quell’acqua verdastra che non conosce limpidezza. Lei sa di essere brutta. Lo ha sempre saputo. Un tempo, un tempo ormai sepolto nella memoria, lui non la vedeva brutta, le diceva che era bella. Poi ha scoperto la sua bruttezza, un giorno all’improvviso l’ha intravista, e da allora non l’ha guardata più. Lei sa che solo le donne belle possono specchiarsi nell’acqua, che solo per loro i laghetti sono limpidi. Per le donne brutte ci sono soltanto acque torbide, opache. Le donne belle, le fate, le ninfe… Lui la guarderebbe ancora con amore, se fosse una fata o una ninfa, se avesse lunghi capelli d’oro, ali d’argento, occhi di cielo… La guarderebbe ancora, sì… ma lei non ha oro, né, argento, né cielo, lei ha due piccoli occhi grigi appannati di lacrime di sale. Le lacrime cadono nel laghetto e, misteriosamente in un istante, l’acqua si fa pura, limpidissima. Allora lei vi si vede finalmente riflessa e scopre d’essere viva e bellissima. E’ una fata bionda con ali argentee e sfavillanti occhi di cielo, una fata che non ha mai vista, che non ha mai saputo d’essere. Il salice, che prima consolava il suo pianto, ora si piega un po’ di più sul lago per ammirare quella nuova bellezza; i fili d’erba, i fiori, gli uccellini, le vanesie farfalle, le prime lucciole della sera, tutta la natura contempla estasiata quel riflesso di splendore. Lei, nel suo cuore, comprende l’origine del miracolo. E’ rimasta sola ad amarsi, pur non essendosi amata mai, perché chi non è più amato da nessuno infine è costretto ad amarsi da solo almeno un po’. Quel frammento d’amore e di compassione di sé le ha donato l’immagine bella, lo splendido riflesso nell’acqua tanto lontano da ciò che l’origina. Eppure lei ricorda che una volta un uomo saggio le ha detto: “Possiamo dare infinite interpretazioni ad un riflesso confuso nell'acqua, ma l’immagine che dà origine a quel riflesso, è soltanto una”. Ricorda bene quelle parole e allora non capisce più quale sia la verità, quanto sia vera la sua bruttezza, quanto sia falsa la sua bellezza, non sa più niente di sé. Ripensa a un mito, il mito di Narciso, e diventa pagana. Prega dei che non conosce di trasformarla in un fiore, come il mitico giovane innamorato della propria immagine riflessa, perché anche lei si è innamorata del proprio riflesso e ora vuole rimanere per sempre lì a contemplarlo, senza sapere se sia vero o falso, senza più alcuna consapevolezza della verità. Sì, rimanere per sempre lì, piegarsi sull’acqua per vederlo meglio, sempre più, fino a languire, fino a morire… Poi, dove giace il suo corpo, spunterà forse un magnifico fiore, che verrà chiamato con il suo nome, come il narciso… Ma lei non ha un nome, non lo ricorda più, e allora non potrà mai dare il nome a un fiore… Scende la sera, le prime stelle spuntano nel cielo, si specchiano nel piccolo lago, inargentando il riflesso della donna fata. Lui si desta dal suo letargo nel giornale, le ombre della sera lo scuotono, si ricorda di lei, sospira d’impazienza. Va al laghetto dove sa di trovarla, la vede seduta nell’erba, assurdamente protesa verso l’acqua, e gli pare, quello, un ennesimo atto di stupidità. Le ingiunge con voce secca d’alzarsi, è ora d’andar via. Lei sa di non aver scelta, lei sa d’avere una scelta. Il suo corpo sgraziato si alza, segue l’uomo lentamente. Lui non sa di portarsi dietro un corpo vuoto. O forse lo sa, ma non gliene importa. L’anima di lei - se un’anima in lei c’era ancora - resta lì a contemplare il suo bellissimo riflesso nell’acqua, quel riflesso fulgido del bagliore delle stelle e della nascente luna. Al posto del corpo vuoto, che se n’è andato via, sboccia un fiore dai grandi petali d’oro, d’argento e di cielo, un fiore d’una bellezza così rara e pura, da non poter avere un nome.
April 11 Fly away...Un inconsistente venerdì sera: ci vorrebbero grandi ali d'angelo per poter volar via di qui... Fly Away From Here
Gotta find a way
yeah I cant wait another day aint nothing gonna change if we stay around here gotta do what it takes cause its all in our hands we all make mistakes yeah but its never too late to start again take another breath and say another prayer and Fly Away from here
anywhere yeah I dont care we just fly away from here our hopes & dreams are out there somewhere wont let time pass us by we'll just Fly yeah If this life
it seems harder now it aint no never mind you got me by your side and anytime you want yeah we can catch a train & find a better place cause we wont let nothing or noone keep getting us down maybe you & I could pack our bags & hit the sky and Fly Away From Here
anywhere yeah I dont care we just fly away from here our hopes & dreams are out there somewhere we wont let time pass us by we just Fly do you see a bluer sky now
you can have a better life now open your eyes cause no one here can ever stop us they can try but we wont let them no way maybe you & I could pack our bags & say goodbye and Fly Away From Here
anywhere honey I dont care we just fly away from here our hopes & dreams are out there somewhere Fly Away from Here yeah anywhere honey I dont I dont I dont yeah we just fly away April 08 Non più arrabbiataNon sono più arrabbiata, assolutamente no. Sono solo un po' stufa della mia solita tendenza a fare di ogni sassolino una montagna.
Dev'essere stata un po' colpa delle canzoni di Vasco e di quei sublimi versi del Foscolo che mi hanno infervorato troppo la mente, la scorsa domenica.
Poi, basta fermarsi un attimo a rileggere una pagina di letteratura così per rendersi conto che ormai non è proprio più tempo di "eroici furori"...
Siamo o non siamo su un'invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po' più di caldo, ora un po' più di freddo, e per farci morire - spesso con la coscienza d'aver commesso una sequela di piccole sciocchezze - dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più?
(L. Pirandello Il fu Mattia Pascal - Premessa II)
Fantasia in rosa per pacificarmi meglio l'animo...
April 07 Ieri... maliziaIeri mi trovavo persa fra le mie solite fantasie, fra la musica di Vasco Rossi (alcune canzoni del suo ultimo album sembrano scritte proprio per me) e gli eterni versi del Foscolo, che da tutta la vita mi toccano le più segrete corde del cuore.
Cassandra: E voi, palme e cipressi che le nuore (Ugo Foscolo Dei Sepolcri vv. 272-295)
Vasco: Dimmelo te Dimmelo te! ( Vasco Rossi - Dimmelo te)
E adesso che sono arrivato Adesso che non ho Adesso che ho capito E adesso che non ho Adesso che non c’è Adesso che non c‘è E adesso che tocca a me...
( Vasco Rossi - E adesso che tocca a me)
Poi, a sera, sono uscita in strada per incontrare i miei più sinceri affetti, sperando di trovare nelle loro mani e nelle loro voci quell'infinito che avevo vagheggiato fra canzoni e poesie per tutto il giorno. Invece la malizia, in veste d'angelo dal sorriso ammaliante, è venuta a insinuarsi fra me e i miei affetti, facendomi sentire antica, obsoleta per quel mio amare casto fatto solo di tenerezza sconfinata. Non va più di moda, pare, voler bene in modo semplice e caldo, senza evolvere nella complicatezza di deviazioni trasgressive, in meandri che non conosco, che non mi appartengono. Ne sono fuggita via, inorridita. Mi sono rifugiata al buio, fra i miei versi di sublimi poeti e le mie note di canzoni deluse, arrabbiate. Ero arrabbiata, sì, lo sono ancora. Oggi sono stanca e voglio solo nascondermi nel mio carapace di tartaruga arcaica per rimanere lì al caldo e al sicuro. Oggi non voglio sapere altro del mondo moderno e della sua onnipresente, inquinante malizia. Sono vecchia, sì, sono antica nel mio modo di voler bene e di concepire l'amicizia. Sono orgogliosa di esserlo, voglio restare così.
April 02 TimeUno strano racconto: forse una pausa d'ombra nella luminosità primaverile...
Time
Al Capitano
La serata era iniziata nel modo migliore e finita nel peggiore.
Mi ero divertita alla festa di compleanno della mia migliore amica, avevo riso, cantato e ballato, piacevolmente assediata da uno stuolo di corteggiatori. Infine il ragazzo più carino, quello con cui avevo ballato di più, si era offerto di riaccompagnarmi a casa. Come rifiutare? Avevo bevuto un po’ troppo e non mi ero resa conto che lui aveva bevuto molto più di me. In macchina, le sue maniere erano cambiate, era diventato volgare, aveva fermato l’auto in una stradina buia e aveva cominciato ad allungare le mani. Mi so difendere e sono rapida nei movimenti. Una gomitata ben assestata e via, fuori dalla macchina. Certo avrebbe potuto andarmi molto peggio. Senza nemmeno provare ad inseguirmi, forse perché l’ubriachezza non gli lasciava forze sufficienti, il lurido individuo mi aveva lanciato una serie di ingiurie ed era ripartito a razzo con la sua auto, lasciandomi lì, sperduta in mezzo al nulla. Con un misto di sollievo e sbigottimento, mi guardai intorno: mai visto un luogo più squallido di quel vicolo di periferia. Un taxi, dovevo chiamare subito un taxi, ma con orrore mi resi conto di non avere più la borsa. Dovevo averla persa nella macchina di quello scellerato, maledizione a lui! Niente borsa, niente cellulare, niente documenti, niente soldi: era la fine. Girai ancora intorno lo sguardo, spaurita: da un momento all’altro un malintenzionato sarebbe sbucato da qualche parte e mi avrebbe assalita, come avrei potuto difendermi ancora? Magari sarebbero stati in due o in tre… La luce di un fuoco acceso in un angolo della strada attirò la mia attenzione: c’erano due figure umane accovacciate su dei cartoni accanto a quel piccolo fuoco, verosimilmente due senzatetto, le uniche anime viventi in quel deserto metropolitano. Avevo sempre provato un’istintiva repulsione per quella sordida umanità senza fissa dimora, ma ora non mi restava scelta. Mi avvicinai, barcollando sui miei stivaletti dai tacchi vertiginosamente alti. “Scusate…” L’uomo e la donna mi regalarono uno sguardo interrogativo e un sorriso. Erano abbastanza anziani, ma non avrei saputo dar loro un’età precisa. Erano avvolti in scuri cappotti logori, ma stranamente non emanavano un cattivo odore, né un senso di sporco, sembravano quasi…ordinati. La donna aveva capelli grigi lucenti e raccolti con cura, l’uomo un volto dal profilo aristocratico e una barba tutt’altro che incolta. “Scusate…”, ripetei esitante. “Io mi sono persa!” L’uomo annuì sorridendo, la donna mi rispose con voce ferma, ma gentile: “Beh, cara fanciulla, dovresti forse fare più attenzione a scegliere i tuoi accompagnatori…” Evidentemente avevano visto tutto, ebbi la netta sensazione che sapessero tutto quel che mi era capitato, che non fosse necessario spiegar loro nulla. “Io… avrei bisogno di un telefono, dovrei chiamare casa, non so come fare…” Quanto ero stupida! Era assolutamente impossibile che quei due poveracci avessero un cellulare. “Un telefono, vediamo…”, mormorò l’uomo con aria meditabonda. Poi, rivolto alla sua compagna: “Ehi, Pupa, ti ricordi per caso se abbiamo un telefono?” “Ma sì, Capitano, l’hai già dimenticato? Proprio ieri, hai trovato in strada un cellulare smarrito e te lo sei messo in tasca”. “Ah sì, è vero…”, l’uomo si frugò nelle enormi tasche. “Abbiate pazienza, ragazze, dovrei averlo, ma non mi ricordo bene… del resto, perché avrei dovuto conservarlo? Io non ho bisogno di un telefono, chi dovrei chiamare, poi? La Pupa? Ma lei è sempre con me!”, guardò la donna, sorridendole con dolcezza. Lei ricambiò il suo sguardo e il suo sorriso in modo altrettanto tenero. Cominciavo a perdere la pazienza. Quei due non mi sembravano pericolosi e stavo ritrovando la mia consueta sicurezza. “Sentite, io ho fretta!” “Calma, figliola, forse…”, il vecchietto cavò finalmente di tasca un telefonino. “Eccolo qua!” Me lo porse e io lo afferrai con trepidazione: se quel cellulare era carico e aveva ancora un po’ di credito ero salva! Tutte i miei desideri vennero esauditi. Chiamai mio fratello, volevo evitare di svegliare papà, si sarebbe di certo arrabbiato, sapendomi ancora fuori a quell’ora. Per fortuna il cellulare di Roby era ancora acceso. Lui cominciò a sbraitare che ero la solita rompiscatole, ma infine mi feci promettere che sarebbe subito venuto a recuperarmi. Infinito sollievo. Rivolsi uno sguardo di gratitudine ai miei due benefattori: “Grazie, io..” “Più tranquilla ora?”, interloquì l’uomo, strizzandomi l’occhio. “Allora forse possiamo presentarci: io sono Il Capitano, lei la mia Pupa. E tu come ti chiami?”. Mi ritrovai a stringere le loro mani stranamente gelide, malgrado il calore del fuoco: “Laura… piacere… che nomi curiosi avete…”, non sapevo che dire. “Hai paura di noi?”, m’interruppe La Pupa, guardandomi attentamente negli occhi. “No… cioè voi non siete… gente che sono abituata a frequentare, ecco, ma siete stati gentili con me”. L’anziana donna sospirò impercettibilmente, ma il suo volto, forse in passato bello, non tradì alcun turbamento: “Un tempo…”, mormorò. “Un tempo, piccola Laura, noi fummo persone più che rispettabili agli occhi d’una fanciulla come te. Allora le nostre vite…” Guardò Il Capitano, lui le sorrise ancora, rassicurante, poi proseguì per lei: “Sì, un tempo, non avresti trovato nulla di strano in noi. Fummo come te e la tua famiglia, lo fummo, tanto tempo fa, ora non ricordiamo quasi più, vero Pupa?” Mi colpì il tono definitivo di quel ‘fummo’ che entrambi avevano pronunciato più volte. “Ma cosa vi è accaduto?”, mi ritrovai a chieder loro. Si strinsero entrambi nelle spalle. “Il tempo non aspetta nessuno…”, pronunciò lentamente La Pupa “Il tempo non aspetta chi lo perde e noi lo perdemmo…” Ancora quel solenne passato remoto… “Lo perdemmo e ora non ricordiamo nemmeno più come”, continuò lentamente Il Capitano. “Perché è passato dell’altro tempo, molto tempo… Un giorno qualcosa non deve aver funzionato a dovere, fu come uno strappo nel tempo… ci ritrovammo per strada...” sorrise alla sua compagna “…con indosso i nostri vecchi cappotti, con la nostra solitudine e la nostra paura, questo lo ricordi, Pupa?” “Oh sì, lo ricordo!”, annuì lei con dolcezza. “Erano tanti anni che non ci vedevamo. Ci eravamo persi, quando le nostre esistenze erano ancora… normali? Dovrei dire così? Da piccoli eravamo compagni di giochi, ma poi ci eravamo persi…” Si perse ora lei nei suoi lontani ricordi. Il Capitano riprese: “Quando me la ritrovai davanti, la riconobbi subito, però. Era lei, la mia amica d’infanzia, che avevo perso di vista, ma mai dimenticato. Anche lei sulla strada, come me: era un segno”. Inaspettatamente La Pupa rise: “Sì, un gran bel segno! E questo vecchietto allora mi disse: vuoi essere la mia Pupa, come quando eravamo bambini? Se lo vorrai io sarò per sempre il tuo Capitano, come allora…” Si guardarono e scoppiarono a ridere: erano pazzi, certo, ma mi facevano una gran tenerezza. Ascoltandoli ridere e parlare, avevo dimenticato la mia fretta, non mi chiedevo nemmeno perché mio fratello ci mettesse tanto a venirmi a prendere. Me lo chiesi in seguito, ma non lo capii mai.
“Così da allora ci chiamiamo La Pupa e Il Capitano”, proseguì la donna. “I nostri antichi nomi non li ricordiamo nemmeno più…” “E a dire il vero non ci interessa minimamente sapere se il resto del mondo li ricordi o no”, concluse allegramente Il Capitano. “Ma come potete sopportare di vivere così?, non potei fare a meno di chiedere. “Si vede che voi in realtà non siete…” Il loro sguardo improvvisamente serio, se non duro, m’indusse a tacere. “Fu uno strappo nel tempo, te l’ho già detto”, ripeté impazientemente Il Capitano. Poi il suo tono si addolcì: “Ascolta: tu sei probabilmente una liceale, quindi conoscerai il poeta latino Orazio…” Lo stavo studiando proprio in quel periodo! “E Orazio dice”, continuò la donna. “Carpe dieeeem…” La sua voce prolungò indefinitamente la parola diem e mi parve quasi venire da un altro mondo. “Carpe dieeeem”, ripeté in modo identico Il Capitano “Sta tutto in quel carpe, vedi. Bisogna afferrare, carpire il tempo perché… dum loquimur fugerit invida aetas: mentre parliamo è già passato questo tempo invidioso! Invidioso, sì, avido di sé. E, se il tempo passa e tu non l’hai afferrato quando avresti dovuto, ecco che tutto è perduto, per sempre… Perché lui non aspetta, eh no, il tempo non aspetta nessuno…” Mi parevano tutti discorsi astratti e sconclusionati. Vaneggiavano quei due pezzenti, poeti o filosofi che fossero, vaneggiavano di certo. “Io non potrei mai finire come voi!”, proruppi infine. La vecchia mi sorrise, mi parve, con indulgenza. “No? Sai, basta così poco, una piccola svista, una disattenzione e il tempo fa tutto il resto, guarda…”, con una mano mi indicò un punto imprecisato in alto, nel cielo notturno ricamato di stelle. Guardai e vidi come delle finestre aprirsi nell’oscurità: nella prima riconobbi me stessa adulta: tenevo un bel bambino in braccio, accanto a me c’era un uomo che mi guardava innamorato… Ero bella, felice…: il mio avvenire come l’avevo sempre sognato. Ma a quella visione se ne sovrappose subito un’altra: ero una mendicante accucciata su dei cartoni, in un angolo di strada… Ero brutta, triste…: il peggiore dei miei incubi. Sussultai, le immagini svanirono. “Visto? …”, mi stava chiedendo Il Capitano.“Visto con quale rapidità quelle visioni si sono susseguite? Così può avvenire nella vita, a volte, al di là di ogni volontà, di ogni previsione, perché basta un attimo di distrazione, basta chiudere gli occhi un po’ troppo a lungo, ed è fatta!” “Il tempo non aspetta nessuno”, ripeté ancora La Pupa con mesta tranquillità. Non riuscii a replicare, mi sentivo ormai senza forze. Li guardai, sospesa. Eppure non avvertivo infelicità in loro, ma solo una tranquilla, serena melanconia. Sembravano quasi… due angeli! Uno stridore di freni mi riscosse: mio fratello era finalmente arrivato. “Io devo andare…”, mormorai. Loro annuirono, sorridendomi senza parlare. Mi voltai e corsi a rifugiarmi nella macchina di Roby. Ero sconvolta. Lo udii a stento apostrofarmi: “Quando la smetterai di ficcarti nei guai?” Poi accese l’autoradio, probabilmente per non udire le mie noiose scuse, scuse che, non poteva saperlo, io non ero proprio in grado di pronunciare. Una canzone che ben conoscevo mi colpì l’udito e il cuore. Mentre la macchina ripartiva, mi volsi a guardare dal finestrino i due strani mendicanti, ma non li vidi più, erano come scomparsi nella notte insieme ai loro logori cappotti, ai loro sorrisi mesti e sereni, al loro mistero... Il tempo non aspetta… E, dall’autoradio di mio fratello, la bella voce di Freddy Mercury cantava: “Time waits for nobody, time waits for nobody We all must plan our hopes together Or we'll have no more future at all Time waits for nobody…” Lyrics
F. Mercury - Time
Time waits for nobody, time waits for nobody
We all must plan our hopes together Or we'll have no more future at all Time waits for nobody We might as well be deaf and dumb and blind
I know that sounds unkind But it seems to me we've not listened to Or spoken about it at all The fact that time is running out for us all Time waits for nobody, time waits for no-one
We've got to build this world together Or we'll have no more future at all Because time, it waits for nobody You don't need me to tell you what's gone wrong (gone wrong gone wrong)
You know what's going on But it seems to me we've not cared enough Or confided in each other at all (confided in each other at all) It seems that we've all got our backs against the wall (Time) Time waits for nobody
(Time) Waits for no-one We've got to trust in one another Or there'll be no more future at all (Time) Yeah, time waits for nobody
No no, time don't wait for no-one Let's learn to be friends with one another Or there'll be no more future at all Time (time) time (time) waits for nobody, waits for nobody
Time time time time waits for nobody at all Time waits for nobody, yeah Time don't wait, waits for no-one Let us free this world for ever and build a brand new future for us all
Time waits for nobody nobody nobody, for no-one. (Orazio - Odi, I,11) |
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