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    June 20

    Addomesticare

     

    Da "Il Piccolo Principe" di Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry

     

    petitprince2

    In quel momento apparve la volpe.

    “Buon giorno”, disse la volpe.

    “Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.

    “Sono qui”, disse la voce,“sotto al melo...”

    “Chi sei?”, domando' il piccolo principe,“sei molto carino...”

    “Sono una volpe”, disse la volpe.

    “Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, sono così triste...”

    “Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomestica”.

    “Ah! scusa”, fece il piccolo principe.

    Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:

    “Che cosa vuol dire addomesticare?”

    “Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe, “che cosa cerchi?”

    “Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe.

    “Che cosa vuol dire addomesticare?”

    “Gli uomini” disse la volpe, “hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?”

    “No”, disse il piccolo principe. “Cerco amore. Che cosa vuol dire addomesticare?”
    “E’ una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami...”
    “Creare dei legami?”
    “Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
    “Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore... credo che mi abbia addomesticato...”
    Ma la volpe ritornò della sua idea: “La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...”
    La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
    “Per favore... addomesticami”, disse.
    “Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
    “Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amore o di amicizia, gli uomini non hanno più amore nè amicizia. Se tu vuoi capire cosa voglio dire addomesticami!”
    “Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
    “Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino...”
    Il piccolo principe ritornò l’indomani.
    “Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni per esempio tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti!”.
    “Che cos’è un rito?”(...)
    “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore.”(...)
    Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
    E quando l’ora della partenza fu vicina:
    “Ah!” disse la volpe, “...piangerò”.
    “La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...”
    “E’ vero”, disse la volpe.
    “Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
    “E’ certo”, disse la volpe.
    “Ma allora che ci guadagni?”
    “Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

     

    volpe2 

     

    June 15

    Enea e Didone

     

    Quanto un uomo può essere irremovibile, quanto una una donna può disperarsi invano: il più illustre esempio letterario, Enea e Didone.

    Ma Didon del tratto
    tosto s'avvide: e che non vede amore?
    Ella pria se n'accorse; ch'ogni cosa
    temea, benché secura. E già la stessa
    Fama importunamente le rapporta
    armarsi i legni, esser i Teucri accinti
    a navigare. Onde d'amore e d'ira
    accesa, infurïata, e fuori uscita
    di se medesma, imperversando scorre
    per tutta la città. Quale a i notturni
    gridi di Citeron Tïade, allora
    che 'l trïennal di Bacco si rinnova,
    nel suo moto maggior si scaglia e freme,
    e scapigliata e fiera attraversando,
    e mugolando al monte si conduce;
    tal era Dido, e da tal furia spinta
    Enea da sé con tai parole assalse:
      «Ah perfido! Celar dunque sperasti
    una tal tradigione, e di nascosto
    partir de la mia terra? E del mio amore,
    de la tua data fé, di quella morte
    che ne farà la sfortunata Dido,
    punto non ti sovviene, e non ti cale?
    Forse che non t'arrischi in mezzo al verno
    tra' piú fieri Aquiloni a l'onde esporti?
    Crudele! Or che faresti, se straniere
    non ti fosser le terre, ignoti i lochi
    che tu procuri? E che faresti, quando
    fosse ancor Troia in piede? A Troia andresti
    di questi tempi? E me lasci, e me fuggi?
    Deh! per queste mie lagrime, per quello
    che tu della tua fé pegno mi desti
    (poiché a Dido infelice altro non resta
    che a sé tolto non aggia), per lo nostro
    marital nodo, per l'imprese nozze,
    per quanti ti fei mai, se mai ti fei
    commodo o grazia alcuna, o s'alcun dolce
    avesti unqua da me; ti priego ch'abbi
    pietà del dolor mio, de la ruina
    che di ciò m'avverrebbe; e (se piú luogo
    han le preci con te) che tu del tutto
    lasci questo pensiero. Io per te sono
    in odio a Libia tutta, a' suoi tiranni,
    a' miei Tiri, a me stessa. Or come in preda
    solo a morte mi lasci, ospite mio?
    ch'ospite sol mi resta di chiamarti,
    di marito che m'eri. E perché deggio,
    lassa, viver io piú? Per veder forse
    che 'l mio fratel Pigmalïon distrugga
    queste mie mura, o 'l tuo rivale Iarba
    in servitú m'adduca? Almeno avanti
    la tua partita avess'io fatto acquisto
    d'un pargoletto Enea che per le sale
    mi scherzasse d'intorno, e solo il volto,
    e non altro, di te sembianza avesse;
    ch'esser non mi parrebbe abbandonata,
    né delusa del tutto». A tai parole
    Enea di Giove al gran precetto affisso
    tenea il pensiero e gli occhi immoti e saldi;
    e brevemente le rispose al fine:
      «Regina, e' non fia mai ch'io non mi tenga
    doverti quanto forse unqua potessi
    rimproverarmi. E non fia mai ch'Elisa
    non mi ricordi, infin che ricordanza
    avrò di me medesmo, e che 'l mio spirto
    reggerà queste membra. Ora in discarco
    di me dirò sol questo, che sperato,
    né pensato ho pur mai d'allontanarmi
    da te, come tu di'. Se 'l mio destino
    fosse che la mia vita e i miei pensieri
    a mia voglia reggessi, a Troia in prima
    farei ritorno: raccôrrei le dolci
    sue disperse reliquie: a la mia patria
    di nuovo renderei la vita e i figli,
    e la reggia e le torri e me con loro.
    Ma ne l'Italia il mio fato mi chiama.
    Italia Apollo in Delo, in Licia, ovunque
    vado, o mando a spïarne, mi promette.
    Quest'è l'amor, quest'è la patria mia.
    Se tu, che di Fenicia sei venuta,
    siedi in Cartago, e ti diletti e godi
    del tuo libico regno; qual divieto,
    qual invidia è la tua, che i miei Troiani
    prendano Ausonia? Non lece anco a noi
    cercar de' regni esterni? E non cuopre ombra
    la terra mai, non mai sorgon le stelle,
    che del mio padre una turbata imago
    non veggia in sogno, e che di ciò ricordo
    non mi porga e spavento. A tutte l'ore
    del mio figlio sovviemmi e de l'ingiuria
    che riceve da me sí caro pegno,
    se del regno d'Italia io lo defraudo,
    che gli son padre, quando il fato e Giove
    ne 'l privilegia. E pur dianzi mi venne
    dal ciel mandato il messaggier celeste
    a portarmi di ciò nuova imbasciata
    dal gran re degli dèi. Donna, io ti giuro
    per la lor deità, per la salute
    d'ambedue noi, che con quest'occhi il vidi
    qui dentro in chiaro lume; e la sua voce
    con quest'orecchi udii. Rimanti adunque
    di piú dolerti; e con le tue querele
    né te, né me piú conturbare. Italia
    non a mia voglia io seguo». E piú non disse.
      Ella, mentre dicea, crucciata e torva
    lo rimirava, e volgea gli occhi intorno
    senza far motto. Alfin, da sdegno vinta
    cosí proruppe: «Tu, perfido, tu
    sei di Venere nato? Tu del sangue
    di Dardano? Non già; ché l'aspre rupi
    ti produsser di Caucaso, e l'Ircane
    tigri ti fûr nutrici. A che tacere?
    Il simular che giova? E che di meglio
    ne ritrarrei? Forse ch'a' miei lamenti
    ha mai questo crudel tratto un sospiro,
    o gittata una lagrima, o pur mostro
    atto o segno d'amore, o di pietade?
    Di che prima mi dolgo? di che poi?
    Ah! che né Giuno omai, né Giove stesso
    cura di noi: né con giust'occhi mira
    piú l'opre nostre. Ov'è qua giú piú fede?
    E chi piú la mantiene? Era costui
    dianzi nel lito mio naufrago, errante,
    mendíco. Io l'ho raccolto, io gli ho ridotti
    i suoi compagni, e i suoi navili insieme,
    ch'eran morti e dispersi; ed io l'ho messo
    (folle!) a parte con me del regno mio,
    e di me stessa. Ahi, da furor, da foco
    rapir mi sento! Ora il profeta Apollo,
    or le sorti di Licia, ora un araldo,
    che dal ciel gli si manda, a gran faccende
    quinci lo chiama. Un gran pensiero han certo
    di ciò gli dèi. D'un gran travaglio è questo
    a lor quïete. Or va', che per innanzi
    piú non ti tegno, e piú non ti contrasto.
    Va' pur, segui l'Italia, acquista i regni
    che ti dan l'onde e i venti. Ma se i numi
    son pietosi, e se ponno, io spero ancora
    che da' vènti e da l'onde e da gli scogli
    n'avrai degno castigo; e che piú volte
    chiamerai Dido, che lontana ancora
    co' neri fuochi suoi ti fia presente:
    e tosto che di morte il freddo gelo
    l'anima dal mio corpo avrà disgiunta,
    passo non moverai che l'ombra mia
    non ti sia intorno. Avrai, crudele, avrai
    ricompensa a' tuoi merti, e ne l'inferno
    tosto me ne verrà lieta novella».
    Qui 'l suo dire interruppe; e lui per téma
    confuso e molto a replicarle inteso
    lasciando, con disdegno e con angoscia
    gli si tolse davanti. Incontanente
    le fûr l'ancelle intorno; e sí com'era
    egra e dolente, entro al suo ricco albergo
    le diêr sovra le piume agio e riposo.
      Enea, quantunque pio, quantunque afflitto
    e d'amore infiammato e di desire
    di consolar la dolorosa amante,
    nel suo core ostinossi. E fermo e saldo
    d'obbedire a gli dèi fatto pensiero,
    calossi al mare, e i suoi legni rivide.

    (Virgilio - Eneide IV - vv. 440 - 606
    Traduzione di Annibal Caro)

     

       

    June 10

    Mare!!!

     

                            Oggi primo giorno dell'estate trascorso al mare!

                             Il mio Mare!
                              Il mio tenero, impetuoso amante,
                           che mi culla dolcemente
                               o con violenza mi respinge,
                         ma che sempre mi ammalia col suo azzurro,
                           che sempre mi cattura con la sua onda,
                        ogni estate con più forza,
                       ogni estate di piu!

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    La sirenetta e Sebastian - In fondo al mar

    Ariel, ascolta:
    Il mondo degli umani è un pasticcio,
    la vita sotto il mare è meglio
    di ogni cosa abbiano lassù
    Le alghe del tuo vicino
    ti sembran più verdi sai
    vorresti andar sulla terra
    non sai che gran sbaglio fai
    se poi ti guardassi intorno
    vedresti il nostro mar
    è pieno di meraviglie
    che altro tu vuoi di più?!
     


     

    In fondo al mar
    in fondo al mar
    tutto bagnato è molto meglio credi a me
    quelli lassù che sgobbano
    sotto quel sole svengono
    mentre qua sotto
    ce la spassiamo
    in fondo al mar!
    Quaggiù tutti sono allegri
    guizzando di qua e di là
    invece là sulla terra
    il pesce è triste assai
    rinchiuso in una boccia
    che brutto destino avrà
    se all'uomo verrà un pò fame
    il pesce si papperà!
    Ohhh nooo! 


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    In fondo al mar
    in fondo al mar
    nessuno ci frigge
    o ci cucina in fricassea
    e non si rischia di abboccar
    no non c'è un amo in fondo al mar
    la vita è ricca di bollicine
    in fondo al mar
    in fondo al mar
    in fondo al mar
    in fondo al mar
    con questo ritmo
    la vita è sempre dolce così
    anche la razza ed il salmon
    sanno suonare con passion
    qui c'è la grinta ogni concerto
    è un successon!

    Il sarago suona il flauto
    la carpa l'arpa
    la platessa il basso
    poi c'è  la tromba del pesce rombo
    voilà

     

     

    il luccio è il re del blues
    la razza con il nasello al  violoncello
    con la sardina all'ocarina e con l'orata
    vedrai che coro si farà!!!

    Siiiiiiiiiiiiiiii
    in fondo al mar
    in fondo al mar
    in fondo al mar
    in fondo al mar

    se la sardina fa una moina
    c'è da impazzir
    che c'è di bello poi lassù
    la nostra banda vale di più
    ogni mollusco sà improvvisar
    in fondo al mar!

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      AH AH
    Ogni lumaca si fa un balletto
    in fondo al mar
    e tutti quanti ci divertiamo
    qui sotto l'acqua
    in mezzo al fango
    ma che fortuna vivere insieme

    in fondo al maaaaaaaaaaaaaaaaaar!

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    June 07

    Sogno

     

    Sogno:  Newborn…Reborn…  

    Ho sognato questo strano sogno per l’intera notte…

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    Sono a casa della mia migliore amica, in vacanza da lei. Abita in una grande casa piena di luce, ai tropici. Ogni mattina andiamo al mare, ci sdraiamo al sole, sulla spiaggia bianca, ma oggi è l’ultimo giorno, so che devo ripartire.
    C’è la valigia da fare, la mia grande valigia nera, mi ci vorranno ore per prepararla, non c’è tempo per restare al mare, oggi.
    L’aereo mi porta via, inesorabilmente lontano da tutta quella luce, dall’azzurro argenteo di quell’acqua che si infrange dolcemente sulla spiaggia bianca.
    Avvolta nella mestizia più profonda, sorvolo gli equorei paesaggi luminescenti, vivendo il ritorno verso l’ombra terrestre di casa mia come una discesa agli Inferi, come un dramma infinito…

    Non c’è più luce, deve essere di nuovo inverno.
    Sono molto giovane, forse sono al liceo.
    Nella grande palestra della scuola, dei ragazzi hanno messo su un concerto. Suonano e cantano molto bene, riscuotendo l’approvazione di tutti.
    E’ una canzone dei Depeche Mode, la riconosco subito, l’esecuzione è perfetta.
    Qualcuno chiede cosa stiano suonando i ragazzi e me ne stupisco.
    Ma è ovvio, sono i Depeche Mode, possibile che non li riconoscano? E’ la loro splendida “Newborn”!


    Newborn
    For the first time
    I'm not born again
    I have never lived at all
    I've opened up my eyes
    Now I hear the world talking
    Opened up my eyes
    I've just started walking
    I've just started walking…*

    Poi un’altra canzone, ma stavolta…
    E’ anch’essa molto bella, ma di chi è? Non sono sicura…
    C’è una ragazza: minigonna, tacchi alti, aria molto sofisticata. E’ una mia compagna di classe, quella che mi ha sempre preso in giro per come sono, per come mi vesto. La odio.
    Mi chiede con insolita gentilezza che cosa stiano suonando ora i ragazzi.
    “Credo siano gli Era”, le rispondo. “Non sono sicurissima, ma mi sembrano proprio loro…”
    “E chi sono gli Era?”, mi chiede ancora quella stupida creatura del tutto ignorante, perfino musicalmente.
    Ma come chi sono gli Era? Ovviamente quelli della celeberrima “Ameno”, canzone dal testo mistico e latineggiante, tanto privo di senso quanto bello, come tutte le loro liriche…

    Ameno
    Ameno dore
    Ameno dori me
    Ameno dori me
    Ameno dom
    Dori me reo
    Ameno dori me...**

    Invece questa canzone dovrebbe essere “Reborn”, tratta dal loro nuovo album omonimo.

    Voxi ferux terra deum
    Luci fera moxita deus
    Ferux deus axiem tutis
    Voxi turam eranos plexis
    Freris terra sima deus
    Voxi ferum ameno re...***

    La bellezza sta proprio là, dove il senso non c’è più...
    Ma la mia odiosa compagna non mi sta più ascoltando, se n’è andata là fuori, chissà dove, c’è tanta gente…
    La canzone è finita, i ragazzi ne stanno attaccando un’altra.
    Li interrompo con una domanda: “Scusate, ma prima stavate suonando ‘Reborn’ degli Era?”
    “Sì”, mi risponde qualcuno in tono palesemente seccato. Non avrei dovuto chiedere…


    Voxi turam eranos plexis
    Freris terra sima deus
    Voxi ferum ameno re…***
     

    Ma prima qualcun’altro ha fatto domande sulla canzone dei Depeche Mode e nessuno si è seccato per questo, perché invece con me…?

    ..I've got someone who cares for me
    Someone who believes in me
    I've got someone understanding me
    Someone crying over me
    For all the right reasons
    For all the right reasons…
    *

    Non importa, devo dire alla mia antipatica compagna di classe che avevo ragione, erano gli Era, lo deve sapere. Ma dov’è andata? Esco fuori dalla palestra per cercarla, allontanandomi dalla musica.
    C’è un grande cortile, fuori, o forse un grande giardino…
    Cammino in fretta sulla terra umida e bruna, sotto un cielo plumbeo.
    Sono sempre più giovane: una ragazzetta in vesti di monello. Ho i pantaloni corti neri e uno strano berretto di lana nera sui capelli. E’ molto lungo, come un cappuccio. So che mi sta bene, mi sento carina con quel bizzarro copricapo, mi scopro a mio agio.
    Ma devo trovare quella mia compagna per dirle che la canzone era proprio degli Era, che avevo ragione…
    Non la vedo e corro fra la gente, su un sentiero in salita. 
    Scorgo tra la folla il ragazzo di cui sono innamorata da sempre.
    Ride e scherza con gli amici, so che non mi guarderà nemmeno, ci sono abituata.
    Lo oltrepasso, mi vede, sento che mi chiama, ma non voglio, non posso fermarmi.
    Lassù, in cima alla salita, ci sono delle bancarelle e devo arrivarci. Vendono abiti di lana nera, come il mio cappuccio, forse vorrei fermarmi per comprare qualcosa, ma non posso.
    Svicolo veloce fra i banchi, sfiorando con una mano gli indumenti scuri…
    L’ultima bancarella…
    La mia compagna è scomparsa, non potrò dirle che quella canzone era davvero degli Era e dimostrarle che, per una volta, avevo ragione, che non può più prendermi in giro…
    Dopo l’ultima bancarella di panni neri, c’è un immenso vuoto bianco, non c’è più niente.  Io mi fermo, so che là il mondo finisce.
    E la bellezza sta proprio là, dove il senso non c’è più…
    Newborn…Reborn…

    …Opened up my eyes
    I've just started walking…
    *

    ... Freris terra sima deus
    Voxi ferum ameno re…
    ***

    * Depeche Mode - Newborn
    ** Era - Ameno
    *** Era - Reborn

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