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    June 28

    Volevo te!

     

    Volevo te!

    Nei dintorni di Cartagena de Indias,
    un paio di secoli fa o forse un po’ di più…

    Appoggiato alla balaustra della terrazza, il marchese Gaspard Alejandro de la Cuesta osservava distratto il cortile, verso l’ora del tramonto.
    La sua consorte, la marchesa Beatrisa, se ne stava languidamente adagiata sull’amaca, persa in chissà quali pensieri lascivi, con i falpalà d’organza dell’ampio abito bianco svolazzanti al venticello della sera.
    Un galeone spagnolo…
    Gli ultimi raggi del sole baluginavano sul volto cupo e affilato di Maria Suelita, seduta a terra come una selvaggia nel mezzo del patio, fra l’andirivieni della servitù.
    Gaspard sospirò impercettibilmente, cercando di distogliere lo sguardo dal disdicevole spettacolo offerto dalla sua sorellastra.
    Sorellastra… non era esattamente la sua sorellastra, era la figlia bastarda del suo patrigno e di una schiava nera che era morta dandola alla luce, quindi in pratica non esisteva fra loro nessun legame di sangue.
    Maria Suelita non era stata legittimata, sebbene il padre avesse avuto cura d'affidarla a un’altra buona schiava e non avesse mai voluto allontanarla dalla tenuta, perciò era cresciuta fra la servitù nera. Era una strana creola, dalla pelle molto chiara, sicché era difficile capire, al solo guardarla, se fosse creola o bianca. Indossava una tunichetta di tela grezza corta fino al ginocchio, simile a quella delle schiave, collane africane, braccialetti e  cavigliere che non toglieva mai.
    Era bruna e magra, quasi scheletrica, e Gaspard, a volte, non poteva fare a meno di spiare le sue caviglie sottili, paragonandole istintivamente a quelle di sua moglie, il galeone spagnolo.
    Non che gli piacessero le donne troppo magre, ma aveva un atteggiamento ambivalente verso la pinguedine della moglie, che da un lato lo attraeva e lo eccitava, da un altro lo infastidiva. Così come la di lei attitudine a comandarlo, a trattarlo sempre più spesso quasi alla stregua di un subalterno…
    Dal cortile, Maria Suelita alzò di scatto il volto verso di lui, regalandogli uno sguardo cattivo, mentre l’ultimo raggio di sole riluceva nei suoi occhi d’ambra.
    Il marchese deglutì e guardò altrove.
    Quelle sue sbirciate maligne lo inquietavano un poco e lo sorprendevano: a volte lei lo guardava in quel modo malevolo, mentre altre gli regalava occhiate traboccanti di infinita dolcezza.
    Ecco, in quel momento Gaspard avrebbe proprio avuto bisogno di ricevere uno sguardo dolce, perché stava ricordando la sua infanzia.
    Nel mondo dei bambini le differenze fra servi e signori erano più sfumate. Gaspard e Maria Suelita erano cresciuti più o meno come fratelli, giocando insieme nel grande  cortile della tenuta, rotolandosi nel fango e imitando i versi degli animali. Allora lei gli parlava, gli sorrideva, non aveva mai per lui sguardi ostili.
    Ma poi erano cresciuti e il giovane marchese si era reso conto di dover prendere le distanze da quella serva creola. Lei aveva capito, si era allontanata, non gli aveva parlato più. Aveva un rifugio segreto, laggiù, fra gli alberi di aranci, una capannetta di frasche. Gaspard era l’unico a sapere dove fosse, ma ormai aveva smesso di andarla a trovare là da molti anni.
    In tutte le stagioni Maria Suelita dormiva nuda su un’amaca, tenendosi addosso solo le sue collane, i braccialetti e le cavigliere da strega africana, che non toglieva mai. 
    Non mangiava quasi niente, tranne frutta e bacche, e nessuno in fondo capiva come riuscisse a sopravvivere.
    Non aveva più pronunciato una sola parola in spagnolo da quando aveva smesso di comunicare con Gaspard. A volte sbraitava qualche ingiuria in lingua youruba contro le schiave che cercavano di obbligarla ai lavori pesanti. Non ci erano mai riuscite, scappava chissà dove e nessuno la trovava più.
    Nella casa padronale entrava di rado e solo per svolgere qualche servizio di poco conto, pretesto per rubare miele, vino o un po’ di cacao. Per la sua inoperosità era detestata da tutti, padroni e servi. Solo gli animali erano suoi amici e solo con essi lei si confidava in un suo modo segreto, fuggendo via urlante e atterrita quando c’era da tirare il collo a una gallina o da sgozzare un capretto. In queste occasioni spesso spariva per giorni e tutta la casa si augurava che non tornasse più, escluso il marchese Gaspard.
    La marchesa Beatrisa sarebbe stata una bella donna bionda, malgrado la sua robustezza un po’ eccessiva, se solo non avesse avuto quella luce spiritata nei grandi occhi blu. Ora fece un gesto imperioso col braccio verso il marito, invitandolo a sé.
    “E’ ora di cena, mio caro…”e gli tendeva la mano affinché egli l’aiutasse a sollevarsi dall’amaca.
    La voce trillante della marchesa giunse in cortile, all’orecchio di Maria Suelita e lei guizzò via in un lampo, scomparendo nella vegetazione con un ultimo sguardo astioso per Gaspard. Ancora una volta egli restò stupefatto dalla rapidità del suo dileguarsi.
    Pensoso, si avviò in casa con la moglie che si appoggiava al suo braccio.
    “Non verrà mai il tempo di mandarla via?”, sbuffò Beatrisa.
    “Non posso farlo”, replicò il marchese.
    “Sì, lo so”, annuì lei, stizzita. “A causa del rispetto per la volontà d’un uomo che nemmeno apparteneva alla famiglia!”
    “Fu proprio Vincente Del Carmen, il mio patrigno, a salvare questa famiglia, a prendersi cura della mia povera madre, di me bambino e dei nostri beni. Senza di lui tutto sarebbe finito in rovina e ora noi non potremmo vivere così.”
    “Ma questa non è una buona ragione per continuare a tenere qui quella…”
    Era raro che il marchese zittisse la moglie: “Ceniamo ora, mia cara”, disse secco.

    Quella mattina il marchese si svegliò d’ottimo umore in virtù della notte di lussuria offertagli dalla moglie. Ecco, era soprattutto la sua lussuria, non certo l’amore, il motivo per cui era contento d’averla sposata. E poi doveva riconoscere che lei era brava anche ad amministrare la tenuta. Gestiva il commercio degli schiavi e della farina con l’abilità e la decisione di un uomo, qualità che invece al marchese erano sempre mancate.
    Baciò la moglie sul collo, dopo la colazione, ben contento di lasciarla intenta ai suoi lucrosi conti, mentre lui usciva per una passeggiata a cavallo.
    Avrebbe cavalcato un po’, poi nel pomeriggio, si sarebbe ritirato in biblioteca per dedicarsi alla lettura. Una giornata tranquilla, a modo suo, senza impegni, senza pensieri, con la sua abituale, leggera autoironia… Sì, un giorno così…
    Allontanandosi a cavallo, sorrise udendo le urla della più vecchia e autorevole delle schiave che sbraitava contro l’introvabile Maria Suelita.
    Chissà dov’era andata a cacciarsi, quel giorno…
    La scorse, a un certo punto, sotto un albero, intenta a scompigliarsi i capelli bagnati. Veniva dalla spiaggia, di certo, si era fatta il bagno fra le onde dell’oceano e ora si riposava sull’erba rugiadosa.
    Il marchese tirò le redini del cavallo, guardandola quasi intenerito. Qualche mese prima lei aveva avuto la febbre tifoide che le aveva decimato la bella chioma bruna e riccia. Ora i capelli le stavano ricrescendo disordinatamente e apparivano irti e di tutte le lunghezze, conferendole un’aria da pulcino spennato.
    “Buon giorno Maria Suelita!”, disse Gaspard, sorridendole con gentilezza.
    Lei lo ricambiò con uno sguardo truce, poi abbassò la testa, decisa a ignorarlo, e prese a mormorare qualche litania in youruba, facendo tintinnare i suoi mille braccialetti.
    Il marchese passò oltre.
    “Non ne faccio una giusta con lei”, si disse, ricordando che la donna odiava essere chiamata col suo nome intero.
    Pagana com’era, detestava il sapore cristiano del nome Maria, tollerava d’essere chiamata soltanto Suelita. Ma lui tendeva a dimenticarsene e del resto non pronunciava quel nome quasi mai…

    Per cena c’erano ospiti importanti. Nobili parenti della marchesa Beatrisa, appena arrivati nel vicereame da Siviglia. Si sarebbero servite pietanze speciali e del vino spagnolo di grande qualità fatto venire appositamente dalla Spagna. Beatrisa gongolava d’orgoglio e soddisfazione, pavoneggiandosi nel suo ricco abito cremisi e veleggiando fra gli ospiti come… beh sì, proprio come un galeone spagnolo.
    Gaspard, un po’ annoiato, se ne stava leggermente in disparte, in attesa che la cena fosse servita. Gli arrivò lo sguardo di rimprovero della moglie e subito si riscosse. Lei, dal canto suo, pensava che, se suo marito fosse stato altrettanto brillante quanto bello, sarebbe stato il compagno perfetto. Ancora una volta si soffermò ad osservare la sua alta statura, il suo portamento elegante, il suo volto bruno dai lineamenti  aristocratici. Mutò lo sguardo di rimprovero in un’occhiata maliziosamente perversa e carica di sottintesi, che fece sorridere il marito.
    La cena era servita, ma, sussurrò con imbarazzo una schiava all’orecchio della padrona, le bottiglie del pregiato vino spagnolo non si trovavano più.
    Lei rimase impassibile per qualche istante poi esplose, dimentica degli illustri ospiti: “E’ stata quella strega, quella ladra maledetta! Ha rubato il vino, Gaspard!”
    Il marchese dovette fare uno sforzo per non scoppiare a ridere.
    Si scusò diplomaticamente con gli ospiti, placò con un sorriso la moglie e disse disinvolto: “Me ne occupo subito”.
    E lasciò in fretta la sala, mentre Beatrisa ripeteva ansimando: “Sì, Gaspard, subito, subito!”
    Il marchese respirò con uno strano senso di liberà l’aria gradevole della sera e si diresse a passo svelto verso il rifugio di Maria Suelita.
    La trovò seduta a gambe incrociate sotto il suo albero, intenta a scolarsi il buon vino rosso, la testa reclinata all’indietro, mentre beveva ingordamente dalla bottiglia,  gli occhi socchiusi come rapita dal piacere.
    Il marchese provò un brivido d’eccitazione nel vederla così, si sentì quasi vacillare. Lei, trovandoselo davanti, alto e immobile nell’oscurità, non si scompose, allontanò la bottiglia dalle labbra per elargirgli un sorriso di scherno, poi riprese a tracannare il vino.
    “Maria Suelita”, l’apostrofò il marchese, con una voce che avrebbe preteso d’essere autoritaria, ma che risultò soltanto malferma. “Restituiscimi subito il vino che hai rubato!”
    Per tutta risposta lei gli indicò ridendo la bottiglia ormai quasi vuota.
    “Intendo tutte le altre bottiglie!”, tuonò il marchese con insincera ferocia.
    Maria Suelita fece spallucce, come se non sapesse di cosa lui stesse parlando.
    La luce della luna scintillò sulla pelle ambrata delle sue lunghe gambe e Gaspard non seppe più controllarsi. Le piombò addosso, strappandole la bottiglia che lei aveva portato nuovamente alle labbra.
    Maria Suelita gli sputò in faccia il sorso di vino non ancora ingoiato, mentre la bottiglia rotolava per terra.
    Lui rise, ancora più eccitato, la bloccò fremente contro il tronco dell’albero, tenendola per le spalle, e fissò ammaliato i suoi occhi luccicanti di bagliori iracondi.
    In realtà il marchese era venuto in cerca di baci, non di vino. La moglie non lo baciava mai. Gli concedeva i giochi erotici più raffinati e inconcludenti, ma mai la semplice completezza d’amore d’un bacio.
    Ora tutto quello che Gaspard desiderava erano le labbra carnose di Maria Suelita.
    Lei cercò di sottrargliele una volta e due, manifestando un falso disgusto fatto di smorfie e improperi in youruba, di cui Gaspard non poteva comprendere il senso, ma di certo intuirlo. Tuttavia, più lei resisteva, più lui si esaltava e la tirava contro di sé.
    Infine, sorprendendolo ancora una volta, la donna si rilassò completamente, si arrese. La sua bocca bruciava e sapeva di vino spagnolo.
    Gaspard la baciò esitante all’inizio, poi sempre più deciso, ancora e ancora. Maria Suelita rispose ai suoi baci con imprevedibile passione e rimasero così, in un mutuo, bramoso inseguirsi di labbra e di lingue, per un tempo che ad entrambi parve brevissimo ed eterno. Forse non si sarebbero staccati più, se a un certo punto lui non avesse cercato qualcos’altro, com’era naturale. Le infilò una mano sotto la tunichetta sbrindellata, fra le cosce, e lei si irrigidì. Sgusciò via fulminea dalle sue braccia. Certo, avrebbe potuto farlo fin dall’inizio, evidentemente non aveva voluto.
    Prima che Gaspard avesse il tempo di rendersene conto, lei era sparita nella notte, fra gli alberi.
    Restò solo e immobile al buio per un bel po’, stranito. Perché improvvisamente era fuggita via? Era pazza lo sapeva, ma c’era rimasto male…
    Con gesti meccanici andò a frugare fra le foglie morte, nella tana di Maria Suelita, recuperò le superstiti bottiglie di vino spagnolo e se ne tornò malinconicamente a casa.

    La malinconia gli durò anche nel giorno successivo, mentre se ne stava senza far niente a spiare dalla terrazza il patio, ove non si vedeva neanche l’ombra di Maria Suelita.
    Beatrisa era soddisfatta perché credeva che lui l’avesse finalmente cacciata via, la sera prima. Non poteva certo immaginare quanto l’intenzione di cacciarla fosse stata lontana dalla mente di suo marito.
    Gaspard si aggirò per metà giornata fra gli schiavi, camminò fra le canne selvatiche fin laggiù, al rifugio di Maria Suelita, arrivò fin quasi alla spiaggia, poi, a un certo punto, si trovò ridicolo e se ne tornò indietro. Si chiese lucidamente perché diavolo gli fosse presa quella specie di mania per la sua finta sorellastra, negli ultimi giorni. Si rispose con sincerità, poiché non amava gli autoinganni, che si trattava solo del capriccio di un nobile un po’ annoiato, perso nel vuoto della sua quotidiana esistenza ormai priva d’entusiasmo. Una qualche nuova sensazione, un piccolo brivido dimenticato, ecco cosa era andato a cercare da Maria Suelita, la sera prima. Cose da poco, infine. Averle ottenute o no che differenza faceva?
    Verso sera si era obbligato a dimenticare l’accaduto e a pacificarsi l’anima. Se Maria Suelita se ne fosse andata davvero, come pensava Beatrisa, o no, alla fin fine poco importava, si andava ripetendo.
    Si apprestava a rientrare in casa per cena, quando avvertì una presenza alle proprie spalle, fra gli arbusti. Si volse di scatto e lei gli apparve corrusca nelle prime ombre della sera.
    Le sorrise disinvolto: “Ben trovata, Suelita! Ti ho cercata a lungo, oggi…”
    La donna lo fissava immobile e muta. I suoi grandi occhi divennero due fessure da cui dilagavano sguardi carichi di rancore. Gaspard avvertì quasi tangibilmente quell’avversione e improntò il volto a stupore e rammarico. Era un attore nato, aveva il melodramma nel sangue e sapeva fare scena in ogni occasione. Ora disse in tono studiatamente accorato: “Perché mi odi, Suelita? Ieri notte io ti volevo!”
    Gli occhi di lei si strinsero ancor di più, feroci.
    Gaspard, con un sospiro sconsolato, scrollò la testa e si volse per andarsene.
    Fece in tempo ad allontanarsi solo d’un passo.
    Lei, con un balzo da pantera, gli piombò alla spalle, lo cinse con le braccia intorno alla vita come in una morsa e gli sibilò rauca: “No, no! Io, solo io, volevo te, VOLEVO TE, VOLEVO TE!!!”
    Erano molti anni che lui non la udiva pronunciare una sillaba in spagnolo. Lei lo strinse più forte, fin quasi a togliergli il respiro, con una forza insospettabile in una donna così esile. Poi, dopo averlo quasi stritolato in quell’abbraccio, lo lasciò di scatto e svanì. Svanì davvero, perché lui, voltandosi frastornato e come diviso da se stesso, non riuscì più a vedere nemmeno la sua ombra. Era come volata via, invisibile attraverso la vegetazione, verso il mare.
    Il senso assoluto, esclusivo, atemporale di quel “VOLEVO TE”, esplose nella mente del marchese come un maleficio e, da quel momento, iniziò a logorargli la ragione, mentre il veleno di serpente delle braccia scheletriche di Maria Suelita gli intossicava il sangue.
    Rincasò a capo chino, molto stanco.
    Maria Suelita non tornò mai più, non in carne e ossa, almeno.
    Già il giorno dopo, si vociferava a vanvera che si fosse annegata in mare o che qualche belva feroce l’avesse divorata, e le schiave atterrite giuravano d’aver visto il suo spirito maligno aleggiare sulla casa padronale, con i capelli dritti e irsuti come malerba e gli occhiacci cattivi rivolti all’ingiù.
    Il marchese Gaspard Alejandro de la Cuesta, sempre più inebetito dopo quella sera, passò il resto dei suoi giorni seduto su una sedia a dondolo a guardare il cortile dalla terrazza, mentre la moglie Beatrisa, incurante di lui, si godeva a suo agio ricchezze e amanti.
    Talvolta, all’imbrunire, gli sembrava di scorgere al centro del patio la figura di Maria Suelita che se ne stava seduta a terra e lo scrutava avidamente con quei suoi sguardi ora malvagi, ora tenerissimi.
    E quella fu l’unica immagine che i suoi occhi vacui riuscirono a distinguere con chiarezza fino all’ultimo giorno della sua vita.

     suelita

    June 05

    Il libro della mia migliore amica

     

    libro.gif image by fatina_alfrojul

    Devo recensire un libro da poco pubblicato, anche se in questo non sono brava e se sono di parte. L'autrice è Anna, la mia migliore amica. Si tratta di un romanzo breve a sfondo psicologico, molto denso e profondo, dallo stile sapientemente elaborato, frutto d'un instancabile labor limae.
    Ho già inserito qui, nel mio blog, dei brani tratti da questo testo, quando esso era ancora in fieri (27 gennaio 2008). Ora ne ripeto una sola frase, forse la mia preferita:

    "D’oro e porpora è il mare al di là dei vicoli mentre riflette l’ultimo sole; si contorcono scimitarre di luce, mentre m’imbrattano di sangue la camicetta immacolata."

    L'ho riletto entusiasta e commossa, il libro della mia amica Anna, dopo averne seguito la laboriosa stesura attraverso gli anni. Vi ho ritrovato ancora una volta me stessa e lei, con quel nodo di dolore esistenziale che ci ha sempre unite, che ha sempre segnato la nostra comunicazione, il nostro infinito comprenderci.
    Ora si trova qui, sulla mia vecchia libreria, fra tanti altri volumi di autori antichi e moderni, famosi e meno famosi. Per me è unico e unicamente prezioso: è il libro della mia migliore amica!