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September 25 L'immagine sottostante è il mio attuale sfondo del desktop (prima c'era il mare con i pesciolini, tempi ormai trascorsi...)
Mi ricorda molto il mio stesso atteggiamento di fronte ai rimbrotti costanti della mia (pseudo) coscienza...
September 21
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21 settembre, fine dell'estate...
La Morte degli Amanti
Avremo letti pieni di profumi leggeri,
divani profondi come tombe
e sulle mensole strani fiori
dischiusi per noi sotto cieli più belli.
Usando, a gara, i loro estremi ardori,
i nostri cuori saranno due grandi fiaccole,
che rifletteranno le loro doppie luci
nei nostri spiriti, specchi gemelli.
Una sera di rosa e azzurro mistico
ci scambieremo un unico bagliore,
simile a un lungo singhiozzo, risonante d'addii.
Più tardi, un Angelo, dischiuse le porte,
verrà, gaio e fedele,
a ravvivare gli specchi offuscati
e le fiamme ormai morte.
Da "I fiori del male" - Charles Baudelaire
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September 19 Un altro stupido racconto, sì, mio malgrado. Del resto non ho nulla di meglio da fare in questi giorni... Tante suggestioni all'origine di questa storia priva di speranze: non più il mare d'estate, ma il bosco d'inizio autunno, la figura di un uomo avvolto in un mantello rosso vista in un film, l'immancabile canzone dei Nightwish, una frase di Guy de Maupassant, la mia solita tristezza. Forse troppe cose eterogenee mischiate insieme, davvero troppe...
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Il palazzo incantato della Gatta Bianca
“Ho avuto un giorno la strana sensazione di aver abitato nel palazzo incantato della Gatta Bianca.” Guy de Maupassant
Qui al paese siamo tutti gente semplice: pochi notabili, fra cui mio padre, poi tutti contadini, artigiani, taglialegna… C’è un grande bosco alle spalle del paese, ma perfino i taglialegna non vi si avventurano più di tanto. Chissà che cosa c’è nel folto del bosco, chissà dove finisce il bosco, per noi gente semplice non ha non molta importanza saperlo, non siamo curiosi. Vivo ancora nella casa dei miei genitori. Non sono sposata, pur essendo la maggiore di quattro sorelle, ma anche Noela, la più piccola, non lo è. So quali sono le preoccupazioni di mamma e papà: Noela e io non abbiamo una dote, non c’è più molto denaro, quasi tutto è stato speso per il corredo delle altre due. Certo, non sarà facile concludere anche per noi un buon matrimonio. Io, poi, ho già passato l’età da marito. Vedo sempre più spesso papà guardare me e poi la chiesetta del paese col convento delle monache di clausura: è questo il destino che ormai immagina per me. Nulla può essere più lontano dalla mia volontà… Per Noela è diverso: è ancora molto giovane e soprattutto d’una bellezza straordinaria. In virtù di questo, anche senza dote, un marito prima o poi lo troverà, magari un ricco borghese d’un paese vicino o addirittura un nobile, di quelli del mondo lontano oltre il bosco. Noela sogna, sogna… Aspetta il principe che presto verrà a prenderla per condurla nel suo palazzo dorato. Non ha senso della realtà, mia sorella, inutilmente le ripeto che è molto difficile che un principe capiti nel nostro minuscolo angolo di mondo. Non mi ascolta e continua a sognare giorno e notte. Almeno lei è felice. Forse lo sarei anch’io se avessi i suoi magnifici capelli d’oro, i suoi occhi azzurri, il suo luminoso incarnato… m’incanto a guardarla a volte, sembra una fata, poi mi scuoto: ma che me ne importa? Nel nostro paese ci sono molti gatti e sono stranamente tutti bianchi. Di giorno si aggirano nelle viuzze, sonnecchiano sui davanzali; di sera misteriosamente spariscono nel bosco… E’ sorta una leggenda da noi, a causa della presenza di questi gatti bianchi: la leggenda del palazzo incantato della Gatta Bianca. Il palazzo si troverebbe al centro del bosco e tutti i gatti, di notte, se ne andrebbero laggiù a rendere omaggio alla loro regina. E’ solo una fiaba, lo so, ma mi ha sempre affascinata. Nessuno è mai andato nel cuore del bosco a cercare il palazzo della Gatta Bianca. Avrei voluto cercarlo io, da fanciulla, ma avevo paura di addentrarmi nel bosco da sola. Ora sono troppo cresciuta per queste cose… Da qualche giorno c’è una novità che incuriosisce tutti, qui in paese: un personaggio misterioso, giunto da chissà dove, che si aggira per le stradine tutto avvolto in un ampio mantello scarlatto con un cappuccio che gli nasconde completamente il volto. Chi sarà? Ce lo stiamo chiedendo tutti, nessuno trova una risposta, nessuno osa avvicinare l’enigmatico individuo che suscita in ognuno una sorta di religioso timore. Un’autorità governativa? Un messo del re, forse? E che ci farà mai in un paesetto sperduto come il nostro? Naturalmente Noela ha deciso che si tratta del suo principe, quello che si innamorerà perdutamente di lei e la sposerà… Non le importa da dove possa essere spuntato fuori, sa che è qui per lei e basta. Riderei delle sue fantasie, se non avessi notato, durante le nostre passeggiate, che il personaggio dal mantello rosso è divenuto l’ombra di mia sorella, la segue ovunque, da una certa distanza, e la sera si apposta furtivo sotto le nostre finestre, vi resta per ore, come in attesa. Noela entra in camera mia di prima mattina, gridando d’entusiasmo, e getta sul mio letto un fascio di splendidi fiori che, mi spiega concitatamente, il principe dal mantello rosso avrebbe lasciato sulla soglia di casa nostra per lei, la scorsa notte. Osservo i fiori: sono rari, magnifici, non ne ho mai visto di così belli e profumati nemmeno nel bosco. Chissà da dove vengono… A stento riesco ad arginare il fiume di parole di mia sorella. “Che ne sai che è un giovane e bellissimo principe?”, le chiedo. “E se fosse solo un orribile vecchio?” “E’ il mio bellissimo principe, lo so, lo sento!”, replica lei invasata. “La bellezza non si nasconde sotto un mantello rosso”, le faccio notare con una punta di malizia. “E’ la bruttezza, la deformità che ha bisogno di celarsi…” Non mi sarei aspettata da mia sorella una simile risposta: “Non rammenti proprio nulla di ciò che il nostro precettore ci ha insegnato? Pensa alla favola di Amore e Psiche: lo stesso Amore tenne nascosto il suo splendore alla fanciulla amata! Tu sei solo invidiosa, Tuala, proprio come le sorelle di Psiche!” Amore e Psiche già…anche se siamo ragazze di paese, nostro padre ci ha fatto impartire una buona istruzione. “Ma Amore era un dio…”, replico un po’ debolmente. Non vengo nemmeno degnata di risposta. Passano i giorni e i doni per mia sorella da parte dell’uomo dal mantello rosso si moltiplicano: altri fiori, lunghe lettere d’amore, e perfino preziosi gioielli. Mamma e papà sono all’oscuro di tutto. Poi giunge la lettera fatidica in cui l’uomo del mistero propone all’amata una romantica fuga notturna, preludio di uno splendido matrimonio. Sconcertata, mi rendo conto che mia sorella ha intenzione di accettare. “Ma che ne sai di quest’individuo?”, le urlo. “Perché non si presenta a papà per chiederti in sposa? Perché ti propone una fuga segreta, cos’ha da nascondere?” “Non lo so e non me ne importa”, mi risponde semplicemente Noela. “Non hai visto i gioielli? E’ ricchissimo e mi porterà via da questo squallido paesetto, mi risparmierà di finire in convento, come te!” “Io non andrò mai in convento!”, rispondo in tono sicuro, ma mi sento tremare il cuore. Ormai ho un pensiero fisso nella mente: Noela fuggirà con quell’uomo, chiunque lui sia, e per me non resterà altro che… No, fuggirò anch’io! Non ho nessuno che mi rapisca, ma fuggirò da sola, nel bosco, verso il palazzo della Gatta Bianca. E’ mirabile l’abilità con cui la disperazione sa tessere in noi raffinati inganni… Non voglio vedere andar via mia sorella. La notte della sua fuga, esco di casa prima di lei, lasciandola intenta a preparare le sue cose con febbrile esaltazione. Non so quale sia il luogo dell’appuntamento con l’uomo misterioso, ci capito per caso. Egli è in attesa presso la fontana sulla piazzetta del paese, scorgo il fiammeggiare del suo manto nelle tenebre prive di luce lunare. Resto immobile, sospesa, a qualche passo da lui. Improvvisamente vorrei che rapisse me invece di mia sorella. Non mi ha ancora vista. Si piega verso la fontana per bere un sorso d’acqua, scostando il cappuccio dal volto. In quell’istante la luna esce da una nube e io scopro l’orrore di quel volto. Non giovane, non vecchio. Bestiale, non umano, dai lineamenti come distorti, la barba incolta, l’irsuta chioma nera, le due zanne ferine che gli sporgono dall’enorme bocca, gli occhi infossati baluginanti di luce gialla e bieca. Sussulto e lui si avvede della mia presenza. Subito si cela nel cappuccio, ma resta immobile a fissarmi, sento i suoi occhi di belva su di me. Ci fronteggiamo in un lungo silenzio: lui minaccioso, io fiera. “Siete un mostro!, prorompo infine. “Che volete da mia sorella?” Sogghigna sotto il cappuccio, pronuncia con una voce morbida, inimmaginabile in una creatura così: “Sono un nobiluomo di terre lontane, la tua bellissima sorella la voglio in sposa.” “Siete un mostro”, ripeto. “E lei non lo sa.” Non mi risponde e io lo incalzo: “Se poi siete un nobile, come dite, perché avete scelto come sposa una fanciulla di paese e non una signora del vostro rango?” Mi pare che sospiri…
Didn't you read the tale Where happily ever after was to kiss a frog? Don't you know this tale In which all I ever wanted I'll never have For who could ever learn to love a beast?*
“Le signore del mio rango mi rifiutano per il mio aspetto. Allora ho scelto una ragazza del popolo, ma la più bella che abbia mai visto.” “Le ragazze del popolo meritano forse per marito un mostro? Anche mia sorella vi rifiuterà, quando le svelerete il vostro volto.” Sogghigna ancora: “Sarà già mia moglie, allora, e non temete, Tuala, si abituerà a me e mi amerà. Conosco il cuore delle belle fanciulle come Noela, è avido solo di ricchezza, di sfarzo. Con me avrà tutto ciò che può desiderare.” “Fuggirà inorridita!, ribadisco con fervore e poi, con raccapriccio, odo me stessa sussurrare: “Prendete me al suo posto…” Intuisco un sorriso beffardo sotto il cappuccio rosso: “Voi, Tuala? Che dovrei farmene di voi?” Non avrei pensato di potermi ridurre a tal punto: “Io…”, mormoro, provando disprezzo per me stessa. “Saprei accettarvi, potrei tollerare di vivere al vostro fianco come una brava moglie pur…” Lo sento ridere sommessamente, interrompendomi: “Pur di non finire in convento? Vedete, Tuala, sono io che non potrei tollerare di vivere con voi. Il vostro viso privo di bellezza non mi delizierebbe, non mi farebbe dimenticare la mia mostruosità. Lo splendore di vostra sorella, invece, farà brillare anche me di luce riflessa e sbiadirà il ricordo del mio triste aspetto, mi libererà dal suo greve peso.”
Remember the first dance we shared? Recall the night you melted my ugliness away? The night you left with a kiss so kind Only a scent of beauty left behind..*
Non trovo parole per replicare, chino il capo, annuendo. “Voi non mi tradirete…”, sussurra l’uomo dal mantello rosso. “No…”, mi sorprendo ancora a rispondergli.
...Forever shall the wolf in me desire the sheep in you...*
Lascio che tutto si compia: mia sorella fugge col suo mostruoso pretendente, poi i giorni passano, mentre cerco di placare un poco l’ansia di mamma e papà. Infine giunge la terribile notizia: Noela, sposa novella, si è impiccata nella stanza della locanda in cui sostava per la notte con il marito, durante il viaggio verso il Regno di Chissà Dove. L’uomo dal mantello rosso si è tolta la vita a sua volta pugnalandosi, quella stessa notte, incapace di sopportare il dolore e il rimorso. Ora in casa c’è solo mestizia e silenzio. Passo le mie giornate chiusa in camera mia, pensando a Noela, a quel che non ho fatto per salvarla, guardando dalla finestra con occhi assenti i gatti bianchi che a sera si dirigono verso il bosco. Sento mamma e papà parlottare nella stanza accanto: di uomini dabbene non se ne trovano più al mondo, meglio che io entri in convento, prima di finire in balia d’un altro mostro, come mia sorella. Del resto, cosa di meglio potrebbe riservarmi il futuro alla mia età e così bruttina come sono? Domani andranno a parlare con le monache… No, no, fuggirò, stanotte stessa fuggirò! Da sola sulla strada nel buio, verso il bosco. Un gatto bianco mi precede, si volta a guardarmi con i suoi ieratici occhi azzurri, sembra invitarmi. Lo seguo, certo, che altro potrei fare? Il bosco, il bosco, sì, il palazzo incantato della Gatta Bianca… Perdersi è facile nei pensieri, impossibile nella realtà. Nell’intrigo del bosco, il gatto bianco scompare fra gli alberi e io resto priva di una guida. Ora che faccio, dove vado? Se mi volto, riesco a scorgere ancora l’ombra del campanile del convento; se guardo avanti vedo solo vegetazione inerte, indifferente alle mie illusioni, alla mia pena, alla mia sorte. Non mi appare nemmeno un vago riflesso del palazzo incantato della Gatta Bianca… E allora? Perdersi come? Perdersi dove? Perdersi cos’è? E dove andranno i gatti bianchi nella notte, se il loro palazzo incantato non c’è? Perché adesso lo so, è inutile fingere ancora: non c’è, non c’è, non c’è… E non c’è più scampo!
…For who could ever learn to love a beast?*
*Nightwish - Beauty and the Beast
| September 13
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Questa infine è la verità:
sono rimasta senza lavoro, ho litigato con gli amici, non so dove sbattermi la testa, non ce la faccio più.
Al diavolo, al diavolo, al diavolo! Sono stufa, stufa, stufa!
Quel che più detesto oggi sono i miei stupidi racconti, dove c'è sempre una forza misteriosa che a un certo punto trascina le creature senza speranza lontano dal dolore e le libera.
Li brucerei tutti per quanto sono falsi.
Qui, nella mia oscura realtà, non c'è nulla che possa liberarmi da me stessa.
"Qui si può solo piangere e alla fine non si piange neanche più".
Ora sono immersa nell'angoscia e nell'inerzia.
Mi sono rimasti soltanto gli occhi blu dei miei gatti.
Voglio fermarmi a contemplarli muta, immobile, senza memoria per ritrovare in quel blu la magia del mare e del cielo d'estate che ora mi sembra d'aver perso per sempre ...
Every day I dream of sunlight in my dark room I want to find a reason why Justify my reason to stay alive Within this pain Tell me why? Why must I bear this cross So heavy for my soul? Please hold me in your love Let me die Give me the light I'm waiting for death to knock on my door, to release my pain My sadness in the night ...
(Tarja Turunen - Sadness In The Night )
| September 12 Qualche giorno fa ho detto veramente addio al mare, almeno per quest'anno. In questi tre mesi estivi, mi ha veramente dato molto, tutto. Gli ho parlato a lungo, pur sapendo bene d'essere ridicola con questo mio idolatrare/umanizzare le entità naturali, gli ho chiesto di non dimenticarmi, di richiamarmi a sé la prossima estate, di ritrovarmi ovunque io finisca, qualunque cosa mi accada nel frattempo. Mi è parso, nel mio solito infantilismo, che il mare mi sussurrasse un sì... La breve storia qui di seguito è l'ultimo racconto che mi ha suggerito il mare. Un racconto un po' fiacco rispetto agli altri, quasi meschino, mi pare. Eravamo proprio giù di corda il mare e io, quell'ultimo giorno. E' ormai evidente che nei miei racconti l'acqua non è mai una fonte di rinascita, ma una forza straordinaria che trascina via da una vita di miserie, verso una morte forse salvifica. Sono ripetitiva, monotematica, lo so, ma è così che io vedo il mare, è per questo che lo amo tanto.
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Amelia - Smeagol

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Anche in quella calda mattina di inizio settembre, la vecchia Amelia era riuscita ad arrivare al mare. Erano tre mesi che faceva la spola fra la sua casupola di città e il mare, arrampicandosi alla meno peggio su autobus e treni, con tutta la fatica dovuta alla sua età ormai avanzata. Era difficoltoso arrivare fin là per lei, curva e dolorante nelle ossa com’era, con quella grande borsa da spiaggia sulle spalle, che le sembrava contenere pietre. Eppure per l’intera estate, almeno una volta a settimana, la tenace vecchietta era riuscita a raggiungere il suo mare, provando un refrigerio infinito nelle ossa e nella mente grazie ai caldi raggi del sole e alla freschezza dell’acqua in cui cautamente si immergeva. Non poteva più nuotare, ormai, la vecchia Amelia, non ne aveva più la forza. Solo quando il mare era calmo si bagnava a riva, fin dove si toccava, e così, come poteva, lasciava che l’acqua cullasse dolcemente le sua membra stanche. Era quel che sperava di fare anche quel giorno, nel sole di fine estate, col mare tranquillo ancora una volta per lei, che sembrava sorriderle, azzurro e argenteo di luce, e invitarla a sé forse per l’ultima volta. Per l’ultima volta, sì, perché ormai l’autunno era alle porte, Amelia sentiva nelle sue ossa che il tempo stava mutando, che un vento freddo stava arrivando da nord, che presto il mare si sarebbe agitato e dense nubi avrebbero oscurato il sole. Per l’ultima volta forse, anche perché la sua vita stava ormai scivolando via insieme all’estate, Amelia lo sentiva nel cuore, sentiva che quello era il suo ultimo giorno al mare, che per lei non ci sarebbe stata un’altra calda stagione, un altro incontro con la dimensione equorea che tanto amava. Chiuse gli occhi, lì sulla sua sdraio, chiuse gli occhi al sole, sentendosi d’improvviso raggelare. Non voleva finire sottoterra, lei non apparteneva alla terra, voleva essere consegnata al mare, almeno in morte appartenergli per sempre… ma chi avrebbe eseguito quella sua estrema volontà? Amelia era rimasta sola al mondo, non aveva nessuno con cui confidarsi, aveva solo il mare, ma il mare non sarebbe venuto a prenderla nel suo giorno estremo e allora l’avrebbero rinchiusa nella terra, inesorabilmente… Aprì gli occhi atterrita da quel pensiero. Non voleva pensarci, non in quel luminoso giorno almeno… Un bagno, un piccolo bagno, un nuovo abbraccio col mare, questo sì, l’avrebbe ancora una volta ricreata. Si alzò lentamente dalla sdraio. Eh, la schiena le doleva, sì, ma era abituata a far finta di nulla. Pian piano, passo dopo passo sulla sabbia verso l’acqua… Dei ragazzi giocavano a palla sulla spiaggia, ridevano, scherzavano fra loro, senza pensare allo svanire dell’estate, perché l’estate nei loro giovani cuori non finiva mai. Guardarono la vecchietta secca secca, curva curva, quasi calva, ridicola nel suo costume rosso sulla pelle rugosa e scura di sole. La conoscevano, l’avevano vista tante volte in quell’estate farsi i suoi timidi bagnetti a riva. La deridevano e la chiamavano Smeagol, perché avevano visto tutti i film tratti dal libro di Tolkien, “Il Signore degli Anelli”, (letto il libro no, troppo lungo per loro) e trovavano una somiglianza straordinaria fra la vecchietta e la viscida creatura che, nel film, era solita chiamare l’Anello “il mio Tesssoro” . “Il mio Tesssoro…”, sghignazzarono dunque in coro all’incerto passaggio di Amelia, “Ecco Smeagol, il mio Tesssoro…”, e ridevano, ridevano a più non posso, con la crudeltà tipica di certa gioventù. “Smeagol, sì…”, pensava Amelia, che dava l’impressione di non accorgersi di nulla e invece si accorgeva sempre di tutto. “Smeagol adesso se ne va a fare il bagno alla faccia vostra, cari giovani!” In fondo non le dispiaceva di essere paragonata a Smeagol, ci si riconosceva anche un po’, perché lei, il libro di Tolkien, lo aveva letto tutto più d’una volta e i personaggi di quel mondo fantastico li conosceva molto bene. Gollum un tempo era Smeagol, uno hobbit che a causa del potere maligno dell’anello si era trasformato in una creatura viscida e immonda... Beh, anche lei a causa del potere maligno della vecchiaia si era trasformata in una creatura viscida e immonda... e considerava il mare “il suo Tesssoro”, nutrendo per esso la stessa maniacale passione che legava Smeagol all’Anello. E poi la sua natura era diventata doppia, proprio come Smeagol-Gollum: un po’ debole vecchietta, un po’ vivace bambina che amava giocare con l’acqua… L’acqua del mare l’accolse ancora una volta benevola. Inebriata, commossa, Amelia si godeva l’abbraccio delle piccole onde, cercando di non ricordare che quella era l’ultima volta… La sua fantasia spaziava sul mare: “Potessi essere una sirena, potessi essere almeno una tartaruga marina tropicale, libera di nuotare sempre nel mare caldo, senza legami con la terra… Sono così graziose quelle tartarughe, e non hanno mal d’ossa come me, vecchia inutile umana. La vecchia Smeagol, Smeagol, Smeagol, il mio Tesssoro…” E le rimbombavano nella mente le voci beffarde di quei ragazzi sulla spiaggia… Il mare si fece d’improvviso più mosso, arrivò un’onda anomala che per poco non travolse la vecchietta. “Meglio che esca dall’acqua…”, si disse Amelia, ma era in dubbio, in cuor suo, se tornarsene al sicuro sulla sdraio o lasciarsi trascinar via dalla prossima ondata. “E se davvero…” L’ondata infine arrivò e sommerse la vecchia, la portò giù. “E’ la fine…”, realizzò in modo confuso la sua mente spossata. Non poteva sentire le urla che venivano dalla spiaggia: i ragazzi avevano smesso di ridere e avevano dato l’allarme, accorgendosi che il mare, improvvisamente tempestoso, si stava portando via Smeagol. Amelia-Smeagol non si sentì annegare. L’ondata la portò giù, poi, risollevandosi, là riportò su, in alto in alto, tanto che alla vecchia parve che il mare e il cielo divenissero una cosa sola, un unico azzurro. I bagnanti, dalla spiaggia, assistevano a uno spettacolo davvero singolare: la vecchia fluttuava leggera fra le onde, guizzando con le destrezza d’un delfino, scomparendo e riapparendo nello scintillio del sole, col suo costume rosso che spiccava nell’azzurro del mare come una macchia sanguigna. Poi la vecchia non si vide più, scomparve in mare, ma tutti (nessuno tuttavia lo confessò a nessun altro) ebbero l’impressione di scorgere una sirena, sì proprio una sirena dalla coda verde e i lunghi capelli rossi, come nelle fiabe, che danzava tra i flutti, poco lontano dalla riva. A qualcuno parve anche d’aver visto una grossa tartaruga tropicale nuotare in quelle acque non sue. Aveva un bel carapace d’un rosso brillante e due occhi fosforescenti grandi grandi che ricordavano un po’ quelli d’un personaggio fantastico di nome Smeagol. Miraggi dovuti al sole di mezzogiorno, certo, al gran caldo di quell’estate che non si decideva a finire. Ma i ragazzi sulla spiaggia ora stavano immobili a fissare il mare inquieto e non ridevano più…
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