Settembre è un mese che non mi è mai piaciuto, è la palude. L'estate è andata via, ma l'autunno ancora non c'è, perché fa caldo, un caldo umido, pigro, innaturale e snervante, e allora non sa più cosa essere.
Al mare non si va più, almeno nel mio universo ormai non si va più. Ero ancora al mare solo una settimana fa, immersa in un'acqua trasparente, d'un blu meraviglioso. Ero sugli scogli, al sole...
Tutto questo mi sembra ora appartenere a un tempo mitico e favoloso, già molto lontano.
Ho notato che ultimamente mi si è dilatato il tempo. Faccio una cosa, un giorno, e il giorno dopo mi sembra d'averla fatta chissà quando. Così una settimana diventa un anno e un mese anche un millennio. Dev'essere il mio cervello che se ne sta andando, o forse solo la palude di settembre, che mi paralizza il pensiero.
La pelle dorata dal sole inizia a impallidire, ma non è ancora bianca; la sera, se per caso esco, mi porto dietro un golfino che poi non mi serve, ma non trovo tanto normale che non mi serva, a metà settembre. Guardo le giovanissime che indossano ancora esigui abiti estivi e allora mi rendo conto in modo ancor più netto del solito di essere invecchiata, perché sono rimasta ferma alle vecchie stagioni e non comprendo le nuove. Non mi sono evoluta nemmeno climaticamente.
In ogni caso non so che fare, a settembre, è sempre così: inerzia. Sto immobile nella palude, aspettando che qualcosa arrivi a trascinarmi fuori, sempre con lo stesso malcelato timore: e se quest'anno nulla dovesse arrivare? Se dalla palude non dovessi più uscire?
Non c'è nemmeno una piccolissima storia, a settembre. Tutti i racconti se ne sono andati, si sono persi nel silenzio della palude.
E in cielo le stelle non si vedono quasi più.