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    October 31

    Non più unico - Speechless

    Non più unico - Speechless

    Il signor Chiuv aveva lasciato la sua piccola dimora sotto l’Albero del Solstizio d’Inverno subito dopo che l’angelo da lui chiamato Yuvva aveva preso il volo con il suo compagno celeste.
    Non avrebbe potuto sopportare di vivere ancora lì, aveva voluto allontanarsi dai ricordi di quei giorni vani, illusi, sfolgoranti di luce rosa e dorata, come le foglie dell’albero.
    L’aveva trovata infine, sì, quella splendida foglia che per tanto tempo aveva invano cercato di prendere, se l’era vista davanti ai suoi passi, nel candore della neve, proprio quella notte in cui Yuvva se n’era andata. L’aveva tenuta qualche istante fra le mani per poi affidarla al vento, era rimasto a guardarla scomparire nella gelida oscurità, sfavillante d’oro rosato come l’angelo di nome Yuvva, che però non si chiamava Yuvva, ma chissà come, non l’avrebbe saputo mai. 

    “Amor ch’a nullo amato amar perdona…” *
    Niente di più falso era mai stato detto, perché i poeti sono falsi e bisogna guardarsi bene da loro, così gli aveva a lungo sussurrato una saggia vocina nella sua mente, una vocina che per un po’di tempo aveva finto di non sentire…
    Ora però tutto era cambiato, lontano dall’Albero del Solstizio, non c’era più alcun verso poetico di cui aver paura, non c’erano più vani trasalimenti, né palpiti infantili. Ogni romanticismo in lui era stato soffocato… del resto Chiuv non era mai stato un romantico.
    Se n’era andato per quasi un anno, vagabondando qua e là, ma lui non era nemmeno un vagabondo per natura e ormai sentiva la mancanza d’una fissa dimora, d’un buchetto qualsiasi in cui fermarsi e riposare, fingendo d’aver dimenticato quei dolci giorni di neve in cui aveva accolto nella sua casetta una bellissima creatura angelica ferita a un’ala e l’aveva curata con amorosa dedizione fino alla splendente notte del Solstizio d’Inverno...
    Era arrivato infine in prossimità delle tane degli gnomi.
    L’afaino sapeva bene che gli gnomi abitavano là, in segrete dimore sotterranee, da cui uscivano solo di notte per le loro faccende. Sapeva anche che erano per natura generosi e gentili, pensò quindi che avrebbe potuto stabilirsi lì vicino, in una piccola capanna che si sarebbe magari costruita sotto un salice. Gli gnomi non l’avrebbero di certo disturbato, anzi gli avrebbero probabilmente offerto il loro aiuto e perfino regalato qualche leccornia. C’era sempre stata armonia e comprensione tra gnomi e Afaini in passato, quando Afaneia era ancora una prospera città, quando i barbari Oftentes delle Montagne non l’avevano ancora devastata, lasciando per sbaglio in vita solo Chiuv, il timido e solitario custode d’una biblioteca negletta…
    “Sì, mi fermerò qui”, decise, scrutando con gli occhietti miopi la fitta vegetazione.
    Allora, ai piedi d’un bel salice, scorse una capannina proprio uguale a quella che stava immaginando per sé, e intravide anche una creatura minuscola come lui uscirne e rientrarne indaffarata: un’afaina!
    Il signor Chiuv sussultò incredulo nel riconoscere la signora Yuvva.
    Com’era possibile? No, non poteva essere vero, i suoi occhi gli stavano giocando un brutto scherzo…
    Gli Afaini, lo sapeva bene, erano stati tutti portati via e massacrati dagli Oftentes, quel giorno ormai lontano. Lui era l’unico superstite della sua stirpe sciagurata, l’unico risparmiato per un puro capriccio del caso. Ne era certo, ne era stato certo fino a quel momento, finché non aveva visto il fantasma della signora Yuvva uscire da una casetta sotto un salice…
    Un fantasma… Chiuv si scosse. Eh no, era stato costretto dagli eventi a credere nell’esistenza degli angeli, ma nei fantasmi non aveva mai creduto, né aveva intenzione di cominciare ora!
    Si stropicciò ben bene gli occhi, guardò con più attenzione e decise che sì, si trattava proprio di un’afaina, per l’esattezza della signora Yuvva, sua vecchia amica, ai tempi di Afaneia.
    In virtù di quale prodigio poteva essere sopravvissuta anche lei alla strage? Chiuv avrebbe potuto saperlo solo correndo a chiederlo a lei, precipitandosi ad abbracciarla, felice d’aver ritrovato una sua simile… Invece si sentiva paralizzato, non riusciva quasi a muoversi, istintivamente si rannicchiò circospetto fra i cespugli per non farsi scorgere. Perché in realtà Chiuv non voleva affatto essere visto, non si sentiva affatto felice di aver ritrovato Yuvva, di aver scoperto di non essere l’unico afaino rimasto al mondo.
    Yuvva era stata sua amica… non era del tutto vero nemmeno questo, perché, anche ad Afaneia, nella città del sorriso, ove tutti erano sempre cordiali e ilari, il signor Chiuv aveva vissuto da eremita, privo di amici, privo di affetti. Se ne era stato sempre rinchiuso nella vecchia biblioteca, laggiù, ai margini della città, in una viuzza poco frequentata. Non era mai andato a trovare nessuno, non aveva mai ricevuto nessuno.
    In nome del sincero affetto che aveva nutrito per la defunta madre del signor Chiuv, la buona signora Yuvva si recava ogni giorno a casa dello scorbutico bibliotecario per portagli un pasto caldo. Lui, con la ruvidezza che gli era propria, non la lasciava mai entrare, prendeva il buon cibo che lei gli offriva, la ringraziava appena e richiudeva subito la porta.
    Era fatto così, il signor Chiuv, non amava comunicare. Nemmeno in seguito, dopo la fine di Afaneia, quando si era stabilito ai piedi dell’albero del Solstizio invernale, nemmeno allora si era deciso a farsi qualche amico. Il misto popolo dell’albero lo riteneva uno strano essere di dubbia origine, da cui stare alla larga, e lui ne era ben felice.
    Allora pensava solo alle magnifiche foglie dell’albero, che spuntavano poco prima del Solstizio invernale per scomparire in un vortice di vento solo pochi giorni dopo. Ma poi dal cielo era arrivata Yuvva, l’angelo a cui aveva dato il nome di un’afaina scomparsa, e gli aveva sconvolto la mente con la sua bellezza oltremondana che, ancor più delle luminescenti foglie d’oro rosato, lo lasciava senza parole…

    “Speechless, speechless…” **

    L’afaina Yuvva, verso il tramonto (perché ormai si era fatto il tramonto, ed erano passate ore da quando Chiuv aveva scoperto di non essere l’unico afaino rimasto al mondo), si prendeva cura del suo microscopico giardino adorno di piante a fioritura invernale: erica, ciclamini, rododendri e tenere violette selvatiche. Già, la violetta era il fiore preferito da Yuvva. Ad Afaneia, un giorno, inaspettatamente, ne aveva regalata una piantina a Chiuv, portandogliela insieme al solito pranzo. Lui ne era rimasto sorpreso, stranito. Aveva sistemato il vasetto sul davanzale della sua unica finestrella e l’aveva anche innaffiato regolarmente, ma senza guardarlo, perché in fondo era un dono e, di doni, lui non ne riceveva e non ne faceva mai, la sola idea lo faceva sentire a disagio…
    La piantina era morta in breve tempo e Chiuv c’era rimasto male, troppo male per la sua indole coriacea.
    Ora, alla luce del crepuscolo, guardò di nascosto, acquattato fra i rovi, i fiorellini di Yuvva. Avevano belle sfumature di colori, dal rosso al  rosa e al viola chiaro, ma… non avevano l’oro luminoso delle foglie dell’albero del Solstizio d’Inverno.
    Chiuv sospirò, sentendosi d’un tratto molto stanco.
    Avrebbe dovuto palesare la sua presenza a Yuvva, ovvio che avrebbe dovuto, chissà quanto lei ne sarebbe stata felice! In fondo, lo sapeva, quella dolce afaina gli aveva sempre voluto bene.
    Voler bene… amare…
    “Amor ch’a nullo amato amar perdona…” *
    Quanto sono falsi i poeti! D’una falsità inesprimibile a parole, come la magia dell’albero del Solstizio invernale, come la leggiadria d’una creatura angelica…

    “Speechless, speechless, that's how you make me feel
    Though I'm with you I am far away and nothing is for real… ” **

    La casetta era graziosa, ordinata e piena di luce. Yuvva canticchiava, con la sua vocina morbida, mentre preparava uno dei suoi pranzetti succulenti.
    Chiuv se ne stava seduto su una seggiolina a dondolo ricevuta in regalo dagli gnomi e si sentiva in pace. Sfogliava lentamente un libro, anch’esso dono degli gnomi, e lo trovava molto più interessante degli innumerevoli libri poetici letti tanto tempo prima, nella biblioteca di Afaneia.
    Ogni tanto staccava gli occhi dalle pagine per guardare Yuvva, per osservare la sua bellezza semplice e dimessa. Si poteva facilmente descrivere a parole la bellezza di Yuvva: lei era troppo minuta perfino per essere un’afaina, una luce vivace brillava nei suoi occhietti a mandorla e gli ispidi capelli color giallo paglia, propri di tutti gli Afaini, erano raccolti ordinatamente sotto una cuffietta bianca. Aveva anche un sorriso molto dolce, che sapeva rasserenare il cuore di Chiuv, e indossava sempre un bel vestitino viola con il colletto e i polsini di pizzo bianco. Sì, era tenera e graziosa la sua Yuvva, proprio come le violette selvatiche, Chiuv sentiva d’essere stato fortunato a ritrovarla, sentiva che ora la sua solitudine era finita, che insieme loro due avrebbero ridato vita all’antica stirpe degli Afaini. Lo sapeva, ma c’era qualcosa… qualcosa che di notte non lo faceva dormire tranquillo, ricordi lontani, nebulosi, ineffabili…
    Voler bene… amare…
    “Amor ch’a nullo amato amar perdona…”*
     
    Quei ricordi si addensarono all’improvviso in una diffusa luminosità dorata, che annullò tutto il resto, rivelando solo un diafano volto d’angelo incorniciato da lunghe chiome d’ebano. L’angelo gli regalava il suo soave sguardo azzurro, sorridendogli con una dolcezza ultraterrena, poi apriva le sue grandi ali corvine e, insieme a un altro angelo venuto a prenderla, volava via nel cielo bianco di neve, in un turbine di foglie d’oro rosato…
    Yuvva, Yuvvaaaaa!!! Il grido di Chiuv, destatosi di soprassalto, squarciò il silenzio della notte.
    Poco lontano, nella minuscola casetta, l’afaina Yuvva, ebbe l’impressione di sentirsi chiamare nel sonno. Si svegliò a mezzo, ma subito si rigirò nel suo lettino e si riaddormentò.
    Molto più lontano, fra le soffici nuvole bianche, l’angelo che non si chiamava Yuvva, ma chissà come, non udì assolutamente nulla.
    Il cuore di Chiuv batteva forte forte, là, fra i cespugli dove qualche ora prima si era assopito, dove aveva a lungo sognato…
    Solo il cuore, ora, gli indicava la strada.
    Si mise a correre nella notte, mentre la neve cominciava a cadere lenta, la prima neve di quell’autunno sino ad allora insolitamente tiepido.
    Chiuv pensava soltanto che doveva tornare indietro in gran fretta per trovarsi sotto l’albero alla vigilia del Solstizio d’Inverno, quando le foglie magiche sarebbero ricomparse. Allora, forse, come per incanto, anche la sua Yuvva, la Yuvva non sua, sarebbe tornata. O forse no, ma non importava, Chiuv doveva comunque essere là ad aspettarla, dimentico di quel che sarebbe stato giusto, normale, autentico.
    Era tutto finito, nulla aveva più senso per lui: non era più l’unico afaino sulla terra, non era più unico in alcun modo. Era soltanto uno dei tanti esseri del mondo obnubilati da un riflesso di bellezza incantatrice.
    E allora doveva tornare là ad aspettare invano un vano amore. Aspettare stupidamente un angelo che non sarebbe mai tornato e una magia di foglie d’oro rosato che in un bagliore si sarebbe dileguata, così, perso per sempre in quel suo stupore immemore vuoto di gesti, scevro di parole…

    “Speechless…
    Your love is magical, that's how I feel
    But in your presence I am lost for words
    Words like: I love you.” 
    **

    * Dante - Inferno - canto V
    ** Michael Jackson - Speechless
      

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    September 19

    Settembre: la palude

     
    Settembre è un mese che non mi è mai piaciuto, è la palude. L'estate è andata via, ma l'autunno ancora non c'è, perché fa caldo, un caldo umido, pigro, innaturale e snervante, e allora non sa più cosa essere.
    Al mare non si va più, almeno nel mio universo ormai non si va più. Ero ancora al mare solo una settimana fa, immersa in un'acqua trasparente, d'un blu meraviglioso. Ero sugli scogli, al sole...
    Tutto questo mi sembra ora appartenere a un tempo mitico e favoloso, già molto lontano.
    Ho notato che ultimamente mi si è dilatato il tempo. Faccio una cosa, un giorno, e il giorno dopo mi sembra d'averla fatta chissà quando. Così una settimana diventa un anno e un mese anche un millennio. Dev'essere il mio cervello che se ne sta andando, o forse solo la palude di settembre, che mi paralizza il pensiero.
    La pelle dorata dal sole inizia a impallidire, ma non è ancora bianca; la sera, se per caso esco, mi porto dietro un golfino che poi non mi serve, ma non trovo tanto normale che non mi serva, a metà settembre. Guardo le giovanissime che indossano ancora esigui abiti estivi e allora mi rendo conto in modo ancor più netto del solito di essere invecchiata, perché sono rimasta ferma alle vecchie stagioni e non comprendo le nuove. Non mi sono evoluta nemmeno climaticamente.
    In ogni caso non so che fare, a settembre, è sempre così: inerzia. Sto immobile nella palude, aspettando che qualcosa arrivi a trascinarmi fuori, sempre con lo stesso malcelato timore: e se quest'anno nulla dovesse arrivare? Se dalla palude non dovessi più uscire?
    Non c'è nemmeno una piccolissima storia, a settembre. Tutti i racconti se ne sono andati, si sono persi nel silenzio della palude.
    E in cielo le stelle non si vedono quasi più.
     
    palude di torre flavia
     
     
     
    August 18

    Notti di metà Agosto

     

    Notti di metà agosto

    Verso metà agosto guardare le stelle cadenti, esprimendo un desiderio...
    Le sembrava che si dovesse fare così, lo sentiva dire da sempre.
    Lei guardò le stelle, ma non ne vide nessuna cadente.
    Pazienza, desiderò comunque di passare almeno una magica notte d’amore con un uomo speciale… Ma quale uomo speciale? Si chiese poi, ridendo di se stessa. Non c’era nessun uomo nella sua vita e non si aspettava certo che miracolosamente ne scendesse uno per lei dalle stelle, cadenti o meno che fossero, a metà agosto.
    Invece le arrivarono dalla terra e non dal cielo, ma forse per il bizzarro volere delle stelle di metà agosto, tre uomini diversi in tre notti diverse.
    Nella prima notte, il primo uomo le sussurrò ferventi parole d’amore, presso antiche rovine romane, fra l’andirivieni dei turisti stranieri.
    Era un omino piccolo e mezzo ubriaco, suo amico, o forse un po’ più che amico, da molto tempo.
    Lei lo ascoltava sciorinarle ragionamenti romantici da anni, in calde serate come quella o anche nel gelido cuore dell’inverno, e ormai non ci faceva più caso. Considerava tutto ciò null’altro che un esito del suo consueto delirio alcolico, lo accoglieva con benevola ironia, nello stesso modo in cui, quella sera, accettò la rosa bianca che egli volle regalarle. Una rosa priva di spine, priva di profumo, una rosa che in fondo non sembrava nemmeno una rosa.
    Però le piacque il modo protettivo in cui l’omino mezzo ubriaco la strinse lungamente a sé, presso le gloriose rovine romane, con le sue braccia forti da operaio, in un impeto che quasi le ricordò l’amore, sebbene di vero amore, quella notte, non ne intravedesse neppure una scintilla.
    Tornò a casa senza più pensare all’amore, com’era sua abitudine.

    You can call me Honey
    But you're no damn good for me *

    Nella seconda sera, il secondo uomo la guardò con grande dolcezza, mentre erano l’uno di fronte all’altra, sulla terrazza, sotto le lucenti stelle.
    Era un uomo molto più giovane di lei, quasi un ragazzo, incontrato per caso pochi anni prima, divenuto per caso un amante raro, occasionale.
    Lei in fondo non aveva mai capito cosa lo attraesse del proprio essere non più giovane, né attraente.
    “Ma non ce li daremo due baci…?”, le chiese infine, molto teneramente.
    Lei finse disinvoltura: “Non pensavo li volessi…”
    “Sempre…”, le rispose lui in un sussurro irresistibile che le piacque molto.
    Poi, dopo ben più di due baci, là, sulla terrazza, le piacque anche il momento in cui, in camera da letto, osò abbracciarlo impetuosa alle spalle, come cercando in lui qualcosa di nuovo e prezioso, serrandolo con una sorta di passione che non le apparteneva e baciandolo insaziabilmente sul collo.
    Le piacque quel piccolo momento ben più del lungo e complicato amplesso che seguì. Un’altra grottesca finzione d’amore che con l’amore non aveva nulla a che fare e la lasciò stanca, disfatta. Gli sorrise leggera, invece di lasciargli intuire quel suo sfinimento, prima di guardarlo andar via da casa sua, senza dir nulla, ancora una volta come se nulla fosse accaduto fra loro.
    Richiuse l’uscio senza più pensare all’amore, com’era sua abitudine.

    You can call me Honey
    But you're no damn good for me*

    Nella terza sera, il terzo uomo la prese fra la braccia e la baciò a lungo, nel modo che lei ben conosceva, lì, nella tranquilla penombra della sua auto parcheggiata in un remoto angolo di mondo. Poi si riposò con la testa sulla sua spalla e gli occhi socchiusi, tenendola sempre abbracciata, e ciò le piacque ancora una volta.
    Non c’era molto di nuovo in quel che accadeva, perché egli era stato così con lei molte volte nei millenni delle loro esistenze. Era l’uomo di tutta la sua vita, il mito della sua adolescenza lontana, l’amico-fratello-amante che in qualche modo aveva sempre fatto parte del suo essere.
    Era, dei tre, l’uomo più importante.
    “Non riuscirei mai a vivere, se tu non fossi più nel mio spazio-tempo”, gli disse con sicurezza, come se non gliel’avesse già detto tante volte.
    Egli sospirò di soddisfazione, perché gli piaceva molto sentirsi così amato, pur sapendo che ormai lei non lo amava più. Anche lui sapeva di non amarla, anzi di non averla amata mai, però le confessò: “In questo momento con te mi sento come in Paradiso”.
    Lei non trasalì e rise piano: “Queste sembrano le parole d’un innamorato…”
    Forse per la prima volta nei loro secoli di dialogo, lui le rispose “Non sono proprio del tutto sicuro di non esserlo…”
    Ora lei avrebbe assolutamente dovuto trasalire, in fondo aveva sempre vagheggiato che un dubbio così minasse anche per un solo istante la di lui certezza di non amarla. Invece nulla, nessun trasalimento, nessun palpito, l’amore era lontano, irraggiungibile ancora e ancora come quella falce di luna nel cielo, fra le stelle indifferenti di metà agosto.
    Recitò un piccolo repertorio di mistico romanticismo, accarezzando e guardando avida il volto bruno dell’uomo, in un lieve sussurro: “Ora sono molto egoista, mi sto nutrendo di te, di tutto il tuo più profondo essere.”
    “Mi sento al sicuro…”, mormorò lui, assorto.
    “Quando due anime comunicano davvero, non hanno più paura”, sentenziò lei con simulata solennità.
    Egli parve colpito da quella frase; lei, un secondo dopo averla proferita, l’aveva già dimenticata, anche perché non credeva affatto nell’esistenza dell’anima.
    Era molto tardi, quasi l’alba. Lui la ricondusse a casa, assonnato, ormai fuori da un incantesimo che già non gli apparteneva più. Anche a lei quell’incantesimo non apparteneva, non le era mai appartenuto.
    Rincasò indolente senza più pensare all’amore, com’era sua abitudine.

    Lust can blind
    It's a passion in my soul
    But you're no damn lover
    Friend of mine*

    Così passarono per sempre quelle maliarde notti di metà agosto, con la loro fittizia magia d’amore scivolata via in un brivido mancato, in un sussulto del cuore che si finse fugacemente e poi, vergognoso, si dileguò.

    * Michael Jackson - Dangerous

     angeloblucopiaxm6.jpg

     

    July 14

    Michael...

     

    I just can't stop loving you...

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    Like A Comet
    Blazing 'Cross The Evening Sky
    Gone Too Soon...
     
    July 08

    Michael Jackson (29 agosto 1958 – 25 giugno 2009)

     

    Non sono riuscita a scrivere nulla di lui fino ad oggi, il giorno seguente il suo funerale.


    La mattina del 26 giugno non so ancora nulla della sua morte. Me ne scappo al mare, astraendomi come sempre dal mondo. Niente giornali, niente notiziari, l'universo può anche esplodere quando io vado al mare. Durante il viaggio, sento ragazzini dalla voce malevola parlare di lui: "Gli sta bene a quello schifoso di Jackson..."; e poi uno più grande: "Quello aveva tradito la razza sua!"

    La parola morte non mi arriva, o forse non voglio sentirla, così mi chiedo semplicemente: "Che avrà combinato Michael Jackson, stavolta? L'avranno mica arrestato?" Infine mi passa di mente.

    Tornata a casa, la domanda mi esplode nel cervello: "Che è successo a Michael Jackson ???"
    Accendo la TV prima ancora di andare in doccia e mi giunge la risposta: è morto!
    Resto di sale. Morto! Come morto? Non è possibile, non è vero!
    Sempre in trance, sotto la doccia, non elaboro la notizia e continuo a non elaborarla anche nei giorni successivi, però mi fa male pensarci. Ascolto le sue mille canzoni, guardo i suoi video, incredula, dolorante. E dire che, in apparenza, non era il mio cantante preferito, non lo ascoltavo quasi mai, lo guardavo di sfuggita, quasi furtiva, non parlavo di lui. Però sapevo che lui c'era, c'era tutta la sua discografia e videografia fra i miei beni musicali, lui c'era sotto tutte le mie fisse epocali, dagli U2, ai Depeche Mode, ai più recenti Nightwish. Le trascendeva, in qualche modo, le mie fisse epocali, stava lì, indiscusso, fisso.  A volte, in qualche uscita serale, a un certo punto mi sentivo stanca. In un bar o in un altro posto qualsiasi mi arrivavano le note storiche di Bad, Billy Jean, Remember the time o qualcos'altro di suo, e i piedi partivano da soli, in una rozza imitazione del suo inimitabile passo da moonwalker, l'adrenalina si risvegliava, rinascevo per un istante. Ecco cos'era Michael per me: qualcosa di segreto e imprescindibile. Era l'energia magica del mutamento. L'avevo visto mutare, trasfigurare magicamente attraverso gli anni, supremamente bello. Quel suo strano e innaturale trasfigurare mi inquietava e mi rassicurava a un tempo. Come la sua voce unica, i suoi singulti, i suoi scatti che assomigliavano un po' ai miei, nel mio occulto immaginario.
    Se ne sono dette tante su di lui, se ne continuano a dire tante anche adesso che non c'è più. La verità sarebbe una malattia della pelle che lo ha costretto a tutti quei pasticci di sbiancamenti e altro, ma infine chi lo sa? Instabilità, insicurezza, o troppa sicurezza, mania esaltazione, follia, invasamento... che importa? Ma sofferenza sì, la sofferenza penso ci sia stata in ogni caso, fisica e psichica. Forse era questo che me lo rendeva così caro. Black or white: affari suoi e basta. Che senso avrà mai giudicare?
    WHO'S BAD???
    Ok, è morto davvero, ieri ho dovuto rendermene conto per forza, gli hanno fatto un gran funerale, era nella bara coperta di rose rosse. Non ho dormito stanotte, pensando a quella bara, a lui dentro, alle sue canzoni che mi continuano a girare in testa.
    Ridicoli, per me, gli innumerevoli messaggi dei fans: "Ora canti e balli per noi in paradiso", ecc... 
    Non canta e non balla più da nessuna parte, né in paradiso, né all'inferno. Canta e balla in modo reiterato e fittizio, ormai, solo attraverso le nostre tante apparecchiature audio e video. Possiamo vederlo e sentirlo ora soltanto così, del resto io l'ho sempre visto e sentito solo così, non sono mai andata a un suo concerto.
    Ma adesso che non è più vivo, che non si trova più nel mio spazio - tempo, mi arriverà ancora quella scintilla, quel brivido di vita da una sua vecchia canzone sentita per caso, una sera, da qualche parte?
    Credo di sì, ma certo con una piccola lacrima in più...
    Ok, è morto, era tempo, è giusto così. Morto all'improvviso, ancora giovane, come tutti i grandi. E ora è nel mito per sempre.

    Ho ricavato lo sfondo e la sua immagine, che ho messo qui, dal video di  Man in the mirror, uno dei suoi brani che adoro di più.

    Ciao, Michael!

     

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    June 28

    Volevo te!

     

    Volevo te!

    Nei dintorni di Cartagena de Indias,
    un paio di secoli fa o forse un po’ di più…

    Appoggiato alla balaustra della terrazza, il marchese Gaspard Alejandro de la Cuesta osservava distratto il cortile, verso l’ora del tramonto.
    La sua consorte, la marchesa Beatrisa, se ne stava languidamente adagiata sull’amaca, persa in chissà quali pensieri lascivi, con i falpalà d’organza dell’ampio abito bianco svolazzanti al venticello della sera.
    Un galeone spagnolo…
    Gli ultimi raggi del sole baluginavano sul volto cupo e affilato di Maria Suelita, seduta a terra come una selvaggia nel mezzo del patio, fra l’andirivieni della servitù.
    Gaspard sospirò impercettibilmente, cercando di distogliere lo sguardo dal disdicevole spettacolo offerto dalla sua sorellastra.
    Sorellastra… non era esattamente la sua sorellastra, era la figlia bastarda del suo patrigno e di una schiava nera che era morta dandola alla luce, quindi in pratica non esisteva fra loro nessun legame di sangue.
    Maria Suelita non era stata legittimata, sebbene il padre avesse avuto cura d'affidarla a un’altra buona schiava e non avesse mai voluto allontanarla dalla tenuta, perciò era cresciuta fra la servitù nera. Era una strana creola, dalla pelle molto chiara, sicché era difficile capire, al solo guardarla, se fosse creola o bianca. Indossava una tunichetta di tela grezza corta fino al ginocchio, simile a quella delle schiave, collane africane, braccialetti e  cavigliere che non toglieva mai.
    Era bruna e magra, quasi scheletrica, e Gaspard, a volte, non poteva fare a meno di spiare le sue caviglie sottili, paragonandole istintivamente a quelle di sua moglie, il galeone spagnolo.
    Non che gli piacessero le donne troppo magre, ma aveva un atteggiamento ambivalente verso la pinguedine della moglie, che da un lato lo attraeva e lo eccitava, da un altro lo infastidiva. Così come la di lei attitudine a comandarlo, a trattarlo sempre più spesso quasi alla stregua di un subalterno…
    Dal cortile, Maria Suelita alzò di scatto il volto verso di lui, regalandogli uno sguardo cattivo, mentre l’ultimo raggio di sole riluceva nei suoi occhi d’ambra.
    Il marchese deglutì e guardò altrove.
    Quelle sue sbirciate maligne lo inquietavano un poco e lo sorprendevano: a volte lei lo guardava in quel modo malevolo, mentre altre gli regalava occhiate traboccanti di infinita dolcezza.
    Ecco, in quel momento Gaspard avrebbe proprio avuto bisogno di ricevere uno sguardo dolce, perché stava ricordando la sua infanzia.
    Nel mondo dei bambini le differenze fra servi e signori erano più sfumate. Gaspard e Maria Suelita erano cresciuti più o meno come fratelli, giocando insieme nel grande  cortile della tenuta, rotolandosi nel fango e imitando i versi degli animali. Allora lei gli parlava, gli sorrideva, non aveva mai per lui sguardi ostili.
    Ma poi erano cresciuti e il giovane marchese si era reso conto di dover prendere le distanze da quella serva creola. Lei aveva capito, si era allontanata, non gli aveva parlato più. Aveva un rifugio segreto, laggiù, fra gli alberi di aranci, una capannetta di frasche. Gaspard era l’unico a sapere dove fosse, ma ormai aveva smesso di andarla a trovare là da molti anni.
    In tutte le stagioni Maria Suelita dormiva nuda su un’amaca, tenendosi addosso solo le sue collane, i braccialetti e le cavigliere da strega africana, che non toglieva mai. 
    Non mangiava quasi niente, tranne frutta e bacche, e nessuno in fondo capiva come riuscisse a sopravvivere.
    Non aveva più pronunciato una sola parola in spagnolo da quando aveva smesso di comunicare con Gaspard. A volte sbraitava qualche ingiuria in lingua youruba contro le schiave che cercavano di obbligarla ai lavori pesanti. Non ci erano mai riuscite, scappava chissà dove e nessuno la trovava più.
    Nella casa padronale entrava di rado e solo per svolgere qualche servizio di poco conto, pretesto per rubare miele, vino o un po’ di cacao. Per la sua inoperosità era detestata da tutti, padroni e servi. Solo gli animali erano suoi amici e solo con essi lei si confidava in un suo modo segreto, fuggendo via urlante e atterrita quando c’era da tirare il collo a una gallina o da sgozzare un capretto. In queste occasioni spesso spariva per giorni e tutta la casa si augurava che non tornasse più, escluso il marchese Gaspard.
    La marchesa Beatrisa sarebbe stata una bella donna bionda, malgrado la sua robustezza un po’ eccessiva, se solo non avesse avuto quella luce spiritata nei grandi occhi blu. Ora fece un gesto imperioso col braccio verso il marito, invitandolo a sé.
    “E’ ora di cena, mio caro…”e gli tendeva la mano affinché egli l’aiutasse a sollevarsi dall’amaca.
    La voce trillante della marchesa giunse in cortile, all’orecchio di Maria Suelita e lei guizzò via in un lampo, scomparendo nella vegetazione con un ultimo sguardo astioso per Gaspard. Ancora una volta egli restò stupefatto dalla rapidità del suo dileguarsi.
    Pensoso, si avviò in casa con la moglie che si appoggiava al suo braccio.
    “Non verrà mai il tempo di mandarla via?”, sbuffò Beatrisa.
    “Non posso farlo”, replicò il marchese.
    “Sì, lo so”, annuì lei, stizzita. “A causa del rispetto per la volontà d’un uomo che nemmeno apparteneva alla famiglia!”
    “Fu proprio Vincente Del Carmen, il mio patrigno, a salvare questa famiglia, a prendersi cura della mia povera madre, di me bambino e dei nostri beni. Senza di lui tutto sarebbe finito in rovina e ora noi non potremmo vivere così.”
    “Ma questa non è una buona ragione per continuare a tenere qui quella…”
    Era raro che il marchese zittisse la moglie: “Ceniamo ora, mia cara”, disse secco.

    Quella mattina il marchese si svegliò d’ottimo umore in virtù della notte di lussuria offertagli dalla moglie. Ecco, era soprattutto la sua lussuria, non certo l’amore, il motivo per cui era contento d’averla sposata. E poi doveva riconoscere che lei era brava anche ad amministrare la tenuta. Gestiva il commercio degli schiavi e della farina con l’abilità e la decisione di un uomo, qualità che invece al marchese erano sempre mancate.
    Baciò la moglie sul collo, dopo la colazione, ben contento di lasciarla intenta ai suoi lucrosi conti, mentre lui usciva per una passeggiata a cavallo.
    Avrebbe cavalcato un po’, poi nel pomeriggio, si sarebbe ritirato in biblioteca per dedicarsi alla lettura. Una giornata tranquilla, a modo suo, senza impegni, senza pensieri, con la sua abituale, leggera autoironia… Sì, un giorno così…
    Allontanandosi a cavallo, sorrise udendo le urla della più vecchia e autorevole delle schiave che sbraitava contro l’introvabile Maria Suelita.
    Chissà dov’era andata a cacciarsi, quel giorno…
    La scorse, a un certo punto, sotto un albero, intenta a scompigliarsi i capelli bagnati. Veniva dalla spiaggia, di certo, si era fatta il bagno fra le onde dell’oceano e ora si riposava sull’erba rugiadosa.
    Il marchese tirò le redini del cavallo, guardandola quasi intenerito. Qualche mese prima lei aveva avuto la febbre tifoide che le aveva decimato la bella chioma bruna e riccia. Ora i capelli le stavano ricrescendo disordinatamente e apparivano irti e di tutte le lunghezze, conferendole un’aria da pulcino spennato.
    “Buon giorno Maria Suelita!”, disse Gaspard, sorridendole con gentilezza.
    Lei lo ricambiò con uno sguardo truce, poi abbassò la testa, decisa a ignorarlo, e prese a mormorare qualche litania in youruba, facendo tintinnare i suoi mille braccialetti.
    Il marchese passò oltre.
    “Non ne faccio una giusta con lei”, si disse, ricordando che la donna odiava essere chiamata col suo nome intero.
    Pagana com’era, detestava il sapore cristiano del nome Maria, tollerava d’essere chiamata soltanto Suelita. Ma lui tendeva a dimenticarsene e del resto non pronunciava quel nome quasi mai…

    Per cena c’erano ospiti importanti. Nobili parenti della marchesa Beatrisa, appena arrivati nel vicereame da Siviglia. Si sarebbero servite pietanze speciali e del vino spagnolo di grande qualità fatto venire appositamente dalla Spagna. Beatrisa gongolava d’orgoglio e soddisfazione, pavoneggiandosi nel suo ricco abito cremisi e veleggiando fra gli ospiti come… beh sì, proprio come un galeone spagnolo.
    Gaspard, un po’ annoiato, se ne stava leggermente in disparte, in attesa che la cena fosse servita. Gli arrivò lo sguardo di rimprovero della moglie e subito si riscosse. Lei, dal canto suo, pensava che, se suo marito fosse stato altrettanto brillante quanto bello, sarebbe stato il compagno perfetto. Ancora una volta si soffermò ad osservare la sua alta statura, il suo portamento elegante, il suo volto bruno dai lineamenti  aristocratici. Mutò lo sguardo di rimprovero in un’occhiata maliziosamente perversa e carica di sottintesi, che fece sorridere il marito.
    La cena era servita, ma, sussurrò con imbarazzo una schiava all’orecchio della padrona, le bottiglie del pregiato vino spagnolo non si trovavano più.
    Lei rimase impassibile per qualche istante poi esplose, dimentica degli illustri ospiti: “E’ stata quella strega, quella ladra maledetta! Ha rubato il vino, Gaspard!”
    Il marchese dovette fare uno sforzo per non scoppiare a ridere.
    Si scusò diplomaticamente con gli ospiti, placò con un sorriso la moglie e disse disinvolto: “Me ne occupo subito”.
    E lasciò in fretta la sala, mentre Beatrisa ripeteva ansimando: “Sì, Gaspard, subito, subito!”
    Il marchese respirò con uno strano senso di liberà l’aria gradevole della sera e si diresse a passo svelto verso il rifugio di Maria Suelita.
    La trovò seduta a gambe incrociate sotto il suo albero, intenta a scolarsi il buon vino rosso, la testa reclinata all’indietro, mentre beveva ingordamente dalla bottiglia,  gli occhi socchiusi come rapita dal piacere.
    Il marchese provò un brivido d’eccitazione nel vederla così, si sentì quasi vacillare. Lei, trovandoselo davanti, alto e immobile nell’oscurità, non si scompose, allontanò la bottiglia dalle labbra per elargirgli un sorriso di scherno, poi riprese a tracannare il vino.
    “Maria Suelita”, l’apostrofò il marchese, con una voce che avrebbe preteso d’essere autoritaria, ma che risultò soltanto malferma. “Restituiscimi subito il vino che hai rubato!”
    Per tutta risposta lei gli indicò ridendo la bottiglia ormai quasi vuota.
    “Intendo tutte le altre bottiglie!”, tuonò il marchese con insincera ferocia.
    Maria Suelita fece spallucce, come se non sapesse di cosa lui stesse parlando.
    La luce della luna scintillò sulla pelle ambrata delle sue lunghe gambe e Gaspard non seppe più controllarsi. Le piombò addosso, strappandole la bottiglia che lei aveva portato nuovamente alle labbra.
    Maria Suelita gli sputò in faccia il sorso di vino non ancora ingoiato, mentre la bottiglia rotolava per terra.
    Lui rise, ancora più eccitato, la bloccò fremente contro il tronco dell’albero, tenendola per le spalle, e fissò ammaliato i suoi occhi luccicanti di bagliori iracondi.
    In realtà il marchese era venuto in cerca di baci, non di vino. La moglie non lo baciava mai. Gli concedeva i giochi erotici più raffinati e inconcludenti, ma mai la semplice completezza d’amore d’un bacio.
    Ora tutto quello che Gaspard desiderava erano le labbra carnose di Maria Suelita.
    Lei cercò di sottrargliele una volta e due, manifestando un falso disgusto fatto di smorfie e improperi in youruba, di cui Gaspard non poteva comprendere il senso, ma di certo intuirlo. Tuttavia, più lei resisteva, più lui si esaltava e la tirava contro di sé.
    Infine, sorprendendolo ancora una volta, la donna si rilassò completamente, si arrese. La sua bocca bruciava e sapeva di vino spagnolo.
    Gaspard la baciò esitante all’inizio, poi sempre più deciso, ancora e ancora. Maria Suelita rispose ai suoi baci con imprevedibile passione e rimasero così, in un mutuo, bramoso inseguirsi di labbra e di lingue, per un tempo che ad entrambi parve brevissimo ed eterno. Forse non si sarebbero staccati più, se a un certo punto lui non avesse cercato qualcos’altro, com’era naturale. Le infilò una mano sotto la tunichetta sbrindellata, fra le cosce, e lei si irrigidì. Sgusciò via fulminea dalle sue braccia. Certo, avrebbe potuto farlo fin dall’inizio, evidentemente non aveva voluto.
    Prima che Gaspard avesse il tempo di rendersene conto, lei era sparita nella notte, fra gli alberi.
    Restò solo e immobile al buio per un bel po’, stranito. Perché improvvisamente era fuggita via? Era pazza lo sapeva, ma c’era rimasto male…
    Con gesti meccanici andò a frugare fra le foglie morte, nella tana di Maria Suelita, recuperò le superstiti bottiglie di vino spagnolo e se ne tornò malinconicamente a casa.

    La malinconia gli durò anche nel giorno successivo, mentre se ne stava senza far niente a spiare dalla terrazza il patio, ove non si vedeva neanche l’ombra di Maria Suelita.
    Beatrisa era soddisfatta perché credeva che lui l’avesse finalmente cacciata via, la sera prima. Non poteva certo immaginare quanto l’intenzione di cacciarla fosse stata lontana dalla mente di suo marito.
    Gaspard si aggirò per metà giornata fra gli schiavi, camminò fra le canne selvatiche fin laggiù, al rifugio di Maria Suelita, arrivò fin quasi alla spiaggia, poi, a un certo punto, si trovò ridicolo e se ne tornò indietro. Si chiese lucidamente perché diavolo gli fosse presa quella specie di mania per la sua finta sorellastra, negli ultimi giorni. Si rispose con sincerità, poiché non amava gli autoinganni, che si trattava solo del capriccio di un nobile un po’ annoiato, perso nel vuoto della sua quotidiana esistenza ormai priva d’entusiasmo. Una qualche nuova sensazione, un piccolo brivido dimenticato, ecco cosa era andato a cercare da Maria Suelita, la sera prima. Cose da poco, infine. Averle ottenute o no che differenza faceva?
    Verso sera si era obbligato a dimenticare l’accaduto e a pacificarsi l’anima. Se Maria Suelita se ne fosse andata davvero, come pensava Beatrisa, o no, alla fin fine poco importava, si andava ripetendo.
    Si apprestava a rientrare in casa per cena, quando avvertì una presenza alle proprie spalle, fra gli arbusti. Si volse di scatto e lei gli apparve corrusca nelle prime ombre della sera.
    Le sorrise disinvolto: “Ben trovata, Suelita! Ti ho cercata a lungo, oggi…”
    La donna lo fissava immobile e muta. I suoi grandi occhi divennero due fessure da cui dilagavano sguardi carichi di rancore. Gaspard avvertì quasi tangibilmente quell’avversione e improntò il volto a stupore e rammarico. Era un attore nato, aveva il melodramma nel sangue e sapeva fare scena in ogni occasione. Ora disse in tono studiatamente accorato: “Perché mi odi, Suelita? Ieri notte io ti volevo!”
    Gli occhi di lei si strinsero ancor di più, feroci.
    Gaspard, con un sospiro sconsolato, scrollò la testa e si volse per andarsene.
    Fece in tempo ad allontanarsi solo d’un passo.
    Lei, con un balzo da pantera, gli piombò alla spalle, lo cinse con le braccia intorno alla vita come in una morsa e gli sibilò rauca: “No, no! Io, solo io, volevo te, VOLEVO TE, VOLEVO TE!!!”
    Erano molti anni che lui non la udiva pronunciare una sillaba in spagnolo. Lei lo strinse più forte, fin quasi a togliergli il respiro, con una forza insospettabile in una donna così esile. Poi, dopo averlo quasi stritolato in quell’abbraccio, lo lasciò di scatto e svanì. Svanì davvero, perché lui, voltandosi frastornato e come diviso da se stesso, non riuscì più a vedere nemmeno la sua ombra. Era come volata via, invisibile attraverso la vegetazione, verso il mare.
    Il senso assoluto, esclusivo, atemporale di quel “VOLEVO TE”, esplose nella mente del marchese come un maleficio e, da quel momento, iniziò a logorargli la ragione, mentre il veleno di serpente delle braccia scheletriche di Maria Suelita gli intossicava il sangue.
    Rincasò a capo chino, molto stanco.
    Maria Suelita non tornò mai più, non in carne e ossa, almeno.
    Già il giorno dopo, si vociferava a vanvera che si fosse annegata in mare o che qualche belva feroce l’avesse divorata, e le schiave atterrite giuravano d’aver visto il suo spirito maligno aleggiare sulla casa padronale, con i capelli dritti e irsuti come malerba e gli occhiacci cattivi rivolti all’ingiù.
    Il marchese Gaspard Alejandro de la Cuesta, sempre più inebetito dopo quella sera, passò il resto dei suoi giorni seduto su una sedia a dondolo a guardare il cortile dalla terrazza, mentre la moglie Beatrisa, incurante di lui, si godeva a suo agio ricchezze e amanti.
    Talvolta, all’imbrunire, gli sembrava di scorgere al centro del patio la figura di Maria Suelita che se ne stava seduta a terra e lo scrutava avidamente con quei suoi sguardi ora malvagi, ora tenerissimi.
    E quella fu l’unica immagine che i suoi occhi vacui riuscirono a distinguere con chiarezza fino all’ultimo giorno della sua vita.

     suelita

    June 05

    Il libro della mia migliore amica

     

    libro.gif image by fatina_alfrojul

    Devo recensire un libro da poco pubblicato, anche se in questo non sono brava e se sono di parte. L'autrice è Anna, la mia migliore amica. Si tratta di un romanzo breve a sfondo psicologico, molto denso e profondo, dallo stile sapientemente elaborato, frutto d'un instancabile labor limae.
    Ho già inserito qui, nel mio blog, dei brani tratti da questo testo, quando esso era ancora in fieri (27 gennaio 2008). Ora ne ripeto una sola frase, forse la mia preferita:

    "D’oro e porpora è il mare al di là dei vicoli mentre riflette l’ultimo sole; si contorcono scimitarre di luce, mentre m’imbrattano di sangue la camicetta immacolata."

    L'ho riletto entusiasta e commossa, il libro della mia amica Anna, dopo averne seguito la laboriosa stesura attraverso gli anni. Vi ho ritrovato ancora una volta me stessa e lei, con quel nodo di dolore esistenziale che ci ha sempre unite, che ha sempre segnato la nostra comunicazione, il nostro infinito comprenderci.
    Ora si trova qui, sulla mia vecchia libreria, fra tanti altri volumi di autori antichi e moderni, famosi e meno famosi. Per me è unico e unicamente prezioso: è il libro della mia migliore amica!

     

      

    May 24

    Mare Mare Mare...

     

    Mare Mare Mare...
    Sono venuta da te, oggi, desiderandoti come sempre, avida di ritrovarti ancora una volta.
    Troppa gente sulla spiaggia. Non so se mi hai riconosciuta, sono tanto mutata...
    Ma tu, tu come potresti non riconoscermi? Eppure mi sei apparso indifferente, lontano da me, non mi hai parlato, non ricordavi forse tutte le canzoni che ti ho dedicato?
    Ma tu, tu, come potresti non ricordare?
    Ero forse io che non mi riconoscevo, che non ricordavo....? Sola e senza memoria... Come farò quest'estate e ritrovarti, se non sarai tu a ritrovare ancora me?

    "Mare mare mare voglio annegare
    portami lontano a naufragare
    via via via da queste sponde
    portami lontano sulle onde..."

     

    May 01

    Mici miei

    Ai miei adorati gatti...

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    April 15

    La regina e il cavaliere - My fall will be for you

     

                                                                      La regina e il cavaliere  -  My fall will be for you 

     

    La regina era pazza e il re lo sapeva, ma non se ne crucciava. L’aveva sposata alcuni anni prima solo per assicurarsi l’alleanza di un altro regno assai potente. Quell’ombrosa principessa ben presto gli aveva dato un figlio maschio, l’erede che voleva, di altro ormai non gli importava e si godeva beatamente il suo grande potere e la sua cortigiana favorita.

    Lasciava che la consorte si consumasse, come desiderava, nella sua follia mesta e silenziosa che le impediva di sorridere, di amare la vita, l’amore e persino il proprio figlio.

    Del resto, la sua condotta non era disdicevole per la corte e ormai nessuno badava più ai suoi luttuosi abiti neri, alla sua aria austera e assente, al suo sguardo perso chissà dove, nel suo non essere. Lo stesso sguardo che offuscava l’azzurro delle sue iridi quella sera, durante il grandioso banchetto.

    Alla reggia c’erano ospiti nuovi e illustri giunti da lontano, fra loro un nobile cavaliere copertosi di gloria con le sue eroiche gesta in guerra…

     

    La regina trasalì impercettibilmente quando i suoi occhi incontrarono quelli dell’inatteso ospite. Nessuno si avvide del suo turbamento, neppure il cavaliere che a sua volta ben celava il proprio.

    In una non lontana gioventù erano stati appassionati amanti, prima che lui partisse per la guerra, prima che lei sposasse il re.

    Ricordi di giorni felici assalirono le menti di entrambi, ricordi legati al mare.

    Nuotavano felici fra i flutti dell’oceano, al chiarore argenteo della luna …

     

    We used to swim the same moonlight waters

    Oceans away from the wakeful day…*

     

    Il cavaliere distolse lo sguardo per primo, la regina continuò a fissarlo, una specie di ghigno sul volto pallido e severo.

    Non aveva più voluto vederlo quando aveva scoperto che lui aveva già una moglie, in un paese vicino.

    Era partito all’improvviso, per una qualche guerra, chissà dove.

    Allora lei aveva cominciato a cadere giù, sempre più giù, in un abisso oscuro che era diventato la sua dimora abituale. Aveva sposato un principe per il quale non provava nulla, che l’aveva voluta in moglie solo per motivi politici e che poco tempo dopo era divenuto re.

    Di essere regina non le era mai importato. Aveva caro solo il suo abisso denso di follia. Non sapeva ancora di condividerlo col suo antico amante, non sapeva che i loro cuori avevano sempre sanguinato insieme…

     

    My fall will be for you

    My love will be in you

    If you be the one to cut me

    I’ll bleed forever…*

     

    Ora lui era tornato, aveva preso una nuova, giovanissima moglie, dopo la morte della prima. Una fanciulla di terre lontane, dorata, bellissima, con uno sguardo trasognato e un po’ smarrito…

     

    “Nessuno di noi poteva sapere”, pensava la regina. “Io non sapevo che stasera sarebbe venuto qui, lui non sapeva che mi avrebbe trovata qui, regina, il re non sa che la sua folle moglie ben conosce quel glorioso guerriero. Beffarda  nescienza…”

    Egli era già lì, davanti a lei, s’inchinava invitandola a danzare.

    Il re sorrise con un’ombra di scherno: la regina non danzava mai…

    Invece ora lei accettò, sorprendentemente. Si avviò col nobiluomo verso il centro della sala, in un frusciare di vesti nere.

    Sostenne fieramente il suo sguardo nella danza, lesse sul suo volto bruno i segni di cruente battaglie, il tormento d’una piaga mai sanata nell’anima.

    Sentì i suoi confusi pensieri: “Ti dicono pazza, perché? Perché sei tanto mutata? E i tuoi capelli… scioglili subito, ti prego…Voglio vederti ancora come quando noi…”

    Infine fu lei ad abbassare gli occhi. Non pronunciarono una sola parola.

     

    I’ll bleed forever…*

     

    Scappò via nella notte, verso la scogliera. Sapeva che nessuno se ne sarebbe stupito: la corte era abituata al dileguarsi immotivato della regina nel bel mezzo d’un convito.

    Da uno scoglio a picco sul mare, fissava l’acqua d’inchiostro, respirava avidamente la brezza e l’odore del mare. Si strappò via con furia i fermagli d’argento dai lunghi capelli d’ebano, come obbedendo a un comando prepotente dentro la sua anima.

    Avvertì la presenza di lui alle sue spalle, non si mosse, attese che fosse lui a farla voltare dolcemente verso di sé. I loro occhi d’un identica sfumatura turchina s’incatenarono avidamente gli uni agli altri.

    Il cavaliere parlò per primo, con voce atona: “Trovarvi qui, sposata con lui…”

    Gli rispose fiera: “Io vi seppi sposato molto tempo fa…”

    Egli le strinse le spalle: “Non riuscivo a dirtelo, avevo paura di perderti, come infatti avvenne, ma non amavo che te…”

    “Te ne andasti senza una parola…”

    “Non mi avresti ascoltato.”

    “E’ vero…”

    Lei si volse a guardare il mare, con un sospiro leggero e mesto. Lui seguì il suo sguardo, perso nel rimpianto del passato, nelle memorie che il profumo del mare gli riportava…

     

    Scent of the sea before the waking of the world

    Brings me to thee

    Into the blue memory…*

     

    Avrebbe voluto precipitare nell’oceano con lei in quello stesso istante.

    Sentì che gli occhi spietati della regina erano tornati a trapassarlo:

    “Ora con la vostra nuova moglie sarete felice. E’ bella, giovane...”

    “E voi con lui…”, le rispose la sua voce roca d’astio. “Gli hai dato un figlio!”

    Lei sorrise sprezzante: “Come quella sposa bambina ne darà presto uno a te.”

    “Ti odio…”, pronunciarono all’unisono con fraudolenta sincerità.

    Poi si baciarono a lungo, con l’ incandescente passione d’un tempo.

    “Ti amo, ti amo”, le sussurrò lui fra i capelli, delirante, stringendola fin quasi a toglierle il fiato. “Non ho mai dimenticato…”

    “Non ho mai dimenticato…”, ripeté lei in un mormorio assorto.

    E già spuntava l’alba.

    “La ucciderò…”, disse semplicemente lei, staccandosi dall’uomo e guardandolo con sicurezza.

    Egli annuì rassegnato: “E io ucciderò lui.”

    “Qui, domani notte”, sentenziò la regina. “Ciascuno col proprio pugnale ancora lordo di sangue. E poi sia quel che sia!”

    “Sia quel che sia”, scandì piano il cavaliere.

    Il sole si levava lento nel cielo, lei fece per fuggire via; egli la trattenne ancora un istante per un braccio: “Lascia sempre sciolti i tuoi capelli…”

     

    Nel cuore della notte, la regina percorreva rapida e silenziosa gli oscuri meandri del palazzo, in cerca della stanza del cavaliere, sapendo di trovarvi la sua sposa addormentata.

    Aveva la certezza che, in quello stesso momento, lui stava vagando alla ricerca della camera reale, con un pugnale stretto nella destra come lei, con la sua stessa folle determinazione.

    Raggiunse la stanza, entrò senza esitare, si avvicinò al letto.

    La fanciulla dormiva come un angelo. Nell’oscurità appena rischiarata dalla flebile luce d’una fiaccola i suoi capelli d’oro scintillavano.

    La regina si chinò piano su di lei, contemplò la sua carnagione fresca e rosea tanto simile a quella del proprio figlio che non era mai riuscita ad amare. Chiuse gli occhi e strinse il pugnale affilato nella mano. Sarebbe stato facile…

     

    Il cavaliere entrò nella stanza del re che, ebbro di vino, era sprofondato in un sonno pesante e russava fragorosamente.

    Lo osservò a lungo, ricordando la loro giovanile goliardia, i vividi colori e il clamore dei  tornei…

    Non doveva guardare, non doveva ricordare, doveva solo agire alla svelta, con la risolutezza che gli era propria nell’uccidere. Sollevò lentamente il pugnale…

     

    Il vento soffiava forte sulla scogliera, il mare era in tempesta. Entrambi riuscirono a trascinarsi fin là, raccogliendo le loro ultime forze.

    La regina era arrivata per prima, si era fermata sull’orlo dello scoglio. Spruzzi d’acqua salata sul volto gelido.

    Il cavaliere, avvicinandosi a lei nel buio, percepì l’odore acre del sangue.

    “L’ha fatto”, pensò rabbrividendo. “Implacabile come solo lei sa essere…”

    La regina, mentre egli le si avvicinava nel buio, percepì l’odore acre del sangue.

    “L’ha fatto”, pensò rabbrividendo.“Implacabile come solo lui sa essere…”

    Si fronteggiarono, barcollando. La luce lunare baluginava fra le nubi gonfie di pioggia. Nessuno dei due stringeva ancora nella mano il suo pugnale insanguinato, solo la  macchia scarlatta che si allargava sulle loro vesti svelava la presenza della morte.

    Agonizzanti, si fissarono con occhi prima increduli, poi colmi di disperato amore.

    “Non ho saputo fare altro…”, mormorarono in un unico sospiro.

    Il cavaliere sorrise debolmente, la regina si scoprì all’improvviso molto fragile e le lacrime le salirono agli occhi.

    “Voglio…voglio tornare a quel tempo”, singhiozzò. “Quando eravamo giovani…felici…Ti prego riportami là…era maggio, il sole brillava sul mare…”

     

    Redeem me into childhood

    Show me myself without the shell

    Like the advent of May

    I’ll be there when you say

    Time to never hold our love…*

     

    Il cavaliere annuì appena e trovò ancora la forza per tendere le braccia e stringerla a sé.

    Lei si sentì finalmente al sicuro, al caldo, sebbene avesse tanto freddo, e sorrise di sollievo, mentre il fiotto di sangue che sgorgava della sua ferita si mesceva al sangue di lui.

    Nessun altro desiderio.

    Vacillarono, ormai non c’era più tempo, se non per un fuggevole sfiorarsi di labbra, per un ultimo sguardo d’amore.

    Poi chiusero gli occhi già velati dalle tenebre della morte, lasciandosi cadere avvinghiati giù dalla scogliera.

    E precipitare insieme, morendo, fu come volare per sempre sul mare…

     

    My fall will be for you

    My love will be in you

    You were the one to cut me

    So I’ll bleed forever…*

     

     

    * Nightwish - Ghost Love Score   http://www.youtube.com/watch?v=0VF0BlXP-0Y

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    April 12

    Pasqua

     

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    Pasqua:

    dolce giornata desiderosa di pace e serenità. Si sta senza parole, dopo il funesto tremare della terra, un po' trasognati e sospesi come timidi coniglietti fra l'erba rugiadosa, come pulcini quasi implumi usciti dalle uova appena schiuse...  

     


    March 21

    Primavera senza chioma

    Primavera senza chioma

    Quell’anno la Fata della Primavera si era svegliata con qualche ora d’anticipo.
    Nel suo sotterraneo rifugio invernale ai piedi di un grande salice, aveva fatto un gran brutto sogno. Le era parso di perdere ciocca a ciocca la sua lunghissima chioma d’oro che effondeva ogni anno sulla terra infinite gemme in un miracolo di luminosità.
    La Fata si era destata di soprassalto, sconvolta dall’incubo. Si era subito portata le mani alla testa, in cerca della sua chioma e… aveva amaramente scoperto di non averla più. Non era stato solo un brutto sogno, era accaduto davvero!
    Tremante e disperata, era uscita dal suo rifugio alla cieca, di notte e si era specchiata in una goccia di pioggia. Era orrenda: sul suo capo solo sparuti ciuffi giallastri, nessuna traccia della sfavillante cascata dorata che le era sempre appartenuta.
    Scoppiò a piangere, le sue lacrime si fusero con le ultime gocce di pioggia invernale. Avrebbe voluto tornarsene al buio, nel suo rifugio sotto le radici del salice, ma sapeva che per i successevi tre mesi non le sarebbe più stato concesso.
    Annaspò disperata nella pioggia: la notte stava per lasciar posto ad un’umida alba perlacea e allora il buio non l’avrebbe più nascosta.
    Gridò di dolore, abbracciando il tronco del suo salice e serrando gli occhi per non vedersi più riflessa nelle gocce di pioggia.
    Strano e doloroso sentire di essere se stessa, sempre se stessa, la Primavera scintillante di luce e calda d’energia, ricca di vivide corolle, sorridente di dolcezza e grazia… ma non riconoscersi più nella propria immagine.
    Come poteva essere tanto mutata? Perché? E ora come avrebbe fatto?
    Nessuna risposta le venne dalla notte, solo il salice piegò ancor più i suoi rami come ad avvolgerla in un abbraccio verde, accarezzandola con le sue piccole foglie lanceolate.
    Così il salice si unì al pianto disperato della Primavera senza chioma, provandone compassione. Si scosse, il gentile albero, si scosse a lungo, lasciando cadere le sue foglie sulla triste Fata. E le foglie sarebbero volate tutte via nel vento, se non fossero arrivati da ogni parte della terra miriadi di bruchi di falena. Con i loro serici fili congiunsero le foglioline del salice in un lungo velo verde che si posò leggero sul capo spoglio della Primavera.
    Spuntava l’alba e la pioggia era cessata. La Fata abbassò gli occhi e si vide ora riflessa in un raggio di sole che giocava in una pozzanghera.
    Così velata di verde, senza la sua lucente chioma d’oro, sembrava una mesta sacerdotessa della pioggia, non certo la madrina della bella stagione.
    Guardò il salice con gratitudine mista a desolazione.
    “Devi andare…”, le parve che le sussurrasse l’albero, frusciando nel venticello mattutino.
    “Ho paura”, mormorò la Primavera. “Potrò mai riavere il mio oro?”
    L’albero mosse lievemente i suoi rami senza rispondere, perché non sapeva quale fosse la risposta, e ripeté in un altro dolce stormir di fronde: “Devi andare comunque, è il tuo tempo”.
    “Sì…”
    Gli uccellini già cantavano, la chiamavano gioiosi, inconsapevoli del suo dramma.
    Lei si avviò lenta per il tortuoso sentiero del bosco.
    “Sono ancora io…?”
    Sapeva che alle sue spalle, dietro i suoi passi incerti, stavano spuntando fra l’erba bagnata mille fiori d’ogni sfumatura di rosa, di giallo, d’azzurro.
    Si volse a mezzo, sospesa, per guardarli, per esserne rassicurata: le apparvero molto piccoli, quasi invisibili e forse un po’ sbiaditi.
    Un’unica rosa blu si ergeva orgogliosa sul suo stelo, solitario presagio di rinascente bellezza.
    La Fata socchiuse gli occhi e annusò l’aria, cercando trepida il  suo antico profumo.
    Respirò, fra malinconia e speranza, il profumo esile ma puro d’una Primavera senza chioma…


     
    March 04

    Pioggia

     

    Piove. Sembra che piova da sempre e non so più se ci sarà ancora qualcosa oltre la pioggia.
    Qui non ci sono tamerici, né volti silvani.
    Qui la pioggia non è argentea. 
    Qui la pioggia è solo bagnata.
    Solo nella poesia la pioggia è una favola bella...
     

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     La pioggia nel pineto

    Taci. Su le soglie
    del bosco non odo
    parole che dici
    umane; ma odo
    parole più nuove
    che parlano gocciole e foglie
    lontane.
    Ascolta. Piove
    dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici
    salmastre ed arse,
    piove su i pini
    scagliosi ed irti,
    piove su i mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti
    di fiori accolti,
    su i ginepri folti
    di coccole aulenti,
    piove su i nostri volti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    t'illuse, che oggi m'illude,
    o Ermione.
    Odi? La pioggia cade
    su la solitaria
    verdura
    con un crepitío che dura
    e varia nell'aria
    secondo le fronde
    più rade, men rade.
    Ascolta. Risponde
    al pianto il canto
    delle cicale
    che il pianto australe
    non impaura,
    nè il ciel cinerino.
    E il pino
    ha un suono, e il mirto
    altro suono, e il ginepro
    altro ancóra, stromenti
    diversi
    sotto innumerevoli dita.
    E immersi
    noi siam nello spirto
    silvestre,
    d'arborea vita viventi;
    e il tuo volto ebro
    è molle di pioggia
    come una foglia,
    e le tue chiome
    auliscono come
    le chiare ginestre,
    o creatura terrestre
    che hai nome
    Ermione.
    Ascolta, ascolta. L'accordo
    delle aeree cicale
    a poco a poco
    più sordo
    si fa sotto il pianto
    che cresce;
    ma un canto vi si mesce
    più roco
    che di laggiù sale,
    dall'umida ombra remota.
    Più sordo e più fioco
    s'allenta, si spegne.
    Sola una nota
    ancor trema, si spegne,
    risorge, trema, si spegne.
    Non s'ode voce del mare.
    Or s'ode su tutta la fronda
    crosciare
    l'argentea pioggia
    che monda,
    il croscio che varia
    secondo la fronda
    più folta, men folta.
    Ascolta.
    La figlia dell'aria
    è muta; ma la figlia
    del limo lontana,
    la rana,
    canta nell'ombra più fonda,
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su le tue ciglia,
    Ermione.
    Piove su le tue ciglia nere
    sìche par tu pianga
    ma di piacere; non bianca
    ma quasi fatta virente,
    par da scorza tu esca.
    E tutta la vita è in noi fresca
    aulente,
    il cuor nel petto è come pesca
    intatta,
    tra le pàlpebre gli occhi
    son come polle tra l'erbe,
    i denti negli alvèoli
    con come mandorle acerbe.
    E andiam di fratta in fratta,
    or congiunti or disciolti
    (e il verde vigor rude
    ci allaccia i mallèoli
    c'intrica i ginocchi)
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su i nostri vólti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggieri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    m'illuse, che oggi t'illude,
    o Ermione.
    (Gabriele D'Annunzio)

    January 30

    Studenti...

     

    Esempi della profonda cultura giovanile (liceali di quindici o sedici anni):

    Sul verbo transitivo:
    Io: "Cos'è un verbo transitivo?"
    Studente A (terzo liceo scientifico): "Il verbo transitivo è... un verbo comune, di quelli che si incontrano tutti i giorni..."
    Io: "Ah... e il verbo intransitivo?"
    Studente A: "Beh, quello è molto più raro..."
     
    Studente B (secondo liceo scientifico): "Il verbo transitivo... aspetta... è quello che risponde alla domanda chi, che cosa???"
     
    Sulle prefetture e le coorti romane:
    Frase in latino da Cesare: "Praefecturae libentissimis animis eum recipiunt."
    Traduzione: "Le prefetture lo accolgono con grande entusiasmo."
    Studente C (perplesso): "Ma che vuol dire?"
    Io (perplessa): "Come che vuol dire?"
    Studente C: "Ma le prefetture so... fogli, documenti..."
    Sempre da Cesare:
    "Domitius per se circiter XX cohortes...coegerat"
    "Da parte sua Domizio aveva messo insieme circa venti coorti"
    Studente C: "Cioè aveva fatto venti palazzi reali???"
     
    Su Archimede:
    Studente C (traducendo una versione di latino che racconta la scoperta del sepolcro di Archimede a Siracusa): "Ma Archimede... pensavo che era quello là... sì, un faraone egiziano, mi pare..."
     
    Su Petrarca:
    Studente D (terzo liceo scientifico):  "Petrarca incontrò un certo Agostino e questo fu molto importante per lui..."
    Io: "Vuoi dire che lo incontrò di persona?"
    Studente D: "Mi pare di sì, infatti poi ne parla..."
     
    "Chiare, fresche et dolci acque,
    ove le belle membra
    pose colei che sola a me par donna;
    gentil ramo ove piacque
    (con sospir mi rimembra)
    a lei di fare al bel fianco colonna..."
     
    Studente D: "Uffa, non si capisce niente. Ma non è in italiano!"
     
    ... Nè mi diceva il cor che l'età verde
    Sarei dannato a consumare in questo
    Natio borgo selvaggio, intra una gente
    Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
    Argomento di riso e di trastullo,
    Son dottrina e saper ...
     
    (Giacomo Leopardi - Le Ricordanze)
     
     
     
    January 28

    Il maialino portafortuna e il Castello Errante di Howl

     

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    Mi è arrivato via e-mail questo simpatico maialino portafortuna. Di fortuna ne avrei davvero tanto bisogno, perciò lo metto qui, ringraziando la gentile amica Denise che me lo ha inviato.
    Chissà se mi aiuterà un po' a superare la rabbia... Mi esce un grido di rabbia ogni tanto, nelle occasioni più banali, magari mentre passo l'aspirapolvere antidiluviana o scopro che la lavatrice ha stinto il bucato. Un grido rauco, profondo, barbarico, che ovviamente non ha nulla a che vedere con l'aspirapolvere o la lavatrice.
    Rabbia per non saper, per non voler vivere... Che potrà mai fare un maialino rosa contro un mostro tanto grande? Però lo metto qui.
    Oggi vorrei incontrare in strada il Castello Errante di Howl (grazioso film a cartoni visto di recente). Forse un mago bello e potente come Howl potrebbe far qualcosa contro tutta questa mia rabbia, potrebbe vedere oltre la sua nube, così come, nella storia, riusciva a vedere la giovinezza di Sophie oltre il malefico incantesimo che le aveva imposto l'aspetto di una vecchia. Del resto anch'io ho l'aspetto di una vecchia, che cela un cuore fanciullo...Solo che non ho un mago come Howl e non credo proprio che potrò trovare il  suo Castello Errante ad accogliermi oggi, là fuori, nelle desolate lande invernali.
    Allora lo metto qui, così, apotropaicamente ancora un volta, come il maialino rosa.
    Si vive di sogni, nella vana ricerca di magici amuleti, almeno nel mondo delle immagini...
     

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    January 07

    7 gennaio: dramma...

     

    Non in fretta e furia, ma lentamente, con circospezione, nel timore di ferirlo o di rovinare qualche sua decorazione, stamattina ho disfatto e riposto l'alberino. Senza parole, senza quasi guardare, cercando di non sentire il mio desiderio di nascondermi a mia volta nel buio del cassettone.
    Così è svanita tutta la magia dei giorni natalizi con le sue scintille d'oro e d'argento, non ne è rimasta la minima traccia.
    In fondo la cosa più dolce di questo Natale è stato scrivere qui, nel blog, il mio ideale dialogo con l'alberino, come non avevo mai fatto prima d'ora, nemmeno sulla carta. Immagino di essere pressoché l'unica del pianeta ad avere un rapporto così maniacale col suo albero di Natale e a vivere in modo così drammatico il momento in cui bisogna disfarlo. Del resto io sono una specialista nel fare drammi: drammatizzo quasi tutti i momenti dell'anno: la fine dell'estate, la fine del Natale, l'accorciarsi delle giornate, il loro allungarsi... Sono un dramma continuo, per questo infine mi ritrovo sempre da sola.
    Adesso, comunque, avrò meno tempo per trascrivere i miei drammi qui nel blog, dovrò dedicarmi a mille altre cose prosaiche e prive d'ogni magia, cioè alla vita quotidiana che per tutti è normale, per me tanto difficile da sostenere. Le feste dovrebbero essere un modo per rigenerarsi nella gioia e per affrontare poi, con più serenità, il giorno comune, la normale routine. Io invece esco distrutta anche dalle festività, non mi rigenero mai, mi piango addosso e basta. Drammi, drammi e ancora drammi... Ho imparato ad esserne protagonista da piccola, come potrei smettere a quest'età? Così drammaticamente addio, anche per quest'anno, dolce magia. So già che non saprò ritrovarti nel mio giorno comune e che, per non rimpiangerti troppo, cercherò di dimenticarti un po'...

    Sad Fairy

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    January 06

    Epifania

      

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    L'Epifania tutte le feste trascina via... Vorrei essere una gnoma: nelle case degli gnomi le decorazioni natalizie rimangono per tutto l'anno.
    Invece qui è l'ultimo giorno per l'alberino. Facciamo finta di niente, del resto oggi è ancora festa, ma a un certo punto, raggelandomi, lui mi dice:
    "Domani me ne tornerò al buio, nel cassettone".
    Deglutisco e stavolta sono io a restare muta.
    "Domattina presto mi toglierai tutti gli ornamenti, in fretta in fretta mi riporrai..."
    "Non sai quanto non vorrei..."
    "E' inevitabile, non posso restare qui più a lungo, sarebbe sbagliato, perderei la mia rara bellezza. E poi ormai mi sento stanco, ho bisogno di riposare".
    "Mi mancherai molto, quest'anno, molto più del solito".
    Sorride un po' malinconico: "Ora dici così, ma presto mi dimenticherai, come ogni anno, e ricomincerai ad aspettare l'estate, quel tempo di caldo, di sole e di mare che tu ami tanto e che a me è del tutto estraneo".
    "Sì, in passato era così", ammetto. "Vivevo nell'attesa dell'estate, odiando i giorni invernali, ma in questi ultimi anni qualcosa è cambiato, ho scoperto che è proprio nel cuore dell'inverno, quando ci sei tu, il mio periodo migliore, quello in cui mi sento meglio, meno inquieta. Adesso, a pensarci, quella mia folle corsa verso il mare, nei mesi estivi, mi sembra un'impresa improba, che non sarei mai più in grado di ripetere, non ne avrei né la forza, né la voglia."
    Ride di me, l'alberino: "Allora sei proprio invecchiata!"
    "Temo di sì...Sai, verrei tanto volentieri con te nel cassettone, domattina."
    Non puoi, non sei un alberello di Natale argentato che il sette gennaio se ne va n letargo. Dovrai tornare là fuori, domani."
    "Sì, la fuori, nella mia tempesta invernale..."
    "Che farai?"
    "Camminerò da sola, come sempre, e ti penserò, rimpiangerò il tepore, la luce d'oro e d'argento di questi giorni con te..."
    "Sarai triste?"
    "Sì, lo sono quasi sempre... e tu?"
    "Oh io... domani mi addormenterò, non proverò tristezza..."
    "Neanche quando ci saluteremo?"
    "Sarà un arrivederci al prossimo anno, come sempre".
    "Non mi mentire. Lo sai che ogni volta non riusciamo a dirci né arrivederci né addio, perché infine non sappiamo che cosa ne sarà di noi fra un anno, se ci sarà concesso di ritrovarci oppure no..."
    "Già, io potrei spezzarmi, tu morire..."
    "Promettimi che non ti spezzerai!"
    "Promettimi che non morirai!"

    Un' identica risposta in un sussurro esitante: "Io... non lo so..."
    L'alberino cambia discorso: "La fata Epifania potrebbe offendersi per la nostra tristezza di oggi. Stanotte ci ha portato una bella calza piena di tanti buoni dolci, non li assaggerai nemmeno?"
    Mi asciugo una lacrima furtiva "E' vero, sì, ci sono il dolci di Epifania..."
    Anche nell'argento dell'alberino mi sembra di scorgere una piccola lacrima. Ma è sempre orgoglioso e so che non vuole farsi vedere piangere, come me, del resto.
    Ci aggrappiamo alla fugace dolcezza di Epifania, almeno per oggi, illudendoci che il suo gradito zucchero possa addolcire tutto il nuovo anno.
      Domani sarà un giorno malinconico, ma ora cerchiamo di fingere che sia ancora lontano lontano...

          

                                                

    January 01

    Buon 2009!

     

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    Buon 2009, buon 2009!
    Il mio alberino e io ci siamo scambiati gli auguri, ieri sera, e ce li siamo rinnovati stamattina. Mi sono accorta che, di nascosto, ride un po' di  me e del mio incubo del tempus fugit.
    Cambio di calendari frenetico, a inizio giornata. In casa mia ci sono parecchi calendari, me li regalano i negozi di animali che frequento: calendari con belle foto di gatti e cani  per ogni mese, sparsi in tutta la casa. Buttar via i vecchi per mettere i nuovi è sempre come gettare nella pattumiera un altro pezzetto di passato, sapendo che non tornerà più, o l'ennesimo capello nero caduto, sapendo che al suo posto ne ricrescerà uno bianco.

    La vita fugge e non s’arresta un’ora,
    e la morte vien dietro a gran giornate,
    e le cose presenti, e le passate
    mi dànno guerra, e le future ancóra...
    (F. Petrarca)

    Memorie letterarie, che ora è meglio respinger via, il mio alberino non ne può più delle mie citazioni malinconiche.
    Oggi se ne sta lì, luminoso, tranquillo, sempre bellissimo. Non parla, preferisce godersi ancora un po' la quiete del silenzio.
    Così questo primo giorno dell'anno passerà dolcemente accanto al suo oro e al suo argento, fra briciole di panettone e fichi secchi, nell'illusione apotropaica che questa dolcezza si prolunghi per tutto l'anno appena iniziato. Ci giova fingere di crederci un po', almeno per un giorno, ci giova oggi sentirci bambini come questo nuovo anno...


     

    December 31

    31 dicembre... meditando

     

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    Nella tarda mattinata, intenta alle solite frenetiche faccende domestiche che nemmeno nei giorni festivi posso tralasciare, mi accorgo che l'alberino mi guarda pigramente, un po' insonnolito.
    "Oggi è l'ultimo giorno dell'anno", gli dico "ed è ancora festa per te."
    Sbadiglia: "Una festa che poco mi riguarda, tuttavia, cosa vuoi che me ne importi di un cambio di data?"
    "In effetti non importa nulla neanche a me, domani sarà il 2009, invece che il 2008, ma non ci trovo niente da festeggiare, anzi è una ricorrenza che mi rende un po' triste, mi fa pensare ancora di più al quel fatto lì..."
    "Quale fatto?"
    "Tempus fugit..."
    "Ah sì...", la sa lunga il mio alberino su questo argomento, ma forse non vuole parlarne.
    "Si invecchia e basta", aggiungo. "Ieri sera guardavo la TV: immagini di eventi appartenenti a un passato non troppo lontano, immagini che mi apparivano recenti e insieme remote. Cioè erano remote, perché ormai risalenti a più d'un decennio fa, ma così nitide nella mia memoria da sembrarmi recenti, del mio tempo, insomma..."
    "Ciò accade appunto quando si invecchia", commenta l'alberino "quando il tuo tempo diventa lungo e i tuoi ricordi corrono veloci all'indietro in un ampio arco di anni, mescendo il passato al presente ."
    Certe volte mi sciocca con la sua semplice saggezza.
    "Beh, sì... Questo 2008, sai, non è stato né tanto bello, né tanto brutto. E' stato un anno così, neutro, e spero solo che il prossimo 2009 conservi questa neutralità: se non tanta gioia, almeno non tanto dolore. Mi accontenterei, se andasse ancora così."
    Ti accontenteresti, perché ormai non speri più."
    "Tu speri?"
    "Io sono solo un alberello di Natale..."
    "Magico e apotropaico, però!"
    Sbuffa, un po' infastidito: "Pretendi sempre troppo da me!"
    "Hai ragione. Non pensiamoci più. Stasera... lo so che non è la tua festa preferita, ma avrai occasione di brillare e di pavoneggiarti ancora nella tua magica bellezza, non sei contento?"
    Non disdegna mai di essere vanesio e finalmente sorride: "Ah sì, per questo sì..."
    "Allora ti metto vicino il vischio, guarda quanto è carino con le sue spighe e il ragnetto d'argento. Veglierai un po' su di lui, stasera?"
    "Per renderlo apotropaico?"
    "Beh, non volevo chiedertelo esplicitamente, ma..."
    "Lo stai facendo..."
    Svio il discorso.
    "Ti accendo già le lucine?"
    Sì, grazie."
    "Ecco, sei bellissimo. Allora, stasera, ci faremo gli auguri di buon anno..."
    Sorride, mi pare, un po' ironicamente: "Sì, come l'anno precedente..."
    Annuisco: "Sì, stupidamente, come ogni anno, pensando che quello che sta per arrivare sia più bello di quello che se ne sta andando. Chissà perché, poi... forse perché è una cosa apotropaica..."
     
    Memorie letterarie anche oggi, memorie che il mio alberino condivide volentieri con me:

    Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere


    Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
    Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
    Venditore. Si signore.
    Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
    Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
    Passeggere. Come quest'anno passato?
    Venditore. Più più assai.
    Passeggere. Come quello di là?
    Venditore. Più più, illustrissimo.
    Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
    Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
    Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
    Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
    Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
    Venditore. Io? non saprei.
    Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
    Venditore. No in verità, illustrissimo.
    Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
    Venditore. Cotesto si sa.
    Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
    Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
    Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
    Venditore. Cotesto non vorrei.
    Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
    Venditore. Lo credo cotesto.
    Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
    Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
    Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
    Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
    Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
    Venditore. Appunto.
    Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
    Venditore. Speriamo.
    Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
    Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
    Passeggere. Ecco trenta soldi.
    Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
    (Giacomo Leopardi)


    December 26

    Dopo Natale: Hole in my soul

     

    There's a hole in my soul
    That's been killing me forever
    It's a place where a garden never grows...

    (Aerosmith) 

    Glitter Graphics 

    Ho spolverato un po' intorno all'alberino, stamattina, ho acceso le sue lucine, ma lui ha subito protestato:
    "Fai piano, non accendere le luci ancora, sono un po' stanco..."
    "Stanco? Di già? Ma è festa per te anche oggi!"
    Ha sospirato: "Oh in  realtà la mia vera festa è già passata. Ora starò qui ancora per un po' di giorni, lo so, ma la grande magia è finita e... mi dispiace."
    "Che sia finita? Lo so, anche a me, lascia come un buco nell'anima..."
    "Sì, ma non è solo quello, mi dispiace per te, non sono stato bravo quest'anno."
    "Perché dici così? Ho avuto dei regali splendidi: libri di fiabe e letteratura e fini monili d'argento e perle che sembrano venuti dal mare, poi il tuo racconto e... ti guardavo ieri sera, eri così bello che quasi non ci potevo credere."
    Ha sospirato ancora, mi è sembrato perfino un po' meno vanesio: "Sì, ma l'ho capito, sai, che quelle briciole di serenità non sono state sufficienti per te..."
    Eppure avevo fatto di tutto per tenerglielo nascosto...
    "Non ci pensare, è colpa mia, della sciocca Cassandra che sono."
    "Volevo farti essere un po' meno Cassandra, in questi giorni..."
    "Ma hai fatto molto, davvero, non ti devi sentire in colpa e sorridi, sei splendido anche oggi!"
    "Sì... forse... Ma oggi, in fondo, si può anche riposare un po', non credi? Non è più tanto festa. Accendi le mie lucine un pò più tardi, per favore."
    "Va bene, come preferisci. Sognerai?"
    "Sì e tu?"
    "Sognerò insieme a te, oggi, mio piccolo albero, tenendo vicino a me i doni ricevuti, fingendo di non sapere che il nostro magico giorno è già volato via, lasciandoci ancora una volta un piccolo buco nell'anima..."

    Glitter Graphics